Per favore, guardate il calendario. Vi dirà che oggi è il 9 novembre, non un giorno qualsiasi, ma quello in cui, trentasei anni fa, cadde il muro di Berlino. E non considerate l’invito una lezione di storia. Semmai un ripasso, questo sì. Perché l’impressione è che tutto passi senza lasciare traccia e che “i giovani non sappiano quello che i vecchi hanno già dimenticato”. Trentasei anni fa, 9 novembre 1989, il vento della libertà portò alla caduta del muro della vergogna assoluta. Quel giorno venne accolto come liberazione dalla dittatura comunista, alba di un giorno senza barriere e senza paure, fine della guerra fredda… Le immagini dei giovani in festa che cavalcavano le rovine del muro unite a quelle dei cittadini intenti a demolire la barriera di cemento con tutti gli strumenti a loro disposizione, offrirono al mondo l’essenza di quella notte simboleggiante la conclusione di un’era. Fine del comunismo, superamento della dittatura sovietica, libertà ritrovata, inizio di un tempo di pace vera… Quante attese presero avvio in quella fantastica notte! C’erano milioni di uomini e donne, a Berlino come a Roma, Parigi, Londra, New York, Istanbul, Tel Aviv, Sidney, Brasilia, Nuova Delhi, Ottawa, Stoccolma, forse anche a Pechino e ovunque la notizia era giunta, che applaudivano e si abbracciavano mentre alla berlinese Porta di Brandeburgo, simbolo della divisione di due popoli fratelli, le note del violoncello suonato dal grande Rostropovič invocavano pietà per coloro che erano morti cercando Libertà e chiedevano coraggio e forza per i vivi che da quel momento dovevano ricostruire libertà e democrazia. Berlino era di nuovo una sola città e dell’orrendo muro restavano solo macerie e polvere. Conservo due frammenti di quel Muro, e ogni volta che li guardo mi dicono quanto grande è la libertà che possiedo.
Adesso, mentre la storia rimasta inascoltata e mai sufficientemente ricordata continua a generare mostri, meditiamo gente, meditiamo! Sì, amici, meditiamo, magari scegliendo tra gli “indirizzi neurovisivi” firmati da Filippo Ceccarelli, che ricordano a me e a chiunque sia disposto a ad ammettere tra le cose che lo riguardano anche la stupidità (quella proprio stupida e tenacemente custodita ma anche quella sottilmente stupida che pur fingendosi occasionale è invece sempre parte stabile del paesaggio), che “bestiali scemenze” son sempre in agguato, pronte a disegnare (scarabocchiare-raffigurare-rappresentare) l’orrido in circolazione e a designare (indicare-evidenziare-incaricare-proporre) coloro ai quali tale orrido è destinato. “A riprova che gli esseri umani, senza distinzioni geopolitiche, hanno sempre in testa un sacco di scemenze” (sacchi che diventano container “quando si tratta di fare la guerra”) basta volgere lo sguardo alle classifiche dedicate agli sfizi che li assillano. Una di queste classifiche, denominata Lyst Index (somma di moda e di effimero), appena ieri ha messo in fila i brand e prodotti più hot e ricercati: goduria gioia sollazzo per chi se li può permettere; dispiacere afflizione pena rammarico cruccio invidia depressione (ecc. ecc.) per chi può solo osservarli… Un’altra classifica mi ha invece illuminato sui “si dice” a proposito del “ponte” che chissà quando priverà la Sicilia del titolo di isola: fiore all’occhiello, paradosso virtuoso, opera senza paura, manufatto più importate della storia dell’occidente intero, insieme di gloria e sospiri, tutt’un debito, vera risorsa, ma chi se ne frega, ecc. ecc… In aggiunta ho scoperto poi l’elenco delle trumpiate-putiniate-xigipiate-hamasiate-netanyahuniate-erdoganiate-orbaniate-meloniate-salviniate-schleiniate-conteiate-renziate-taianiate e altre a piacere, che girano libere e gioconde nell’aere e sui media, raccontate da faccia-tosta e spesso di latta, osannanti inverecondi dei capi capetti e caporioni che li foraggiano e mantengono ben appollaiati sugli scranni di un Parlamento che sebbene destinato a rappresentare tutti, di fatto rappresenta soltanto una parte dei tutti, quella che i suddetti lodano e indicano adatta e capace di votare e svotare qualunque cosa a lor piaccia o dispiaccia…
Tra siffatte esilaranti quisquiglie, quella dei nomi dati ad armi armamenti guerrieri guerrafondai… (ecc. ecc.), mi ha rimandato in fretta e furia alla stupidità, che essendo parte del paesaggio è anche luogo ideale per vedere e ospitare animali di varia provenienza. Ho così pensato che soltanto da tale e tanta stupidità sortivano i nomi dati a missili, bombe e armi in circolazione: Procellaria (specie di gabbiano che vola tra le onde fregandosene di qualsiasi sconvolgimento, perciò denominato “uccello della tempesta”) è il nome dato dai russi al loro ultimo missile; Facocero (mammifero della famiglia dei suidi – non dei suini -, forte e dotato di lunghe zanne) è il nome che gli americani hanno dato, aggiungendolo ai già usati Drago-Bestia-Apocalisse-Morte-Mietitrice-Satan… (ecc. ecc.) a un altro novello aereo da guerra; Pioggia, Grandine, Tornado, Uragano, Fulmine, Burrasca, Vortice, Vento, Onde, Ombre (ecc. ecc.) sono i nomi di armi allegramente commercializzate ovunque vi sia spazio per l’umana stupidità; Tulipano, Zircone, Lupo di mare, Burattino lanciafiamme (che alcuni chiamano Pinocchio) sono nomi dati a spedizioni armate e devastatrici… Di tutto e di più, ovvero il necessario per confermare che la stupidità è libera di circolare e di far parte del nostro paesaggio, questo perché, come ricorda Epitteto, “una volta al là della misura, non c’è più limite…”. Ma poi, alla fine, “vai a sapere se l’oscena deiezione non si ribalterà un giorno su chi la scaricata”. Appunto: chissà chi lo sa! Nel frattempo è obbligatorio – spero per tanti – avere il coraggio, quello suggerito da Simone Weil, di “tenere alta la fiaccola del proprio pensiero meditato, di scegliere la via dell’impegno e della coerenza” e così “testimoniare uno stile di vita sobrio, solidale e morale”.
Dove cercare questo “coraggio di…” non lo so. So però che c’è e che qualcuno lo sta usando per dare speranza a chi la speranza l’ha persa o la sta perdendo, per non assimilare vittime e carnefici, per non raggrumare in una sola scodella pace guerra offesa e difesa, per evidenziare il pericolo rappresentato dallo sfilare per questo (la Palestina) e non per quello (l’Ucraina) o per quell’altro (pezzo di un mondo devastato da odio, carestie, bombe…) o per quell’altro ancora (massa di scioperanti incompresi e derisi).
Per il momento dispongo solo del coraggio di sorridere alla vita e di deridere invece chi della vita conta gli anni e non il bene da essa donato. In sovrappiù, mantengo sufficiente coraggio (in realtà ne basta anche poco) per leggere e rileggere fiabe la cui morale non è né spicciola né improvvisata, ma forte e ricca (lei sì) di coraggio. Di quattro favole nuove lette e rilette vi propongo la sintesi, pregandovi di considerarla richiesta di perdonanza per il nefando discorrere di scemenze, guerre e stupidità che vi ho qui proposto. Ovviamente, con preghiera di farne uso lodevole per voi e per chiunque assocerete alla riflessione.
La prima racconta Teo che pensa di fare al volo il suo bagaglio, non immaginando, da principiante qual è, che dovrà fare e disfare, togliere e mettere, scegliere cosa portare con sé e cosa lasciare a casa. Sembrerebbe facile, ma il fatto è che in un batter baleno la sua valigia si riempie a non finire, traboccando di giochi e di peluche da cui è impossibile separarsi, soprattutto perché si fa presto a decretare che si deve portare solo l’essenziale. Essenziali per Teo sono i calzini come i pinguini o i pantaloncini, le pantofoline quanto le macchinine, lo spazzolino come l’orso Nino. Tutto non ci sta nella pur capace valigia, ma se una via d’uscita c’è per farci stare tutto, ma proprio tutto, Teo la troverà. Sorprendendo gli adulti per i quali non è altrettanto facile limitarsi all’essenziale.
La seconda, che si rivela una storia musicale perfetta da leggere e rileggere ad alta voce, racconta le gesta di un attore navigato pronto per recitare Cappuccetto Rosso: una passeggiata, perché questa scena l’avrà fatta mille volte, con il classico suggeritore, pronto a entrare in azione. Consegue un esilarante ping-pong di parole tra i due: il suggeritore che suggerisce e l’attore che scambiando fischi per fiaschi se ne esce con un sacco di spropositi circondati da fraintendimenti che assomigliano pari-pari ai tanti messi in circolazione da politicanti scellerati sebbene in libera uscita.
La terza racconta Pépito Matéo, un ometto a cui non piaceva nulla, un umano scorbutico e scostante, lunatico e irascibile, un vero e proprio ritratto del figurante odioso, che non sopporta niente e detesta tutto, a cui nulla interessa se non il passare le giornate a borbottare e inveire contro il mondo intero, felice se tutto finalmente sparisse. E se per caso il suo desiderio fosse esaudito? Un giorno succede infatti, dice la fiaba, che a furia di sbraitare contro tutto ciò che lo circonda, il sole se ne va per primo seguito dalle nuvole, la terra, gli animali, le piante, le persone e tutto il resto. Sicché l’ometto resta solo e al buio, pieno di paure e senza riferimenti. E tanto vorrebbe per farlo tornare indietro. Invece, una vocina amica gli suggerisce la soluzione: per riavere tutto ciò che ha perso non ha altra scelta, dovrà pronunciarne il nome. Ed è così che, mentre l’ometto avrà imparato la lezione, il mondo tornerà a riprendere vita e a manifestarsi in tutta la sua bellezza.
La quarta racconta una storia di cambiamenti climatici, migrazione e resilienza che incomincia nel grande nord dell’Artico, dove l’orso John vive da fotografo scattando foto ricordo ai turisti, e si conclude sull’uscio di qualunque casa abitata da civili, dove tutti vivono un’esistenza tranquilla… Almeno fin quando un evento estremo si abbatte sulla regione: una pioggia torrenziale scoglie i ghiacci e determina una grande alluvione. John, come tanti altri deve lasciare il suo Paese e andrà verso terre accoglienti ma sconosciute, tanto diverse dal suo habitat, dove gli orsi hanno pellicce scure, il clima è caldo, il cielo sempre assolato e dove farà un incontro che gli cambierà la vita. Peccato però che anche lì come altrove incomba il cambiamento climatico…
Meditiamo gente, meditiamo!
LUCIANO COSTA













