Questa volta il “sonno della ragione” ha ceduto lo scettro al “delirio della televisione”, senza però cambiare il suo fine, che è quello di generare mostri. E di mostri se ne sono visti e se ne vedranno ancora tanti: dentro e fuori, sopra e sotto, a destra e a sinistra, ovunque si annidino interessi, soldi, dollari, euro, sterline, oro, monete conosciute e sconosciute, petrolio, gas, terre fini, ambizioni, ambiziosi, violenti, dittatori, despoti, zar, tycoon, oligarchi, tenutari, paperoni avidi e ridicoli, gente che gli scrupoli se li mangia a colazione, pranzo e cena sputando poi sentenze e imponendo ai loro sottoposti e ai poveri cristi (tanti, in crescita ovunque) di assistere ai loro vergognosi rigurgiti. Con queste premesse, e con le mie scuse, il domenicale oggi cambia none e diventa il funerale. Accompagna infatti al Campo Santo, che in questo caso dovrebbe però chiamarsi Campo Dannato, essendo evidente che è obbligato a ingoiare stupidità arroganza villania supponenza malvagità alterazione (dell’umore, della verità, del civismo, dell’educazione e di tutto ciò che è richiesto per meritare di stare in alto col titolo di presidente… questo o quello, fate voi). Guardando e ascoltando quel che è avvenuto l’altro ieri in quella Casa che si chiama Bianca ma che potrebbe anche chiamarsi Nera senza per questo guadagnare o perdere simpatie e credibilità, ho prima creduto fosse una burla, qualcosa di inventato a uso e consumo degli invitati al banchetto, poi ho invece dovuto prendere atto che quella era realtà. E dentro quel reality show c’era la rappresentazione di qualcosa già visto (raccontato da Ernesto Galli della Loggia nel fondo del “Corriere della Sera”, di cui faccio uso e sintesi): il dittatore che chiama i suoi sodali e li insulta accusandoli di essere nemici della (sua) ragione unica (non vorrei sbagliarmi, ma costui assomiglia ad Adolf Hitler); il despota che convoca quel pazzo eletto presidente di un Paese satellite in vena di rivendicare libertà e democrazia per il suo popolo, per dirgliene quarantaquattro, imporgli di calare le brache e quindi accettare senza fare storie l’occupazione dello Stato di cui è garante e custode (non vorrei un’altra volta sbagliarmi, ma costui è spiaccicato a quel Breznev, capo delle Russie, che nel 1968 prese a calci Alexander Dubcek, leader cecoslovacco, cantore sublime e testimone coraggioso della “Primavera di Praga”, imponendogli di accettare senza fiatare l’occupazione del suo Paese da parte dell’Armata Rossa (se interessa è la stessa, con più armamenti e un capo che adesso si chiama Putin, che ha aggredito l’Ucraina, che da tre anni la tiene sotto tiro continuo e che in questo momento pretende di averla ai suoi piedi senza pagare dazio, pretendendo addirittura scuse).
Incerto circa l’utilità e ignorante completo sul da farsi, ho passato un giorno e mezzo a chiedere a vicini e lontani – parenti e serpenti, senza distinguo – se avessero, anche solo casualmente, un’opinione precisa sulla rissa verbale andata in scena nel famoso e fumoso “studio ovale” (trasmessa al mondo in diretta televisiva), sulle conseguenze di tale rissa e, soprattutto, se dopo la rissa avessero chiaro il panorama di riferimento, vale a dire se avessero magari anche inteso chi era, in quel momento, l’aggressore e chi l’aggredito, ma più in generale, visto che si parlava di Russia e Ucraina, chi tra le due fosse lupo e chi agnello. Non ci crederete – oppure ci credete, eccome – le risposte sono state un insieme di niente in cui svettava quel però capace di mettere tutto a posto e niente in ordine, sempre impunemente allegramente spudoratamente e bugiardamente. Eccone alcune di quelle risposte: “Sì, povera Ucraina, però…”; “sì, odioso quel dittatore, però il suddito che si ribella dovrebbe tacere…”; “sì, però la gratitudine per gli aiuti ricevuti e ancora attesi dal tycoon doveva indurlo a chinare il capo”; “Sì, quella non era (ma forse lo era davvero) la riunione di condominio dove la virgola scatena furibonde contese, ma un summit d’alto bordo, però quasi quasi lo era…”; “sì, ha ragione di dolersi il piccolo e malvestito presidente, però una cravatta poteva mettersela” (magari, dico io, anche con l’aggiunta di un bavaglio che gli impedisse di profferire parola); “sì, bugiardi quei giornalisti e giornali che fanno di tutte le erbe un fascio schierandosi con madama la convenienza, però… poveretti, chi li protegge!”.
Sì, però, però, però e ancora però. Ma che mondo è quello chegiustifica con un però (“congiunzione avversativa con valore analogo a ma, di cui è d’uso meno frequente avendo senso più decisamente contrario”, così dice il vocabolario) qualunque opinione? Non è un mondo, solo il suo contrario. Secondo il sommo Manzoni, però e anche ma “a parlarne tra amici, è un sollievo”; per l’altrettanto sommo Dante, però e semmai “avvegna che lo servo non possa simile beneficio rendere a lo signore quando da lui è beneficiato, dee però rendere quello che migliore può”; secondo Leopardi, anche lui sommo la sua parte, però e amorevolmente riferita alla ragione “stando così ferma io svengo; e però, se ti dà l’animo di corrermi allato, fa di non vi crepare, perch’io fuggo assai”. Ho riferito tanto per riferire, però (ecco che lo uso anch’io) vi consiglio di farne buon uso, che se ben applicato questa volta vale.
Nessun però è ammesso, invece, se si parla seriamente di guerra in Ucraina o altrove. In questo caso servirebbero “onorevoli compromessi”, quali non lo so ancora e forse non lo saprò mai.Secondo il cardinale Parolin, mite Segretario di Stato Vaticano, “la pace autentica nasce dal coinvolgimento di tutte le parti in causa; bisogna che ciascuno abbia qualcosa, in un compromesso nessuno può avere tutto e tutti devono essere disposti a negoziare qualcosa, altrimenti la pace non sarà mai stabile e duratura”, perché “la guerra è sempre una sconfitta” e la diplomazia è un esercizio difficile, paziente, non talk show. Stanotte, su suggerimento di un editorialista del quotidiano “Avvenire” ho guardato a lungo l’ultima copertina dell’Economist, rivista titolata e autorevole, e ho fatte mie le conclusioni a cui giunge: il tycoon americano si muove come un boss della mafia, a mezza via fra Tony Soprano e “le iene” di Quentin Tarantino…; si sente in diritto di umiliare l’ospite ucraino con toni che appartengono più al gergo di Vito Corleone e alla sua offerta che non si può rifiutare che a quelli di un leader occidentale…; esige il rispetto che usano i cosiddetti “uomini d’onore, come d’altronde hanno sempre saputo i vari Gambino, John Gotti, Genovese… e guai a non rispettare un boss… Questa, purtroppo, “è l’orribile pagina politica che grazie al tycoon (the Donald, nulla più) trasforma gli USA, che forse in molti credevano di vedere ritornare grandi, in nanerottoli da giardino (con tante scuse a Biancaneve e ai suoi sette amici).
In attesa di tempi migliori – verranno, ne sono sicuro, altrimenti che significa sperare e guardare al futuro con altrettante ragionevoli speranze –, torno al mio domenicale diventato oggifunerale, per proporvi di ascoltare quel che canta e dice Angelo Branduardi (è un cantautore, violinista, polistrumentista e compositore italiano, menestrello sognante anche lui come tanti e come me) nel brano, datato non ieri ma 1976, intitolato guarda un po’ la stranezza e il caso “il funerale”, in cui chi s’avvia al Campo Santo è compagno, faina, lupo e poi anche lago, sorgente e giochi dove deporre il capo…
Dice la canzone:
Se viene la sera
compagno non avrai.
Da solo farai la tua strada
e allora la prima sarà la faina…
Verrà per portarti paura.
Se non la fuggirai
sorella ti sarà.
È lei che davvero conosce
l‘ordine segreto che il fiume conduce
per il tuo passo il sentiero sicuro.
Se viene la sera
compagno non avrai.
Da solo farai la tua strada.
Sarà solo allora che da te verrà il lupo.
Verrà per portarti paura.
Se non lo fuggirai
fratello ti sarà.
È lui che davvero conosce
il passo segreto che il monte ferisce.
Per il tuo capo il riparo sicuro,
seguendo la via
che va verso il lago,
Tu troverai la sorgente.
Ritroverai la collina dei giochi
e là tu deponi il tuo cuore.
Invoco comprensione e partecipazione. Grazie!
LUCIANO COSTA













