Il Domenicale

Innominato o Innominabile? Fate voi…

Se devi raccontare incomincia col dire chi racconti, poi aggiungicome”, subito dopo chiarisci “dove, a seguire spiega quando e infine illustra “perché. Una notizia è tale se risponde ai suddetti requisiti – chi, come, dove, quando, perché – altrimenti non lo è. Ma se il soggetto della notizia – il chi – è di quelli che costi quel che costi purché se ne parli, bene o male chi se ne importa?Allora, per la regola non scritta ma semmai richiesta dalla personale intelligenza, ci vorrebbe il coraggio sufficiente per cestinarlo quell’individuo, di lasciarlo nel suo brodo, insomma, lasciando prevalere il saggio “non ti curar di lui ma guarda e passa, che questo è solo un pavoncello a cui le piume regalano effetto ma di certo neppure un grammo in più di cervello.Ragionando su questo soggetto raffigurazione purtroppo dell’uno, nessuno o centomila in libera circolazione – m’è sovvenuto quel che tal Manzoni Alessandro, padre indiscusso del buon raccontare quindi meritevole assai di riguardo, scrisse nel capitolo diciannovesimo dei “Promessi sposi” per illustrare ailettori suoi coetanei, ma anche ai posteri, le sembianze dell’innominato: essere spregevole, il peggio della peggior specie, senz’anima e senza un lembo di pietà, personaggio immaginario, così chiamato per l’impossibilità (allora, che adesso è invece vanto esser lì con nome e cognome per dimostrare la prevalenza dello sfarfallio vanitoso e sonante sul pensiero pensato e silenteoltre che sulla benedetta normalità) di citarne il nome.L’innominato di quel tempo è diventato oggi l’innominabile: stesso basso rango e medesime losche sembianze. Per il vocabolario popolare, innominato/a è persona senza nome, mentre innominabile è persona indegna d’essere nominata col suo nome e cognome. Nei “Promessi sposi” lInnominato è il potente a cui un suo pari chiede di fare ciò che lui non osa: rapire Lucia, promessa sposa di Renzo, e consegnarla alle sue losche brame; nella cronaca dei giorni nostri l’Innominato, ovvero Innominabile, è la somma dei tanti-tantissimi-troppi che con il loro prosopopeico nientestanno riducendo il mondo (materiale e spirituale) a un cumulo di macerie. Costoro non sono l’Araba Fenice pennuta e felice(quella, per intenderci, di cui che esista ognun lo dice, ma chi sia niun lo sa), ma umanoidi ai quali il potere conquistato-lucrato-rubato-preteso-raggiunto-trovato e fatto proprio per altrui dabbenaggine, ha dato alla testa provocando, a loro vertigini d’onnipotenza e agli altri (tanti se non tutti) solo pianto e stridoredi denti. Costoro hanno nome e cognome, sono i “chi” della cronaca, resistono in essa benché indegni di farne parte, godono d’esser indegni ma nominati, essendo noto che poi la platea osannante li premierà comunque…

I nomi di costoro sceglieteli tra i tanti che popolano l’universo (mediatico-istituzionale-politico-casereccio-teatrale-locale-nazionale…) di qui e di là dell’oceano, che comunque pari sono.Intanto, la storia di ieri sembra quella di oggi… Il grande Alessandro Manzoni, appena ieri ma quasi duecento anni fa,raccontava l’esistenza di un tale (l’innominato), descrivendolocome un potente banditoche si faceva beffe della legge e della giustizia vivendo trincerato in un imprendibile castellogareggiando coi coi tiranni mettendosi di traverso alle loro trame e riuscendo in molti casi a vincerli o a farli divenire suoi amici subordinati, essendo tra l’altro superiore a molti di loro per ricchezza e amicizie e a tutti per coraggio e temerarietà”. In aggiunta “poco a poco gli altri signori iniziano a rivolgersi a lui per avere il suo aiuto nelle loro imprese scellerate, aiuto che l’innominato non nega ma, anzi, concede con generosità, per non venir meno alla fama oscura di cui è ormai circondato.

Nel capitolo diciannovesimo dei Promessi sposi” si legge: “Di costui non possiam dare né il nome, né il cognome, né un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò. Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone degli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui…”.

La storia dice poi che “tutti i signori che vivono nel territorio tra i due Stati controllato dall’innominato devono scendere a patti con lui, giacché i pochi che hanno tentato di resistergli sono finiti male (chi chiede il suo aiuto in qualche impresa scellerata, dunque, è praticamente certo di spuntarla). Si rivolgono a lui anche persone che hanno ragione in qualche controversia, al fine di ottenere il suo aiuto prima dei loro avversari, e spesso dei deboli oppressi hanno invocato il suo intervento contro la prepotenza di qualche signorotto locale, ottenendo soddisfazione e diventando suoi debitori. Così facendo e operando tanto al servizio del bene, quanto, più spesso, del male, l’innominato si circonda di una fama sinistra e il suo nome è pronunciato sempre con un’aura di terrore” tutto ciò mentre lui ovunque, esercita un potere praticamente illimitato Far ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altritali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui.

Mi domando: Manzoni ha scritto ieri per oggi, oppure l’oggi è lo stesso di ieri, di modo che quel che è stato scritto allora vale anche adesso? Fate voi. Per il momento io aggiorno l’elenco degli innominabili e benché sappia di non essere, facendo ciò, un buon narratore, evito di presentarli col loro nome e cognome. Quindi, almeno per me, rimarranno: questo, quello, biondo, bruno, bello, brutto, veloce, lento, loquace, taciturno, guerrafondaio, pistolero, becco, becchino, cecchino o che dir altro si voglia. Massimo Gramellini commentando l’altro ieri la sparata del cosiddetto Biondo (“Adesso tutti ci chiamano… ci siamo messi al comando” avrebbe detto sorvolando col suo mega-jet le macerie provocate dai suoi dazi e dai suoi strazi…), ha ribadito che “ogni sciagura umana, basti pensare a Hitler e a Putin, comincia sempre da un narciso vittimista, che si arroga il diritto di interpretare la storia come un complotto universale ai danni del suo popolo. Da qui a quel “ci siamo messi al comando” il passo mi è parso assai breve.Commentando “i dazi più stupidi della storia, frutto del mal pensare la globalizzazione, il ragguardevole Wall Street Journal(quotidiano internazionale pubblicato a New York, con una media a livello mondiale di oltre due milioni di copie stampate giornalmente) ha scritto che “fra i tanti effetti negativi della globalizzazione, c’è la stupidità di un uomo che nessun confinepuò arginare. Chi fosse quell’uomo non si sa Di certo non un chicchessia di passaggio…

La morale della favola è sempre la stessa e dice che la storia si ripete senza aver insegnato nulla, senza aver dato un volto all’innominato, senza aver posto divieti e veti agli innominabiliCon ciò dimostrando che la vitase vale quel che scrisse Guido Morselliè abbastanza provvista del superfluo, ed è così povera di cose essenziali”. Però, dice Lin Yutang, “solo chi sa legger libri senza parole, cioè il libro della vita, può dir cose belle in modo che colpiscano; e solo chi comprende verità difficili a spiegare a parole, può afferrare la più alta saggezza…”. In tal marasma di pensieri resto convinto, insieme a James Harvey Robinson, che “se il pensiero non viene innalzato su un piano molto più elevato di prima, è inevitabile un arretramento della civiltà”. Forse un ritorno all’Innominato e agli Innominabili? Dipende da me, da voi e da tutti. Il rischio c’è e si vede. “In un certo senso afferma LinYutang in Importanza di vivere possiamo dire che oggi l’Europa (o il mondo intero? dico io) non è governata da uno spirito ragionevole e nemmeno dallo spirito della ragione, ma piuttosto da quello del fanatismo…”. Tuttavia conviene, aggiunge il saggioLin, “esprimere fiducia nella capacità della mente umana; credere che l’intelletto umano mortale, per limitato che sia, riuscirà un giorno a farci vivere pacificamente, perché avrà imparato a pensare ragionevolmente”.

LUCIANO COSTA

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