Non c’è più la torre, una sola torre, detta di Babele, ce ne sono così tante che messe insieme fanno una terra, la terra di Babele. Non so adesso, ma ai miei tempi la storiella della torre che doveva essere così alta da arrivare al Cielo e da lì competere con la potenza di colui che il Cielo l’aveva creato attorno alla terra destinata agli umani, era di quelle che smuovevano pensieri-risate-dubbi-fantasie-timori-paure-domande domande domande…ognuna diversa, tutte uguali – ma perché, ma percome, ma per qual motivo, ma per chissà quale vanità, ma per conquistare chi e che cosa…-, fate voi. Seguiva il racconto di quell’incredibile e illuminante avventura che aveva che aveva affascinato l’umanità: “C’era una volta, nell’antichità che più antica non si può, una città che si chiamava Babilonia, bella ricca strana ma anche così stupidina da concedere devozione, residenza e culto stabile al dio Marduk, che tra mille promesse e varie incertezze aveva posto il mito della torre, la torre di Babele, e della sua costruzione, ma non secondo i canoni dettati dagli esperti del tempo, bensì di quelli contenuti nel testo biblico.
Il quale, se ben letto, meditato e magari rimeditato, metteva già in chiaro che l’umanità mai si sarebbe accontentata di essere umanità, volendo invece per sé e per sé sola, onnipotenza, intelligenza, potere e tutto il resto… qualsiasi offerta che fosse vantaggiosa-fruttifera-amena-facile-appagante… Nulla più che una… Babilonia.
Lo ricordate quel brano? Capitolo 11 della Genesi (il primo libro della Bibbia detto anche Libro di Mosè), quello che dice-ridice-ripete-ricorda… (a me e a chiunque non sia così prepotente-ricco-vanitoso-biondo-forzuto-presuntuoso-bello-piacioso-ardito, non importa se indio-europeo-americano-italiano-ebreo-palestinese-russo-cinese-arabo-asiatico-nordista-sudista, dell’est e dell’ovest, di pianura o di montagna, di mare o di lago, di deserto o di foresta, di fiume o di ruscello, di caverna o di tenda… ecc .ecc.- genere maschile, ma facilmente traducibile al femminile -, che nessuno è così superiore-superbo-saccente e incessantemente stupido oltre che ignorante, da credersi immune a qualunque suggerimento, che non siamo unici, ma tanti, tutti destinati a essere, insieme, unici e credibili costruttori di mondi da vivere e far vivere)…
“Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono
di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra”.
Era difficile, per noi allora bimbi e ragazzi in cerca di felici occasioni di gioco e spensieratezze, comprendere quel che il Signore della terra mandava a dire… Allora la maestra metteva tutto in favola… E dicendo “c’era una volta… un popolo, che non accontentandosi della terra avuta in dono, voleva anche il cielo che la ricopriva. Tanto bastò per indurlo costruire una torre alta possente capace di elevarlo oltre ogni immaginazione, fino a raggiungere quel Cielo dentro cui si celavano i misteri della vita, ma anche della morte…” ci metteva in zucca l’essenziale, invisibile ma comprensibile se insaporito da parole pensate, dolci e delicate. “Tutti insieme, felicemente-appassionatamente-tenacemente-allegramente-semplicemente – diceva la maestra -. E se aggiungiamo all’impasto sorrisi-abbracci-baci-carezze-carinerie invece di cretinerie (diceva così e io riferisco) diventeremo tutti amici, ognuno diverso, però tutti uguali in mezzo a caramelle da assaggiare, giochi da fare, scherzi e marachelle da inventare…”.
Così ieri…Oggi invece la torre non c’è più… Al suo posto c’è un’immensa distesa chiamata terra… terra di Babele, una terra in cui non una torre ma missili fatti a torre son pronti per essere lanciati alla conquista del Cielo da popoli e nazioni spinti dal desiderio di farsi un nome e raggiungere la grandezza. Orgoglio o umana insipienza? Forse soltanto un’impresa simbolo di orgoglio e di insipienza umana, per questo punita da Dio – il mio, tuo, nostro, loro – con la confusione delle lingue e la dispersione dei popoli. E Babilonia, la città che per l’ebraico era segno inconfondibile e immutabile del “bālal”, il confondere, luogo caotico di disordine e rissa – una vera Babele – caratterizzato da grande confusione, caos, frastuono e incomunicabilità… e per il classico intendere solo “bab-el”, ovvero porta di dio? Di essa ancora adesso si cercano tracce e certezze. Se ne avete, per favore, segnalatele…
Questo è oggi il mondo in cui stiamo. Così è se vi pare e anche se non vi pare. Che altro dice infatti un mondo in cui la guerra è regina, la pace meschina, la buona virtù del fare insieme disprezzata, la forza esaltata, la ricchezza osannata, la povertà ridicolizzata, la giustizia assoggettata, il Bene calpestato, il far bene il Bene un’invenzione, il Bene Comune un orpello inservibile, la pacifica convivenza fatta brandelli, l’umanesimo disumanizzato, la Civiltà dell’Amore sciupata-vandalizzata-offesa e sostituita da dallo star bene da soli?
Non lo so e forse non lo saprò mai. Però non smetto di immaginare cieli e terre nuovi, cieli e terre in cui, incontrandosi, sia possibile chiedere a chi incontri – e non semplicisticamente – come sta, ma se è felice… Così che si possa trasformare l’ansia di sapere il momento vissuto in occasione per dire semplicemente che sei lì per condividere la felicità o anche per fare in mondo che la felicità mancante possa realizzarsi per te grazie alla mia comprensione e al mio abbraccio.
Tutto il resto, credetelo, vale poco. Vale niente la prosopopea ansiolitica malata perniciosa e disumana di un “biondo americano presidente guerrafondaio” (non il solo, che con lui viaggiano altri, di altri mondi ma di ugual supponenza e stupidità) che si crede padrone di tutto senza averne dignità e neppure censo; vale men che nulla lo stendersi ai piedi dei soliti potenti, certo ricchi di oro, carichi di pietre preziose, ricoperti di danaro, ma sempre e comunque viaggiatori spensierati e incoscienti; non ha giustificazione e ragione pretendere che il mondo cambi da solo…
Diamoci da fare. Abbandoniamo la comoda finestra e scendiamo in strada, mischiamo le nostre speranze di Bene con quelle che cercano il medesimo Bene, camminiamo decisi verso una città che non si chiami Babele, ma Liberata, Unione, Felicità, Universale, Aperta, Condivisa, Amata… E se resta tempo, cancelliamo sciocchezze e amenità… Come quelle inscenate e messe in bella vista (magari perché utili a rendere meno deprimente e opprimente il peso del non fare a favore della pace e della pacifica convivenza (“c’è posto per tutti e non servono residenze fuori porta per acquietare le coscienze assopite dentro un cuscino di indifferenza e di odio” han detto anche ieri alcuni cantori di umanità buona e redenta). Se questo vi conduce a “quei due” – lui americano decrepito e forse instupidito dal troppo posseduto e goduto, lei italiana, baldanzosa interprete di gioviale beltà oltre che di spensierato giovanilismo – che se la menano e se la danno a vicenda con reciproco danno e malanno, non l’ho fatto apposta. Infatti, se fossi stato al posto della lei avrei risposto alla cretineria imbastita dal lui con il silenzio, in attesa della risata capace di seppellire in un solo colpo l’evidente stupidità racchiusa in quella piccola-logorata-malata e pressoché, se già non ormai, inutile mente… Insomma, io quel ridicolo chiacchiericcio-incontro-summit-reunion-vertice o altro così mischiato a discorsi di circostanza e a bugie rivestite di pseudo verità, lo avrei evitato, ben lieto di essere ligio all’ammonimento secondo cui “se lo sa i, lo eviti”. Saggia norma! Peccato che resti spesso un’intenzione, anche e soprattutto ad alti livelli. Come gli ultimi, quelli messi in bella vista da un lui americano che si crede chissà chi e che invece, come hanno scritto giornali e commentatori, è solo un zuzzurellone, bauscia, incivile, coglione e bullo,.. e da una lei tutta italiana alla quale hanno messo addosso la veste dell’innocenza che si fa promessa. Se non v’aggrada, sappiate che questa domenicale rubrica è impicciona e maldestra la sua parte, da perdonare se potete, da leggere e meditare se volete. Ciò mi autorizza a dire, riassumendo, che Babele continua la sua inarrestabile corsa; che l’umanità, privata com’è da umanesimo e civiltà dell’Amore, è panacea e non rimedio al mal-vivere diffuso e vissuto; che la guerra, ieri dei bottoni e oggi dei selfie – scatti fotografici da cellulare et similia – è una somma traboccante di stupidità e credulità-credenza-suppongo-giustificazione… piuttosto che di sapienza e intelletto…. Degna di bambini dell’asilo, che si fanno dispetti ripetendo “ma tu, ma io, ma lei” conditi con lacrime e capricci.
Se basta e avanza non lo so. Però, qui e adesso, sarebbe il caso di rileggere quel che Povia, menestrello di mondi fanciulleschi e favoleggianti, scrisse cantò per elogiare la meraviglia espressa da bimbi che fanno ohoooo! Metto il testo oltre la firma, così che nessuno si senta obbligato a leggerlo. Però, per favore, leggetelo e meditatelo.
LUCIANO COSTA
Dice la canzoncina:
Quando I bambini fanno oh
C’e un topolino
Mentre I bambini fanno oh
C’e un cagnolino
Se c’e una cosa che ora so
Ma che mai più io rivedrò
E’ un lupo nero che da un bacino
A un agnellino…
Tutti I bambini fanno oh
Dammi la mano perché mi lasci solo
Sai che da soli non si può
Senza qualcuno, nessuno
può diventare un uomo
Per una bambola o un robot bot bot
Magari litigano un po’
Ma col ditino ad alta voce
Almeno loro, eh, fanno la pace
Cosi ogni cosa nuova è una sorpresa
Proprio quando piove
I bambini fanno oh, guarda la pioggia
Quando I bambini fanno oh
Che meraviglia, che meraviglia
Ma che scemo vedi però però
E mi vergogno un po’
Perché non so più fare oooooooh
E fare tutto come mi piglia
Perché I bambini non hanno peli
Né sulla pancia, nè sulla lingua
I bambini Sono molto indiscreti,
ma hanno tanti segreti
Come i poeti
I bambini regalano fantasia
e anche qualche bugia
O mamma mia… Bada
Ma ogni cosa e chiara e trasparente
Che quando un grande piange
I bambini fanno oh
Ti sei fatto la bua e colpa tua
Quando I bambini fanno oh
Che meraviglia, che meraviglia
Ma che scemo vedi però però
E mi vergogno un po’
Perché non so più fare oh
Non so più andare sull’altalena
Di un fil di lana non
so più fare una collana
Lalalalalalala
Fin che i cretini fanno
Fin che i cretini fanno
Fin che i cretini fanno boh
Tutto resta uguale
Ma se I bambini fanno ohh
Basta la vocale
Io mi vergogno un po’.
Invece I grandi fanno no
Io chiedo asilo, io chiedo asilo
Come I leoni io voglio
andare a gattoni…
E ognuno è perfetto
Uguale il colore.
Evviva I pazzi che hanno
capito cos’e l’amore
E tutto un fumetto di strane parole
Che io non ho letto.
Voglio tornare a fare oh
Voglio tornare a fare oh
Perché i bambini non hanno peli
Né sulla pancia nè sulla lingua…













