Il Domenicale

La forza del destino impone pensieri e riposo per pensare…

“La forza del destino”, dramma in musica e parole scelto tra diversi altri drammi musicali, ieri è stato messo in vetrina e quindi offerto al mondo dagli abitanti della città di Milano per stupire e confermare che proprio nel giorno della “prima”, alla Scala e non in un qualsiasi altro sito, al centro c’era e doveva restarci sant’Ambrogio, gran protettore oltre che gran maestro di civilissimo e umanissimo sapere. “Sono speciali questi milanesi” (così dicono i cantastorie, così riferisco), capaci di inventare meraviglie, ma anche di esaltare e poi disfare in un attimo quel che altri hanno costruito in saecula saeculorum, abili nell’incassare elogi e insulti e, perché no?, soldi soldi e soldi…, che in meneghino (parlata milanese, usata ma mai vantata qual etichetta di provenienza garantita), si chiamano anche sghèi, giusta e meritata ricompensa dell’ingegno accasato con lavoro serio e indefesso. “Gran mistero i milanesi”, predicava il Porta, poeta sopraffino, prima che il Brera, scrivano popolar-aristocratico-pallonaro di raro acume, li onorasse collocandoli ai piani più alti della pirleria, cattedra popolare dalla quale pirlaautentici e pirla fasulli e improvvisati declamavano più il saputo per caso che il sapere conquistato a fatica. E proprio il Brera, davanti a svuotate bottiglie di Barbera e Barbacarlo dell’oltre Po pavese, sfidò scribacchini e venditori di parole – suoi colleghi, mica stranieri invasori -, a mettere in chiaro e quindi definire i milanesi che, di fatto, assicuravano loro pane e companatico.

Tra il serio e il faceto se ne sentirono, tutte insieme affratellate e affardellate, di orbe e di crude, ognuna impegnata a sostenere che i milanesi, o meneghini, erano, di volta in volta, genericamente e furbescamente, bauscia, siòr, padrù e anche pirla. Insomma, un gran miscuglio di signori, padroni, co…nigli (absit iniuria verbis, frase che tradotta significa “… sia detto senza offesa”, allocuzione usata da giuristi e avvocati come premessa a un discorso in odore di offesa e ingiuria nei riguardi di qualcuno) e poi conti-visconti-banchieri-industriali-borsisti-stilisti-modisti-modaioli-commercianti-comunicatori-televisivi-editori-cineasti-inquirenti-inquisitori-letterati-professori-speculatori-riccastri-poveracci-lavoratori-lazzaroni-nostrani-terroni-santi-ladri-beoti e beati… e chi più ne ha più ne metta... Grazie alla forza del destino in voga allora – anni Sessanta-Settanta del secolo scorso e nulla piùMilano era una città da bere. Adesso, invece, non si sa o non interessa saperlo. Resta, per la verità, metropoli invidiata, la più ricca del “bel Paese”, bella la sua parte (che non è poca roba), invidiata e ogni volta contrapposta ai languidi venticelli ponentini di stanza di qua e di là del romanaccio Tevere…

“Sono unici questi milanesi”, ho sentito dire a Londra, Mosca, New York, Pechino, Nuova Delhi, Tokio, Canberra, Buenos Aires, Brasilia e in qualunque altra città con voglia e forza di misurarsi in singolar tenzone…  Madre Teresa, santa suora che a Calcutta medicava i lebbrosi e in giro per il mondo insegnava ad amare anche i più acerrimi nemici, incontrata a Milano, stadio San Siro, insieme ad altri centomila in cerca di parole con cui condire il futuro, disse che i milanesi “se non ci fossero bisognerebbe inventarli”, perché pochi altri come loro erano generosi e capaci di accogliere e abbracciare…

Ripensando alla forza del destino che mi fece incontrare proprio a Milano quella suora benedetta, ho rivisitato stamani all’alba la definizione di meneghino (termine inventato da Carlo Maria Maggi, scrittore e commediografo vissuto, ovviamente a Milano, tra il 1630 e il 1699 e non a caso considerato il padre della letteratura milanese), inizialmente maschera della commedia dell’arte, poi simbolo popolaresco della città, identificazione dello stato di cittadino, aggettivo indicativo di ciò che è più caratteristico della città e dei suoi abitanti, sempre personaggio caratterizzato soprattutto da onestà, sincerità (simboleggiata anche dal fatto che, a differenza di molti personaggi della commedia dell’arte, egli non indossava una maschera) e da un forte senso di giustizia, abilissimo nell’assumere diversi ruoli – sul palcoscenico e in vie e piazze -, tra cui quello del padrone, del contadino e del mercante, ovviamente a seconda degli umori de “la forza del destino”, la quale, lo si voglia o no, irrompe e interrompe qualunque sogno, dice che tutto è stabilito, che vita e morte sono casualità, che essere e divenire non si comprano, che sapere e non sapere sono condizioni imposte piuttosto che cercate, che ricchezza e povertà appartengono al caso (anche lui “forza del destino”?), che essere e divenire dipendono da pensieri pensati e mai da pensate e furbe divagazioni.

Spinto da così impervie riflessioni, ho riletto quel che Mario Delpini, arcivescovo di Milano e della sua estesa arcidiocesi, (detta anche Ambrosiana, con tanto di rito riservato e unico) aveva appena detto ai milanesi con il tradizionale discorso alla città, in diritto e dovere di pronunciare alla vigilia della festa patronale. Straordinarie parole, credetemi, quelle udite e lette, tali da indurre a riflessioni coraggiose, capaci di sconvolgere sia “cuori ben nati”, sia semplici “o bei o bei”. Meriterebbero lettura e lettori quelle parole… Ma, si sa, la pubblicistica, adesso, è in tutt’altre faccende affaccendata. Però, qui e adesso, io quelle parole, se non tutte almeno una buona dose, le prendo a prestito e le metto a disposizione dei miei domenicali lettori.

Premesso che il vescovo ne ha per ciascuno – cittadino o suddito, senza distinzione – ne scelgo alcune, lasciando le altre, tutte di ugual valore, a disposizione di chi vorrà cercarle. Le prime e più incisive dicono che “la gente non è stanca della vita, ma di una vita senza senso, che è interpretata come un ineluttabile andare verso la morte, di una previsione di futuro che non lascia speranza, di una vita appiattita sulla terra, tra le cose ridotte a oggetti, nei rapporti ridotti a esperimenti precari, stanca perché derubata dall’Invisibile che dà senso al presente, sostanza al desiderio, significato al futuro…”. Però, precisa il presule, “la stanchezza della gente non è per la fatica del lavoro, perché la gente lavora con passione e serietà, impegna le sue forze, le sue risorse intellettuali, le sue competenze, lavora bene ed è fiera del lavoro ben fatto”. Invece, “la gente è stanca di un lavoro che non basta per vivere, di un lavoro che impone orari e spostamenti esasperanti, stanca degli incidenti sul lavoro, di constatare che i giovani non trovano lavoro e che le pretese del lavoro sono frustranti, stanca della burocrazia, dell’ossessione dei controlli che tratta ogni cittadino come un soggetto da vigilare, piuttosto che come una persona da coinvolgere nella responsabilità per il bene comune…”. Poi dice anche che “la gente non è stanca della vita di famiglia, perché la famiglia è il primo valore, e il bene più necessario per la società, è la trama di rapporti che dà sicurezza, incoraggia, accompagna”, che semmai “la gente è stanca della frenesia che si impone alla vita delle famiglie con l’accumularsi di impegni e delle prestazioni necessarie per costruire la propria immagine, per non far mancare niente ai figli, per non trascurare gli anziani, stanca di quell’impotenza di fronte a un clima deprimente che avvelena i pensieri, i sogni, le emozioni dei più fragili, che induce tanti adolescenti a non desiderare la vita”. Afferma poi che “la gente non è stanca dell’amministrazione, dei servizi pubblici, delle forze dell’ordine, della politica, perché è convinta che la vita comune abbia bisogno di essere regolata, vigilata, organizzata, ma che è stanca, invece, di una politica che si presenta come una successione irritante di battibecchi, di una gestione miope della cosa pubblica, stanca di servizi pubblici che costringono a ricorrere al privato, di un’amministrazione che non sa valorizzare le risorse della società civile, le iniziative della comunità per l’educazione, l’assistenza, l’edilizia, la sanità, stanca del pettegolezzo che squalifica le persone”. Spiega che “la gente non è stanca della buona comunicazione, perché la comunicazione è il servizio necessario per avere un’idea del mondo. Invece la gente è stanca di quella comunicazione che raccoglie la spazzatura della vita e l’esibisce come se fosse la vita, stanca della cronaca che ingigantisce il male e ignora il bene, stanca dei social che veicolano narcisismo, volgarità e odio…”.

A ogni capitolo il vescovo Mario aggiunge, a mo’ di invito e conclusione, una richiesta così formulata: “Per favore, lasciate riposare la gente! Lasciate riposare la terra! Lasciate riposare la città!, perché gente, terra e città hanno bisogno di riposare, per riprendere forza e ricominciare a sperare. E siccome tutti siamo chiamati a fare e cooperare per rendere migliore il presente e felice il futuro, converrà far tesoro dell’invito con cui il vescovo chiude la sua mirabile, quindi degna di lettura e rilettura, riflessione, quello che dicendo “poi, riposate un po’ anche voi!” vale come stimolo a pensare e ripensare chi siamo e dove stiamo andando mentre il mondo s’abbevera di guerra, dimentica la bellezza del vivere nella Pace e accredita “la forza del destino” col titolo di  supremo giudice delle umane conquiste ed eccellenti stupidità.

LUCIANO COSTA

(P.S. – Se interessa, il discorso di monsignor Delpini lo trovate in rete e anche in libreria)

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