Il Domenicale

La notte del sabato ha annunciato un’altra domenica di guerra…

Doveva e poteva essere un semplice sabato di vigilia, dedicato al passeggio se non proprio al rimirare “la donzelletta”, che venendo “dalla campagna, in sul calar del sole, recando “in mano un mazzolin di rose e di viole, onde, siccome suole, ornare ella si appresta, dimani, al dì di festa, il petto e il crine…”. Ve la immaginate quella “donzelletta…” (ben raccontata da Leopardi dentro “il sabato del villaggio”), la quale “siede con le vicine, su la scala…”, in attesa che la “la squilla” dia il “segno della festa che viene” e offra giusto tempo ai fanciulli che “su la piazzuola in frotta, in qua e in là saltando, fanno un lieto romore…”, sperando insieme che in tanto trambusto sia concesso agli umani erranti per vie e piazze di capire come “il cor si riconforta” solo e soltanto se ornato di “bene” e non di “male”? Orbene, anche adesso, quella “donzelletta” viene a dire che nonostante sia diffuso e assordante lo spregevole urlo annunciante guerra, il sabato, magari quel che è vigilia del domenicale incontro, “di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia…”, tal quale “un giorno d’allegrezza pieno, giorno chiaro, sereno… stato soave, stagion lieta…”, magari sperando che “la festa” – tua mia sua o di chiunque cammini in compagnia -, “ch’anco tardi a venir non ti sia grave”.

Poteva e doveva essere un sabato caratterizzato da quel sapore e sentire…. Invece, il sabato che stava consumando gli ultimi scampoli di tempo di cui disponeva, che quieto e sonnacchioso contava i gol segnati e subiti da squadre di calcio titolate e amate oppure senza seguito se non quello dei soliti vicini, che ascoltava melense canzoni rattoppate per sembrare attuali, che scherzava coi mille canali affollati da immagini che dir banali è offendere la banalità che li ispira, che misurava le facezie espresse da cialtroni comunicatori senz’anima e cultura, che pesava il senso (ma si può pesare qualcosa che non ha sostanza?) delle parole con cui strampalati politici cercavano di dipingere il muro della loro vacuità, che gridava la sua voglia di una domenica finalmente domenica, non era il giorno dell’attesa vigilia di festa, ma solo quello che la storia avrebbe consegnato ai posteri con il titolo di “giorno di terrore e nuove guerre”, giorno in cui l’insipienza umana, rasa al suolo la ragione, pretese e impose in sua vece la forza bruta delle armi, della stupidità, dell’ignavia, del me ne frego… In quel declinare del giorno di sabato, il cielo sopra le case, le piazze e le vie di questa e quella città (dell’uomo o di nessuno?) non si popolò di stelle ma di lampi ostili e tragici, lampi e baleni frutto di umane perversioni, risultato di folli corse alla conquista del titolo di “miglior guerrafondaio”. In questo sabato, appena ieri, quando mancavano due ore alla mezzanotte che lo avrebbe concluso, popoli abitanti la medesima terra e ognuno impegnato a rendere gloria a un proprio Dio, hanno impugnato la spada per farsi reciprocamente danno, male, offesa e morte…

Eppure, di lì a poco sarebbe tornata la domenica, quella che Mario (Mario Riva, il musichiere sognante, ve lo ricordate almeno voi vecchi?), cantando allegramente (ma erano altri tempi!) definiva “domenica è sempre domenica” giorno che “sveglia la città con le campane…” e che al primo din-don “ognuno, appena si risveglierà, felice sarà e spenderà…” i suoi quattro “soldi de felicità”, ben sapendo che sarà “domenica pei poveri e signori”, in cui “ognuno può dormir tranquillamente…”, ovviamente salvo imprevisti e guerre, che di questi tempi son di casa, per adesso altrove, poi si vedrà.

Aspettando la domenica, tra spettacoli di rara stupidità e pochezza, spezzoni di chiacchiere imbastite per sembrar decoro al dovere di pensare e informare, notizie spicciole intrufolate tra le pieghe del giorno, notiziari sportivi in cui i si dice e si vedrà superavano di gran lunga la realtà, di fronte al cielo che si vestiva di lampi e tuoni malvagi prodotti da umani malvagi, di nuovo ho sentito la voce del ragazzo che dolorosamente mi chiedeva: “Perché quelli lì – così diceva e così riferisco – vogliono fare la guerra?”. Ho dovuto rispondergli di non saperlo e aggiungere, mediando e misurando le parole, che forse si trattava di incomprensioni risolvibili usando, se mai l’avessero, il buon senso. “Ma se sparano cannonante – ribadì il ragazzo – come fanno a capirsi?”. Appunto, ho risposto “non si capiscono e non capendosi fanno la guerra”.

Mi sentivo in colpa. Le mie, infatti, erano risposte parziali. Avrei invece dovuto spiegare al ragazzo, che mi chiedeva lumi e conoscenza, l’orrore della guerra alla maniera con cui il vecchio combattente, reduce da una guerra subita, l’aveva spiegato a me: “Uno contro l’altro – mi disse – come fantocci messi lì a sparare senza neppure sapere a chi e perché. No, non è umana la guerra, non è intelligente spararsi, non è ammissibile che alle parole si sostituiscano le pallottole e le bombe. La guerra è solo orrore, morte, devastazione, dimostrazione di stupidità, incapacità a usare la ragione al posto dei muscoli… E’ la somma continua di morti ammazzati, di lagrime imposte, di macerie accatastate, di brandelli umani sparsi su prati che meriterebbero invece di ricevere fiori e sementi adatte per far crescere frumento e grano.”. Quel reduce è morto lasciando un diario di guerra scritto a mano e preservato con cura all’usura del tempo (è intitolato “la guerra è una pazzia”), che se letto e meditato impedirebbe a chicchessia di pensare alla guerra come rimedio…

Fa paura e ho paura a sentir parlare di “guerra mondiale”. Come tanti, non tutti purtroppo, dico che “la guerra è contraria alla ragione, che è una follia, “perché – come sostiene Francesco, papa amato e coraggioso “è folle distruggere case, ponti, fabbriche, ospedali, uccidere persone e annientare risorse anziché costruire relazioni umane ed economiche… La guerra è una terribile pazzia alla quale non ci possiamo rassegnare”. La guerra stravolge tutto, la guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: che senso ha volersi sviluppare mediante la distruzione? A Redipuglia, all’ingresso del grande sacrario che ricorda gli orrori della guerra, fa impressione leggere quel che per molti (purtroppo non per tutti) è il motto beffardo di ogni guerra: “A me che importa?”.

In quel cimitero immenso riposa anche mio nonno Francesco, morto al fronte durante la Prima Grande Guerra. Ed è pensando a lui che ogni volta mi chiedo come sia possibile, ancora adesso, accettare quella affermazione e non il suo opposto – “mi interessa” – come risposta. È possibile, mi ha spiegato uno sconosciuto incontrato un giorno tra le file di tombe, “perché dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi…”. Nell’enciclica Pacem in terris, che papa Giovanni XXIII scrisse nel 1963 quando già vedeva avvicinarsi il suo ultimo giorno, si legge: “Gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico”.

Stamani ho riletto il brano di un saggio cronista che diceva come “nella storia abbiamo visto tante scintille trasformarsi in incendi devastanti”. Ho allora percepito di nuovo la paura della guerra avanzante inesorabile e assurda, quella che adesso sconvolge l’Ucraina, distrugge Israele e la Palestina, infuoca l’intero Medio Oriente e preoccupa il resto del mondo… La stessa guerra che dopo due guerre mondiali, negli anni Novanta del Novecento devastò Bosnia ed Erzegovina… e della quale i sopravvissuti riportarono a noi quella frase drammatica che diceva: “Mai avrei immaginato che sarebbe potuto succedere di nuovo…”. E invece, ecco di nuovo avanzare l’orrore della guerra. E di nuovo eccomi pronto, spero non da solo, a chiedere: “Davvero è impossibile evitare che di nuovo il mondo si misuri con la guerra anziché con la pace?”.

Domani, passata la domenica, saremo uguali a ieri o già peggiori di quanto non fossimo? Tra i fogli sparsi e accatastati per diventare forse lume o forse lerciume da consegnare alla raccolta differenziata, stamani ne ho trovati due pieni zeppi di frasi altisonanti, buone per condire i giorni… certo se e come fosse palese la voglia di condirli e insaporirli per essere degni di far parte della tavola preparata per la festa. Se li volete aggiungere alla vostra domenica, eccoli, in ordine sparso, senza nome, senza altra pretesa se non quella di far parte dei “pensieri pesanti”, quelli necessari a rendere migliori i giorni… Dicono:

Chi persegue la virtù vive un tempo di silenzio, chi si fonda sul potere è solo per sempre.

L’uomo illuminato vede le cose al di là delle cose, pensa alla vita oltre la vita, predilige un tempo di silenzio all’eterna solitudine.

Meno ci si cura del mondo, meno se ne è contaminati; più ci si consacra al mondo, più si è presi nei suoi astuti inganni.

Per l’essere nobile, dunque, l’ingenuità è da preferire all’esperienza, l’impeto alla cautela.

Chi rifugge dal potere e dagli onori è puro, ma ancor più puro è chi si accosta ad essi senza esserne corrotto.

Chi ignora le risorse dell’intelletto è nobile, ma ancor più nobile è chi le possiede senza farne uso.

E’ sufficiente liberarsi dai desideri del volgo per distinguersi da esso.

Un passo indietro assicura un passo in avanti.

Una prodezza grande come la terra è cancellata da una sola parola: l’orgoglio.

L’erba appassita ha un colore spento, eppure può generare lucciole che nelle notti estive riflettono il chiaro di luna.

Anche all’apice delle responsabilità pubbliche non bisogna perdere il gusto di un ritiro sui monti o nei boschi.

Anche soggiornando in prossimità di sorgenti selvagge bisogna servare interesse per gli affari del proprio paese.

Nelle attività pubbliche non rivendichiamo per noi tutti i meriti; è già un merito non commettere errori; nel rapporto con gli altri non speriamo gratitudine per le nostre buone azioni: è già una buona azione non suscitare rancori.

Occorre aver dimorato in un luogo di pianura per sapere che è pericoloso spingersi ad altezze eccessive; occorre essere rimasti a lungo nell’oscurità per sapere che si resta abbagliati da una luce troppo viva.

Occorre aver dimorato nella quiete per sapere che è faticoso amare il movimento; occorre essere rimasti a lungo in silenzio per sapere che il troppo parlare estenua.

Non devo vergognarmi dei miei molti difetti; quel che mi preoccuperebbe sarebbe di non poterne correggere alcuno.

E’ preferibile preservare un’opera già compiuta che progettarne una nuova intempestivamente; è preferibile guardarsi dagli errori a venire che rimpiangere quelli già commessi.

Una sollecitudine troppo invadente può rendere ostili, un dono insignificante può rendere felici.

Non rinunciamo a esprimere un’idea personale dinanzi all’incredulità dei più; non importa la nostra opinione senza curarci di quel che dicono gli altri.

Non arroghiamoci piccoli vantaggi a scapito dell’interesse generale; non favoriamo le nostre relazioni personali sfruttando l’opinione pubblica…

Tutto il resto è opinabile, labile, inutile, forse attribuibile a questo o a quello… (ciascuno lo faccia a suo piacimento), ben sapendo, purtroppo, che nessuna massima, anche la più saggia, cambierà i pensieri di coloro che i pensieri li considera soltanto un sovrappiù…

LUCIANO COSTA

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