Questione (solo) di punti di vista? No, non di punti di vista, ma di ragioni sensate-pensate-meditate e sofferte, tutte lì per andare oltre e aiutare, se possibile, a pensare… Pia illusione, ovviamente, che a pensare ben pochi ci pensano e ancor meno lo reputano un esercizio degno d’attenzione. Leggo a recensione di una breve-brevissima favoletta scritta da Victor Do Santos e pubblicata da “terre di mezzo”, che mi sembra fatta apposta per dare ai punti di vista valore di lezione buona per tanti se non per tutti, che “considerare quanta gente strana ci sia al mondo è il primo passo per capire che esistono tanti altri punti di vista rispetto ai nostri. Molte persone dicono cose che noi non condividiamo e che magari ci fanno arrabbiare perché rappresentano pensieri e modi di stare al mondo contrari ai nostri. Ma è normale. Non siamo fatti con lo stampo e ciascuno ha propria originalità, il proprio modo di essere e di comportarsi. Alcuni rasentano il perfezionismo nel timore di essere giudicati, altri pensano solo a se stessi e all’esteriorità, ad altri ancora, invece, non interessa assolutamente nulla di cosa gli altri pensano dei propri stili di vita o di come si vestono. La conclusione è che le persone sono tutte strane…”.
Ma, davvero proprio tutte? Forse sì o forse no. Dipende dai punti di vista, o di svista se preferite.
Per esempio, non reputo strana una persona come Mario Delpini, arcivescovo di Milano in scadenza per raggiunti limiti di età, che di fronte alla città – questa o quella, senza distinzione alcuna – in tutt’altre faccende affaccendata, ha deciso di togliere alla solennitàdel Corpus Domini, la festa liturgica che a chi crede dice e mostra la presenza di Cristo Eucaristico (se interessa la Chiesa la celebra proprio oggi) quell’alone “festaiolo, pomposo, turistico, mondanoe modaiolo” impostogli dalla processione divenuta tradizione e dimostrazione di sfarzosità e di restituirgli per intero il valore originale, quello fatto di preghiera-mistero-devozione–partecipazione–fede-speranza-carità… In tal mondo, alla città dell’uomo vilipesa, ridotta a brandelli dalla corsa frenetica al danaro e al potere, intesa come luogo da occupare, sciupare e mostrare alla massa turistico-festaiola in cerca di emozioni piuttosto che come luogo di approdo, transito, conoscenza e ricerca, il mite arcivescovo ha offerto il suo Duomo – “El Domm de Milan…”, che sarebbe, per dirla con Emilio De Marchi, “‘la gesa pussee granda de Milan, e la se troeuva in mezz a la Piazza del Domm, in del center de la cittaa. L’è vunna di construzion gotich pussee famos e pussee grand del mond. El Domm l’è dedicaa a la Santa Maria Nassent, e in scimma a la gulia pussee valta del Domm gh’è ona statua tutta dora de la Madonna, ciamada, per l’apont, la Madunina” – come luogo di incontro transito amicizia e conoscenza del mistero racchiuso nella festa. “Grazie, Mario”, han detto in tanti… Ma altrettanti e forse di più gli hanno detto e dicono che la massa, benché lontana dallo spirito religioso della festa, vuole quel tocco turistico-social-misterioso-religioso che illude e illumina fantasie a cui seguono commerci e guadagni… Che ci ripensi, dunque, quel “pret de el Domm…”.L’arcivescovo Mario ha invece tirato dritto e la festa, processione compresa, ha spaziato nel Duomo più famoso e più grande del mondo.
Tutto fuorché strano reputo il Riccardo – Riccardo Muti, grande direttore d’orchestra, musicista orgoglio e vanto del mio e sperovostro Paese – che ha usato una città amata e ospitale (Ravenna, dove le tante e anche, purtroppo, vuote-vuotine chiese sono considerate officine in cui si forgiano e custodiscono pensieri pensati) come luogo d’incontro per genti diverse pronte a essere uguali in nome della musica, meglio se buona e corale, grande nel suo insieme di lode e di partecipazione al concerto per la “madre terra”. E’ successo l’1 e 2 giugno, quando migliaia di cori e coristi, professionali e amatoriali, e di voci bianche, di ogni regione d’Italia, tremilacinquecentoquarantasei in tutto, hanno formato quel coro più grande del mondo capace di fondere pensieri e di renderli musica senza limiti e tempo, pensieri infiniti, cioè mai finiti… pronto a dimostrare che un’esperienza collettiva di grande trasporto, pensata tra musica, spiritualità e impegno civile è quel “cantare amantis est”– tradotto significa “cantare è proprio di chi ama”, frase attribuita a sant’Agostino – che rende la città, questa o quella e ovunque abbia dimora, degna d’essere abitata e vissuta insieme.
Potrei continuare a segnalare persone tutt’altro che strane (per esempio: il presidente Sergio Mattarella, che nel gran marasma di politicanti con poca arte e tanta prosopopea, mantiene salda la rotta; papa Leone XIV, che non smette di gridare pace e fratellanza, perché di queste son fatte le terre che ci ospitano; l’illusa Marjane Satrapi, morta pochi giorni fa, iraniana in fuga,innamorata della libertà, disegnatrice di mondi finalmente senza barriere ideologiche o temporali, lontana da ogni distinguo di razza e religione, vicina invece ai sogni della sua, mia e nostra gente più umile e vera, che nella sua “Persepolis”, riferendo l’ammonimento della nonna alla nipotina, mise in chiaro che “nella vita conoscerai parecchi imbecilli: se ti daranno dei dispiaceri, pensa che è la loro stupidità che li induce a farti soffrire… questo ti eviterà di ripagarli con la stessa moneta, perché non c’è nulla di peggio a questo mondo del rancore e la vendetta… cerca perciò di mantenerti sempre onesta e degna di te stessa”; quello sconosciuto che non manda mai indietro nessuno a mani vuote; quella suora che mendica e medica offrendo insieme sorrisi, accoglienza e comprensione; quel rifiutante ogni dio, ma che comunque vede la mano misteriosa di un dio di tutte le consolazioni pronta a stringere altre mani e ad asciugare qualsiasi lacrima; quel governante che lascia la giubba e veste la tuta perché quella è la divisa di chi è chiamato a dirigere città e paesi; quel sindacalista che non grida, perché è costruendo responsabilità che si cancellano vergognose inadempienza; quel pellegrino devoto che a ogni passo camminato chiede di regalarne uno a chi ha smarrito la capacità di camminare insieme….
Ma, ho pensato stamani, quanti Mario e Riccardo, quanti Sergio e Leone, quante Marjane e suore mendicanti e curanti, quanti sconosciuti che del Bene fanno virtù e non spettacolo ci sono in giro per il mondo o anche solo per l’italico suolo? Non so quanti, ma son certo che ci sono. Da loro e con loro trovo certezza per giorni migliori… Di ognuno di loro ho fiducia. E son certo che se la Verità (quella offesa da troppi parolai in libera uscita) sta crollando, la strada da seguire e cercare è quella della fiducia che essi sanno onorare e donare... La stessa che il piccolo amico protagonista di favole nuove ha colorato di giallo luminoso e gioioso, pieno di quell’energia vitale di cui i bambini sono innocenti e credibili portatori, solare, radioso come il sole caldo della vacanza al mare, un regalo per il nonno, un invito a fermarsi per contemplare… In “venti buone ragioni per ascoltare un bambino”, Giovanna Zoboli dice che “in un mondo di urlatori e distratti egocentrici, saper ascoltare un altro è un’arte rara. Ma anche una competenza che si può allenare, non senza metter mano ad almeno due altre arti…”. Per esempio il silenzio e l’attenzione: il silenzio perché consente al bimbo d’essere ascoltato, l’attenzione perché solo nell’attenzione al suo mondo e modo d’essere si va oltre al solito e si incontra l’insolito che dice pace al posto di guerra, amore invece di odio, baci invece di calci…
Come sempre, gente, meditiamo, meditiamo. Senza illudersi, senza dimenticare che in giro “c’è chi regala a piene mani e nessuno gli è grato...”. Il che dimostra come “il modo di donare val più di ciò che si dona”. Lo ha scritto nel Seicento tale Pierre Corneille, lo ritrovo adesso nel breviario domenicale di Ravasi e lo ritengo lezione di vita… Degna di meditazione e di attenzione.
LUCIANO COSTA













