Il Domenicale

No, non reggo più il brulicare di gente che dei pensieri pensati se ne fa un baffo…

Forse, chissà, non si sa, però, potrebbe, semmai… Ma quando e come, magari senza il codazzo di dubbi attese e misteri che ogni volta affiora per dire che tutto è labile, dipendente in tutto e per tutto dagli umori di questo o qual potente? Non illuderti, questa èla prassi e se speri qualcosa di nuovo, magari che una risata li seppellirà, sei un illuso. Quindi, io sottoscritto sono un illuso. E se potete o semplicemente vi va di farlo, perdonate il disturbo. Sappiate comunque che resto convinto del fatto che il mondo sia bello perché vario – grande verde blu giallo arancione rosso azzurro buono… pieno di persone anche loro colorate (con un più di nero-scuretto-grigio-sabbia in aggiunta) che sono amiche o nemiche a seconda di come le consideri e che vorresti fossero) – o magari solo avariato – brutto marcio sporco corrotto bombarolo violento amaro avaro cattivo… ecc. ecc. e ancora ecc. – o ancor più semplicemente perché io-tu-noi-voi-loro-essi lo vogliamo così. Oggi più di ieri non ho voglia di immergermi nel labirinto di pensieri inconclusi e includenti che circondano questo mondo, un mondo in cui vive sguazza impera fa disfa illude crogiola e si dimena un pazzoide -uno dei gtanti in libera uscita – che festeggia l’ottantesimo compleanno menando il can per l’aia, sperperandosessanta milioni di dollari non si sa se pubblici, se di pubblica decenza, giusta appartenenza o, invece… (chissà come dove: fate voi…); ed eccone un altro che si vanta di essere il primo umano trilionario, cioè possessore di tante banconote da cento dollari che se messe una sull’altra raggiungerebbe, secondo gli esperti, unaltezza di oltre mille chilometri, e che se raffigurate in numeri correnti abbisognerebbero di dodici (scala corta inglese) o addirittura di diciotto zeri (scala lunga classica italiana) aggiunti al numero iniziale (sic, doppio e triplo sic!); e poi un altro, di bianco vestito, sorridente e misericordioso, che accarezza gli ultimi e che per tutti, ultimi o primi poco importa, invoca chiede spera auspica pace pace pace e ancora pace; a seguire un altro che disegnando chiede se i soldi servono per produrre armi o invece per produrre armi per produrre soldi; poco più in là eccone un altro che ricorda a me e a chiunque voglia intendere che in un mondo siffatto resta solo la certezza che le mamme dei soldati, qualunque sia l’esercito a cui appartengono, sonno per istinto che la guerra c’è da sempre chi la fa e chi la fa fare; e che di solito in tale guerra vanno a morirci i figli dei poveracci, mentre quelli dei potenti restano a casetta”; appena dopo, ecco i  nuovi predicatori di sciagurata sventura sventurata, che si vantano d’essere feccia piuttosto che goccia recante magari buone novelle (leggo in “per posta” che “costoro sono “metamorfosi del populismo più sfacciato e becero che sta rendendo certa parte politicamente schierata ancora più cinica e  xenofoba che pria…” e non so dargli torto). Poi, fuori schema ma tenacemente nello schema che associa virtù e impegno, Venanzio Postiglione mi ricorda che la libertà è da sempre e per sempre associata a rispetto, sua parola gemella e che, almeno secondo gli ammonimenti di Martin Luther King o Immanuel Kant se preferite, la mia libertà finisce dove incomincia la tua… una regola adesso fuori uso o desueta, che però continua a definire, anche per i vari celoduristi di prima seconda terza e quarta generazione “il limite morale ed etico del nostro agire per evitare che le nostre azioni ledano i diritti e lo spazio vitale altrui. Libertà, libertà… Però, di quanto scempio è rivestitaE tanto scempio la fa diventare discorso d’odio invece che libera e lodevole espressione, rabbia e follia piuttosto che comprensione e condivisione…

Basta e avanza… Però, perché mai dovrei privare gli amici lettori di letture che sebbene a latere”, datate, vecchie e magari solo occasionali e pretestuose possono arrecare beneficio al pensiero corrente? Ecco dunque due canzonette, vere e sagge poesiole, rubate agli archivi e servite con la raccomandazione di sostituire agli annunciati i nuovi enunciati (insomma: al posto di nomi esigle di ieri mettete nomi e sigle di oggi, che il prodotto non cambia), che dilettando facciano pensare. La prima poesiola-canzonetta-verso-urlatina-bisbiglio-temporale l’ha scritta il sognatore, illuso illustre anche lui, Rino Gaetano quando il calendario segnava l’anno 1978 (“nuntereggae più” è il suo sublime e ancora attuale titolo) che adesso io mi permetto di dedicare a me per primo e poi a chiunque si senta ogni dì e istante bersaglio piuttosto che protagonista del tempo… La seconda filastrocca-avvertenza-cantata-riflessione-memoria e lezione (“La guerra di Pietro” il suo titolo) è datata 1966 e l’ha scritta il menestrello De Andrè al quale non dispiacerà se adesso io la propongo qual meditazione illuminante a quel pazzoide biondo ondulato ottantenne con braghe e bretelle a stelle e strisce, che di guerra e di intelligente-buona-servizievole- benefica politica se ne fa un baffo. Ve le propongo entrambeLeggete se volete, oppure evitate di leggere se pensate possano essere cagione di malessere o di tempo sprecato. Io, ma forse per me solo, le considero istruttive, degne di una domenica che annuncia l’estate e aspetta una firma, che forse verrà o forse non verrà, in grado di specificare se e come la guerra e le guerre finiscano…

Disse, scrisse e cantò Rino Gaetano:

Abbasso e alè (nun te reggae più)
Abbasso e alè (nun te reggae più)
Abbasso e alè con le canzoni
Senza fatti e soluzioni
La castità (nun te reggae più)
La verginità (nun te reggae più)
La sposa in bianco, il maschio forte
I ministri puliti, i buffoni di corte
Ladri di polli
Super pensioni (nun te reggae più)
Ladri di stato e stupratori
Il grasso ventre dei commendatori
Diete politicizzate
Evasori legalizzati (nun te reggae più)
Auto blu
Sangue blu
Cieli blu
Amore blu
Rock and blues (nun te reggae più)

Eya alalà (nun te reggae più)
Pci psi (nun te reggae più)
Dc dc (nun te reggae più)
Pci psi pli pri
Dc dc dc dc
Cazzaniga (nun te reggae più)
Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli
Susanna Agnelli, Monti Pirelli
Dribbla Causio che passa a Tardelli
Musiello, Antognoni, Zaccarelli (nun te reggae più)
Gianni Brera (nun te reggae più)
Bearzot (nun te reggae più)
Monzon, Panatta, Rivera, D’Ambrosio
Lauda Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno
Villaggio, Raffa, Guccini
Onorevole eccellenza, cavaliere senatore
Nobildonna, eminenza, monsignore
Vossia, cherie, mon amour
Nun te reggae più

Immunità parlamentare (nun te reggae più)
Abbasso e alè
Il numero 5 sta in panchina
S’è alzato male stamattina
Mi sia ‘onsentito dire (nun te reggae più)
Il nostro è un partito serio (certo)
Disponibile al confronto (d’accordo)
Nella misura in cui
Alternativo
Aliena ogni compromesso
Ahi lo stress
Freud e il sess’
È tutto un cess’
Ci sarà la ress’
Se quest’estate andremo al mare
Solo i soldi e tanto amore
E vivremo nel terrore che ci rubino l’argenteria
È più prosa che poesia

Dove sei tu?
Non m’ami più?
Dove sei tu?
Io voglio tu
Soltanto tu, dove sei tu?
Nun te reggae più

Ue paisà (nun te reggae più)
Il bricolage (nun te reggae più)
Il quindicidiciotto
Il prosciutto cotto
Il quarantotto
Il sessantotto
Le pitrentotto
Sulla spiaggia di capocotta
(Cartier Cardin Gucci)
Portobello e illusioni
Lotteria a trecento milioni
Mentre il popolo si gratta
A dama c’è chi fa la patta
A settemezzo c’ho la matta
Mentre vedo tanta gente
Che non c’ha l’acqua corrente
E non c’ha niente
Ma chi me sente
Ma chi me sente
E allora amore mio ti amo
Che bella sei
Vali per sei
Ci giurerei
Ma è meglio lei
Che bella sei
Che bella lei
Ci giurerei
Sei meglio tu
Che bella sei
Che bella sei
Nun te reggae più
Che bella lei
Vale per sei
Ci giurerei
Sei meglio tu
Che bella sei
Nun te reggae più

Disse, scrisse e cantò Fabrizio De André:

 

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma son mille papaveri rossi

Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente

Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l’inferno
Te ne vai triste come chi deve
Il vento ti sputa in faccia la neve

Fermati Piero, fermati adesso
Lascia che il vento ti passi un po’ addosso
Dei morti in battaglia ti porti la voce
Chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Ma tu non lo udisti e il tempo passava
Con le stagioni a passo di giava
Ed arrivasti a varcar la frontiera
In un bel giorno di primavera

E mentre marciavi con l’anima in spalle
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore

Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue

E se gli sparo in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore

E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia

Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che il tempo non ti sarebbe bastato
A chiedere perdono per ogni peccato

Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia, a crepare di maggio
Ci vuole tanto, troppo coraggio
Ninetta bella, dritto all’inferno
Avrei preferito andarci in inverno

E mentre il grano ti stava a sentire
Dentro alle mani stringevi il fucile
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi
.

P. S.Un tale, Chesterton il suo nome, ha scritto e detto che “la realtà è più strana della finzione”, soprattutto perché “la finzione la creiamo noi, mentre la realtà è molto più strana perché la crea un altro, l’Altro, Dio”.Nelle sue mille o diecimila pagine scritte e consegnate ai posteri Chesterton afferma poi che “la più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che è straniero a questa terra (…), nel senso che è il solo, fra tutti gli animali, a essere scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso”. Stamani, di fronte all’imperversare del calcio mondiale in scena oltreoceano, ho di nuovo apprezzato quel che papa Leone XIV ha detto al popolo della parrocchia di sant’Agostino di Barcellona. E cioè che “il calcio ci ricorda qualcosa che non possiamo dimenticare: la vita non è una corsa per mettersi in mostra da soli, ma un cammino che impariamo a percorrere insieme. Chi non sa passare la palla non ha capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri non ha ancora capito la vita.

Buona domenica e buona meditazione!

LUCIANO COSTA

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