Il dono del dubbio, omaggio fatto da un saggio a un ignorante qual sono io, accompagna un dubbio che è più dubbio di un dubbio, quasi un doppio dubbio, o forse anche triplo, insomma un dubbio poderoso, grande e senza uguali, addirittura senza fondo, come son tutti i dubbi del mondo. Il dubbio in questione riguarda il dubbio che pone in discussione l’esistenza del dubbio come formula-pretesto-ragione–logica-risposta al vago pensar che aleggia sull’umana avventura. Invece, il dubbio c’è e si vede. Lo vedo e lo misuro nei se–ma-però-semmai-dopo-prima-chissà-uno-tre-tretatrè-ostaggi-prigioinieri-guai a voi… che occupano questo mattino domenicale forse nuovo o forse solo uno dei tanti vissuti in quella “terra” che è “santa” per tanti e dannata per altrettanti; lo vedo sotto il cielo a stelle e strisce – Stati Uniti d’America – dove un “presidente” certo eletto dal popolo ma che al medesimo popolo s’appresta a dire – lo farà domani – “fatti più in là, che qui comando solo io”; lo vedo in Ucraina e Russia – la prima oppressa, la seconda malvagiamente oppressiva – dove le ragioni della pace vengono sistematicamente calpestate; lo vedo ovunque vi siano in gioco interessi soldi ricchezze; lo vedo qui e altrove, ovunque… Dovrei pensare, invece dubito. Se sia questa la sorte che mi riserva il tempo non lo so. Però, il dubbio che sia proprio questa mi tormenta.
Ma dai, abbi rispetto per Cartesio e per il suo “cogito, ergo sum” (penso, dunque sono) consegnato al mondo perché ne facesse buon uso. Di Cartesio, filosofo e matematico francese vissuto tra il 1596 e il 1650, fra i principali fondatori della matematica e della filosofia moderne, benché adesso sia fuori moda, resta intatto quel suo fondamentale concetto, che detto e ribadito ricevette consensi e imperitura memoria, almeno fin quando il pensare venne declassato e ridotto a macerie per volere di un sistema che il pensare lo considerava e ancora lo considera una perdita di tempo.
Cartesio affermava qualcosa senza tempo – la prevalenza del pensiero -, cioè “la certezza indubitabile che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante”. Così ieri. Ma oggi? Oggi, chissà chi lo sa! Oppure, “oggi nessuno lo sa”, soprattutto perché qui e ora il dubbio regna sovrano. E non è il dubbio metodico, consistente “nel mettere in dubbio ogni affermazione, ritenendola almeno inizialmente falsa, nel tentativo di scoprire dei principi ultimi o delle massime che risultino invece indubitabili e su cui basare poi tutta la conoscenza”. In aggiunta, Cartesio sostiene anche da defunto che “nemmeno le scienze matematiche, apparentemente certe, possono sottrarsi a tale scetticismo metodologico. Quindi, non avendo una conoscenza precisa e sicura della nostra origine e del mondo che ci circonda, si può ipotizzare l’esistenza di un “genio maligno” che continuamente ci inganni su tutto, anche su di esse. Ragion per cui si giunge così al dubbio iperbolico, estremizzazione limite del dubbio metodico…”. Se dubitate che il ragionamento mi appartenga, ragionate bene: non è mio, ma degli esperti che (fino a prova contraria) tali sono e tali restano.
In un mondo che va all’incontrario (dice pace e poi fa la guerra, invoca il bene ma cerca il male, ritiene normale il troppo e il troppo poco, ama la propria libertà ma se altri la invocano volge lo sguardo altrove, vede miserie e sopraffazioni ma… chi se ne importa…) l’unico che non ha alcun dubbio è… non lo so e non lo voglio sapere. “Non ho dubbi” diceva anche stamani il menestrello alla luna sapendo che da ella non avrebbe ottenuto risposta. Io invece, benché non si veda o non lo dia a vedere, di dubbi ne ho mille più uno. Per esempio, dubito che il mondo possa essere invariabilmente trumpiano bideniano meloniano scalviniano lorussiano xijipingiano putiniano erdoganiano renziano contiano santancheniano schleiniano nordioiniano valditariano netanyahuiano hamasiano tajaniano muskiano zelenskyano o, all’opposto, solo bergogliano mattarelliano… e ben poco altro. Tra gli uni e gli altri c’è un abisso: i primi impastano bugie e le vendono come fossero verità, i due ultimiusano parole e gesti per cuocere il pane quotidiano di cui il “Padrenostro…”, prima ed essenziale preghiera per chiunque veda sopra di lui squarci di cielo, raccomanda la distribuzione. Però, anche in questo mirabile richiamo, c’è chi paventa il dubbio e che chiede:“E’ di tutti il pane buono o è solo di pochi?”.
I bambini insegnano che il pane è di tutti. Ma chi, oggi, ascolta il loro insegnamento? Chi, oggi, usa l’insegnamento dei piccoli per dare dignità ai gesti compiuti, alle leggi emanate, ai comportamenti esibiti, ai diritti dovuti e purtroppo assai spesso negati, all’uguaglianza, alla fraternità, al bene…? Chi tra i potentiche dominano popoli e nazioni ha forza e coraggio per scendere dal piedistallo per mettersi a ragionare con i piccoli, loro sì veri saggi del pianeta?
Ieri l’altro il presidente della mia e spero anche vostra Repubblica, Sergio Mattarella, ha rimesso al centro “la centralità della persona, dei suoi diritti, della sua libertà, un’esigenza costante – ha detto –centro e perno della civiltà europea…”: Dunque, la persona al centro e, quindi, il dialogo, il rispetto reciproco, il confronto, l’attenzione alle altrui opinioni, il dubbio... la consapevolezza del dovere e del beneficio del dubbio, del valore della problematicità, nella continua ricerca del confronto, del dialogo, dell’ascolto…”. Meditiamo, gente, meditiamo. Rileggiamo, gente, rileggiamo quel che è stato scritto, detto, ripetuto, predicato e diffuso da uomini e donne che la loro vita l’hanno messa al servizio del Bene Comune, della Pace, della Giustizia...
Poi la solita vampata di pensieri andati, forse in disuso o forse solo dimenticati. Come quello che Francesco, papa scomodo, regalò all’America in occasione del suo primo incontro, quello che diceva: “Una nazione può essere considerata grande quando difende la libertà, come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton”. Il dubbio, ancora lui, è che di tale pensiero il “nuovo che si insedia”, già da domani, non conosca neppure una sillaba.
Dubito e comunque spero, se non giustizia e pace per tutti, almeno cieli e terre accoglienti. Stamani all’alba, di fronte a “invidia e gratitudine”, saggio con cui Melaine Klein, psicanalista inglese morta nel 1957, teorizzava sul libero gioco dei bambini, ho immaginato un mondo finalmente a misura di bambini. Però, il dubbio d’essere fuori tempo e soprattutto illuso, ha preso campo e cancellato il sogno. Allora la storiella dell’uomo invidioso del suo vicino, a cui la fata assicura di realizzare ogni suo desiderio concedendo però il doppio al suo dirimpettaio, forse il prossimo e nulla più, che immancabilmente si conclude con la più feroce delle furbizie – “allora cavami un occhio” dice infatti l’invidioso – è tornata a scombussolarmi. Da simile scombussolamento e anche dal turbinio di dubbi in libera uscita, mi ha salvato e sollevato la storiella scritta da Loris Malaguzzi, uno sconosciuto che invece dovrebbe essere ben conosciuto e letto, che racconta come i bimbi siano fatti di cento… Dice la storiella, che considero lezione e che perciò propongo quale mezzo per raddrizzare questo mondo costretto a viaggiare all’incontrario…
Il bambino ha
cento lingue
cento mani
cento pensieri
cento modi di pensare
di giocare e di parlare
cento sempre cento
modi di ascoltare
di stupire di amare
cento allegrie
per cantare e capire
cento mondi
da scoprire
cento mondi
da inventare
cento mondi
da sognare.
Il bambino ha
cento lingue
(e poi cento cento cento)
ma gliene rubano novantanove.
La scuola e la cultura
gli separano la testa dal corpo.
Gli dicono:
di pensare senza mani
di fare senza testa
di ascoltare e di non parlare
di capire senza allegrie
di amare e di stupirsi
solo a Pasqua e a Natale.
Gli dicono:
di scoprire il mondo che già c’è
e di cento
gliene rubano novantanove.
Gli dicono:
che il gioco e il lavoro
la realtà e la fantasia
la scienza e l’immaginazione
il cielo e la terra
la ragione e il sogno
sono cose
che non stanno insieme.
Gli dicono insomma
che il cento non c’è.
Il bambino dice:
invece il cento c’è.
Io, nonostante tutto e in alternativa a qualunque dubbio, a questo“cento” che appartiene ai bimbi ci credo. E voi?
LUCIANO COSTA













