Il Domenicale

Normalità vo’ cercando. Ma con prudenza…

Adesso che andiamo di corsa verso la normalità (torna il colore bianco e benché sia risaputo che esso non è un colore e che quindi, più o meno, rappresenta il nulla) sarà bene rammentare che la prima regola del buon viaggio, soprattutto di un viaggio che ha per compito di portarci fuori dalla pandemia, è la prudenza. Per dire che cosa sia la prudenza e quante virtù possieda servirebbe un poderoso trattato impregnato di detti, riferimenti e note aggiuntive. Invece, qui c’è solo lo spazio di un domenicale, piccolo ma sufficiente per rammentare a me a agli occasionali lettori che “evitare di farsi coinvolgere” è fra le prime regole della prudenza. Riferito al momento che stiamo felicemente vivendo, che riassunto dice che stiamo andando di corsa verso la normalità, significa prendere il buono che il bianco regala e trasformarlo in comportamenti che, lungi dall’essere sbracati, sono però allegri, spensieratamente protesi e vedere il bello e a cancellare il brutto.

Più in generale, per esempio se riferito ai sette potenti della terra riuniti sotto il cielo di Cornovaglia, l’aforisma del gesuita Baltasar Gracian, conferma la loro attitudine a “mantenere sempre una grande distanza dagli eccessi” soprattutto perché “molto spazio separa un estremo dall’altro, e costoro si situano sempre nel giusto mezzo della loro accortezza”, ragion per cui “arrivano tardi allo scontro, essendo più facile schivare l’occasione che uscirne bene”. Non è il caso di Joe Biden e Mario Draghi, uno americano e l’altro italiano, che possedendo entrambi una giusta quantità di anni e di saggezza si sono seduti davanti all’oceano non per scontrarsi ma per incontrarsi e trovare la giusta dimensione di una collaborazione intelligente, cioè non basata sui muscoli ma sulla bontà e serietà delle idee. Mi sa, invece, che non sarà facile trasferire dalla Cornovaglia a Ginevra lo stesso spirito. Nella neutrale Svizzera, la Russia di Putin e l’America di Biden (superpotenze da cui dipendono le sorti del mondo) nei prossimi giorni proveranno a parlarsi, forse lasciando da parte “le tentazioni per il giudizio” che, come è scritto, è “più sicuro fuggirle che vincerle”, o forse cercando nuove tentazioni…

Leggo e mi piace riferirlo che “vi sono uomini portati a provocare per natura, e anche per nazionalità, facili a compromettersi; ma colui che cammina alla luce della ragione, non raccoglie mai; considera più coraggioso non rispondere che vincere, e se c’è uno stupido che provoca, evita che con lui siano due”. Biden e Putin, in tutt’altre faccende affaccendati come sono, non leggeranno mai simili facezie. Però, se lo facessero, è probabile che vi troverebbero giovamento e capacità di non perdere mai la calma. Se poi è vero come è vero che “non si può essere saggi da soli”, allora chi sta intorno si dia da fare e non resti lì con le mani in mano ad aspettare che tutto accada senza opporsi e senza tentare di raddrizzare quel che è storto.

Se aspettiamo che tutto accada perché così deve accadere, ho l’impressione che siamo come i pesci: sommersi, senza voce, capaci di nuotare ma non di camminare, vera e propria “metafora di tanti ordinari sommersi umani celati nelle paludi della vita…” dice Giorgia Meriggi in un saggio intelligente e provocatorio (La logica dei sommersi), capace di passare “dal fondo dei fiumi e dei mari all’acquario della quotidianità umana” e poi “dal verso alla prosa… dentro una poesia in cui il silenzio pesa quanto le parole e le parole sono intessute di una ragnatela di sensi, sentimenti, suggestioni in raffinato equilibrio”. Leggo e medito su versi che dicono: “I pesci amano il mistero / le notti senza luna / lo sguardo privo di palpebre / grandangolare / conserva il rimpianto / per l’oceano universale. / Nell’occhio rimodellato / per la visione in aria / perseverano a esplodere / inesistenti stelle. / Fuori dall’acqua / nessuno sa / cosa fa la luce all’occhio, / è un segreto fra particelle”. Poi un pesce rosso viene a dirmi che “evoluzione è la parola chiave”. Gli rispondo che lo è anche la parola dissipazione. Mi rinfaccia di essere vecchio e di non voler capire. Può darsi abbia ragione…

Leonardo Guzzo, a commento della lirica che Giorgia Meriggi ha messo in “La logica dei sommersi, scrive che “i pesci affondati, i malati, i pazzi lucidissimi, che smascherano la follia dei sani, finiscono per rappresentare una dimensione dell’esistenza: un atteggiamento disarmato ed elementare che, nella baldoria magniloquente di questa era, permette di preservare la bellezza, il senso, lo stupore”. Io, testardamente, stupisco e non poco scoprendo che “i pesci non riconoscono la luna” perché “credono sia una di loro”, che “sott’acqua tutto cade/ chiedendo scusa”, che in fondo, anche noi umani, siamo pesci e come loro incapaci di riconoscere la luna.

Però, adesso che rivestiti di bianco andiamo di corsa verso la normalità, preoccupiamoci di alzare gli occhi per tornare a vedere la luna e il cielo: una per sognare, l’altro per immaginare che sia propizio con tutti. Immaginando un cielo propizio, mi ha colpito ieri la canzone nuovissima scritta da Giovanotti e cantata da Morandi. Si intitola “Allegria” ed è portentosamente capace di scuotere fino al punto da obbligare ad alzarti per invitare qualcuno, chiunque sia, a partecipare alla festa. Tra ritmi e suoni che sembrano presi di qui e di là del mondo conosciuto emergono parole tutt’altro che banali. Dicono: “Il sogno di un ragazzo italiano, / la strada di casa che porta lontano, / lo sguardo perso nello specchio sopra il lavandino, / un ragno che mi guarda negli occhi dal comodino, / mi serve un indizio stasera in quest’ atmosfera, la fine di un’era, / mi ci vuole quello che ci vuole…/ e un calcio e ripartire / ti saluto ci vediamo tra un secolo o un’ora, / via dal resto del mondo che va in malora, oggetti smarriti riuniti nello stand phone, / e poi arriva il suono del gong di un altro round, / mi serve una botta di vita, ci vuole un’azione che riapra la partita / mi ci vuole quello che ci vuole… / un calcio e ripartire… / Quant’è bella l’allegria devo ricordarmelo / ho bisogno di allegria non dimenticarmelo / mai stanchi, mai tristi, mai colpevoli, un’auto, una strada e i dj favorevoli, / la voglia di qualcosa che non so cos’è, le scale di casa da scendere a tre a tre / mi ci vuol  quello che ci vuole… / un calcio e ripartire… / I giorni sono quello che sono, c’è uno che twitta si crede figlio del tuono, / un altro che pone rimedi dalla tv, la pillola rossa o la pillola blu? / Mi serve una botta di vita, ci vuole un’azione che riapra la partita / mi ci vuole quello che ci vuole… / un calcio e ripartire…”.

Ma sì, alla faccia dei mille drammi che intorpidiscono la vita, devo ricordare quant’è bella l’allegria, non devo mai dimenticare che ho bisogno di allegria. Soprattutto devo “com-prendere”, che è un modo originale e bellissimo di “prendere insieme”. E siccome per com-prendere bisogna prendere insieme cerco (sperando di non rimanere solo e scalcagnato) il silenzio necessario per trasformare la parola in voce da ascoltare, meditare e seguire.

Oggi non ho tempo, ma domani vado dallo psicologo per chiedergli se sono fuori o dentro la realtà.

LUCIANO COSTA

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