Eccoli, avanzano compatti verso un ignoto che per loro è beato e per tutti gli altri, invece, beota. Li riconosco… Sono uno nessuno cento (il biondo Tru, il truce Van, il ghignante Mus, il pienotto Orb, il perverso innominabile vergognoso Put, la ripetitrice Sach, l’inutile KimJo, il fantasma XiJi, il malcapitato Neta, il subdolo Ham, l’altalenante Erdog, la svolazzante MelGio, l’inutile Salv,l ’incompreso Taja, il mellifluo Con, l’incolore Schl, i travagliati Ves-Trav-Ment-Felt-Sall-Pinc-Pal… et similia), hanno la faccia di bronzo e quindi adusa a qualunque smorfia. Ieri e l’altro ieri e ieri l’altro ancora gridavano, chi per farsi sentire e chi per farsi notare, ma avevano ben poche probabilità di suscitare interesse. Erano infatti vocianti, politici in libera uscita, novellatori di cronache impossibili, soggetti artatamente e astutamente predisposti, previo compenso, a seminare zizzania litigi scontri, ognuno convinto che il gioco, seppur sporco, valeva la candela. Infatti, alla fine della loro sceneggiata, bastava l’applauso e la pacca sulla spalla allapari di un cinque battuto in bellavista per confermarli agitatori professionali. E tanto bastava per renderli appetibili alla successiva immancabile tornata di richieste similari. Li ho visti e sentiti, pesati e soppesati, ritornare e riprendere con la medesima boria fatta di niente perciò buona per a impedire sussulti di coscienza e di intelligenza.
Guardandoli e osservandoli non ho visto e neppure sentito qualcuno salire in cattedra per dire a lor cialtroni (alcuni raffigurati nelle righe precedenti) guidanti il coro degli svergognati: “Basta, finitela, andate a nascondervi”. Chi siano questi cialtroni ognuno lo sa sebbene nessuno ben sappia dove blaterano e spargono stupidità. Volendo, costoro potrebbero essere individuati osservando il colore che la pelle della loro faccia assume nel loro vivere e procedere quotidiano: tendente al giallo-grigio quando rincorrono un posto a tavola, rossa paonazza con tendenze al vermiglio quando stanno spudoratamente mentendo o mistificando la realtà. Per costoro vale il grido che Amleto rivolge alla madre: “O Vergogna, dov’è il tuo rossore?”. Che questa sia una domanda da ripetere ai nostri giorni, non ho dubbi. Infatti, ancora adesso come ieri, sembra evaporato quel rimorso che dovrebbe star lì a significare il “mordere” la coscienza perché sanguini e sia consapevole del male perpetrato. Se però vi sfuggeil senso del rossore, lasciate che vi informi di un fatto incontrovertibile: “L’uomo è l’unico animale capace di arrossire. Ma è anche l’unico ad averne bisogno”. La battuta è di Mark Twain, americano che essendo morto nel 1920 non poteva certo immaginare di poterla dedicare al biondo Tru che oggi comanda e spadroneggia dentro e fuori i suoi confini.
Una volta, mi pare, si sentiva spesso la frase: “Ma lei non si vergogna?”. Oggi non si sente più. Probabilmente perché la risposta sarebbe: “Ma è ovvio che non mi vergogno. Perché mai dovrei vergognarmi?”. Infatti, spiegava Gianfranco Ravasi già vent’anni fa, “vergogna è una parola scomparsa, è il sentimento che si prova quando si sa di aver compiuto un atto che la coscienza morale condanna”. Un atto così malevolo da indurre Norberto Bobbio a puntargli contro l’indice accusatorio, l’unico modo per evidenziare comportamenti ignobili e sconcertanti a diversi livelli, a partire da quello della politica per scendere giù fino ai quelli quotidiani… (miei, tuoi, suoi, loro, di tutti e allora, ahimè, di nessuno. Ragion per cui non c’è modo di vergognarsi, forse perché è andata a ramengo anche la coscienza morale, tanto è vero che facilmente si mette il bavero a qualsivoglia rimorso usando, nel caso, la menzogna più spudorata, proponendola senza vergogna alcuna prima in pubblico poi nel personale. “Guai – dice il profeta Isaia – a coloro che chiamano bene il male e male il bene e cambiano la tenebra in luce e la luce in tenebra”. Meditiamo, meditate… Facciamolo, anche solo per lasciarci poi impressionaree quindi fuggire dall’arroganza, dall’immoralità, dalla spregiudicatezza nell’agire, dalla sfrontatezza nel giustificarsi di troppi cialtroni in perverso girotondo intorno al mondo, felici nel loro essere nullità, senza un minimo di “rigurgito interiore di moralità”, senza un dignitoso “sussulto della coscienza”. Se ci pensate, l’espressione “faccia di bronzo”, usata poco sopra, ben s’adatta a molti che “con impudenza riprendono posizioni socialianche dopo palesi azioni ingiuste, o a coloro che sono pronti, per servilismo o per interesse privato, a incensare figure discutibili e operazioni illecite, senza nessun imbarazzo o reticenza”. In quella “illogica allegria”, il mio menestrello preferito (Giorgio Gaber, per servirvi) dice tra l’altro: “…io sto bene come uno che si sogna. / Non lo so se mi conviene / ma sto bene, che vergogna. / Io sto bene proprio ora proprio qui / non è mica colpa mia / se mi capita così. / E’ come un’illogica allegria / di cui non so il motivo / non so che cosa sia. / E’ come se improvvisamente / mi fossi preso il diritto / di vivere il presente…”, anche “quest’illogica allegria / proprio ora, proprio qui, / da solo… / alle prime luci del mattino”, ma pure a quelle che annunciano la notte.
Sarà perché invecchio, ma mi sento autorizzato a invitare chiunque a riscoprire il silenzio. In fondo, sarebbe soltanto un ritorno al passato, a quando la vita era scandita dai suoni naturali e da pochi rumori inevitabili, quelli oggi raccontati da Remo Bassetti in “storia e pratica del silenzio”: quello delle campane, quelli della natura, quelli di qualche artigiano, quelli della musica o del canto liberati da un girovago cantastorie. Invece, ecco a voi i vocianti che vociando e cianciando pretendono ragione e, ancor peggio, di avere ragione. Costoro non lo sanno, ma sono l’esatta raffigurazione del buffone che si trastulla tra due maniere di pensare: quella che ti porta ad avere ragione nelle discussioni e quella che ti porta a scoprire le cose. Secondo Dashielle Hammet, romanziere investigatore di non eccelsa fama, questa maniera di pensare permette all’intelligenza di “crescere per essere all’altezza” lasciando spazio a due atteggiamenti rischiosi quanto preziosi: lo stupore e la curiosità. Lo sostiene anche Milan Kundera dicendo che “la stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa, mentre la saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda”. Però, che rischio avere domande da fare! Meglio dunque non farle? Forse sì o forse no. Infatti, fare domande non è nutrire dubbi, almeno se vengono fatte per approfondire e stimolare conoscenza. In caso contrario, come sostiene McCarthy in Sunset Limited, “un uomo che fa domande vuole conoscere la verità, un uomo che dubita vuole sentirsi dire che la verità non esiste”. E’ un vero e proprio guazzabuglio, lo so ma non mi rammarico. Sono cioè convinto con il poeta Rilke che “…quando si vivono le domande, / forse, piano piano, si finisce, / senza accorgersene, / col vivere dentro alle risposte / celate in un giorno che non sappiamo”. Oggi, adesso, in questo momento la domanda è una sola: “Quando avremo la Pace?”. I vocianti e i cialtroni non rispondono. Voi che cosa dite? Forse domani o quando i cialtroni e i vocianti la smetteranno di dire predire ridire bugie falsità menzogne incominciando a mettere fiori e pane al posto dei cannoni.
LUCIANO COSTA
P. S. – Oggi ricorre il quarantasettesima anniversario del rapimento di Aldo Moro, quell’illuminato statista, generoso servitore del Paese, coraggioso interprete del nuovo che avanzava, nemico di ogni estremismo e per questo oltraggiato nel suo vivere da estremisti barbari e privi di qualunque ragione, un professore prestato alla politica o, forse, il politico che non disdegnava di mettersi a confronto con gli allievi vestendo i panni del professore, uno che apprezzava la capacità di difendere le proprie ragioni senza calpestare quelle degli altri, anche se diverse e contrastanti con le loro”. Lo ricordo, invito a ricordarlo. Fu rapito il 16 marzo, assassinato il 9 maggio del 1978 dalle Brigate Rosse. Il suo corpo martoriato venne fatto ritrovare, rinchiuso nel bagagliaio di un’auto rossa, in via Caetani, al centro di Roma. Di Moro conservo ricordi che il tempo non può dissolvere. Lo rivedo impegnato nella naturale e gioiosa partecipazione alle vicende dei suoi allievi e amici, impegnato nel coniugare al meglio e sempre con rigoroso rispetto dei ruoli, gli impegni politici con il dovere dell’insegnamento, preoccupato a spiegare come l’Università fosse un bene da condividere e da verificare ogni giorno con gli studenti e il servizio al Paese un dovere da rendere attraverso la politica a cui nessuno può e deve sottrarsi. Oggi come ieri e anche domani “dobbiamo avere il coraggio – ha scritto D. Bolzoni in un libro a lui dedicato – di riconoscere che è morto per noi perché ha scelto di non abbandonare il suo impegno quando avrebbe potuto farlo. E’ un debito che dobbiamo pagare”. Certo, per molti distratti o comunque incapaci di accettarlo nella sua completezza e nella sua complessità, Moro era “l’invisibile”. Personalmente, uscii da quella metafora quando Franco Salvi, che di Moro era amico fraterno e sincero collaboratore, me lo dipinse come il più visibile e costante dei politici. “Lui c’è sempre – mi disse – anche quando sembra in tutt’altre faccende affaccendato”. Salvi era un taciturno, ma quando gli si chiedevano notizie di Moro riempiva l’aere con parole forse ricercate, ma precise. Diceva: “Vede il futuro e lo disegna secondo realtà; peccato che la metà di coloro che ascoltano le sue riflessioni, rifletta all’incontrario, notando l’ombra e mai il dito che la proietta”. E’ purtroppo ancora vero che i giovani non sanno quello che gli anziani hanno già dimenticato. Però, niente impedisce di riservare e trasmettere oggi un pensiero riconoscente allo statista.













