Il Domenicale

Oggi i morti cantano la vita e spiegano come riposare in pace…

E’ di nuovo tempo d’andare per cimiteri: nel Giorno dei Santi, celebrato ieri, perché era festa comandata, si è andati a salutare i defunti andati avanti e a incontrare i vivi rimasti indietro, i quali, fedeli all’annuale appuntamento con la memoria, di certo non volevano perdere l’occasione per verificare chi c’era e annotare il nome di chi invece aveva deciso di essere altrove; nel Giorno dei Morti, oggi, che cadendo in domenica è anch’esso festa comandata, chi può va a rimettere ordine tra i fiori e a riaccendere i ceri, oppure per recitare un requiem da aggiungere alle preci già innalzate al Cielo per invocare misericordia e serenità per quelli andati avanti (ma anche per i rimasti, che di sicuro ne hanno grande necessità), o per rinnovare il ricordo di coloro che lì riposano in pace dopo aver consumato mani e cuore per regalare un buon futuro a tanti se non a tuttiForse anche per riannodare le fila di discorsi interrotti, per rinverdire affetti e memorie, perrimettere al centro la vita dimenticando per un attimo che quello è invece il luogo che custodisce la morte, per ricordare parole e sorrisi avuti in dono, per prestare attenzione ai conosciuti e agli sconosciuti….

Uno di questi, che andava di fretta, ha ribadito che sulla sua tomba doveva essere lucidata la scritta a suo tempo collocata perché fosse chiaro che la sua dipartita era semplice finzione”, un distacco in attesa di un ritorno misterioso e indefinibile. Tanti altri, invece, non avendo preferenze e neppure capacità intellettuali utili a inventare epitaffi o aforismi graffianti, hanno semplicemente chiesto d’essere ricordati con “una prece”. E di “una prece” hanno bisogno i morti ma anche i vivi: i primi per essere aiutati a sopportare e a vincere le tenebre; i secondi per trovare una luce che rischiari il loro cammino.

Il cimitero monumentale della mia città, disegnato secondo il principio della circolarità, mette al centro, raggiungibile camminando su un ampio viale costeggiato da monumenti insigni, la cappella con i portici laterali ad arco sotto i quali risaltano le tombe dei cittadini illustri. Poi, tutt’attorno, la sequela di croci e lapidi in ricordo di persone normali e amate, che per i cristiani sono “andate al cielo lasciando un vuoto incolmabile, rasserenato soltanto dalla speranza della Risurrezione” e, per chi non vede nella religione alcuna certezza, semplicemente “defunte” perché così vuole il copione scritto attorno alla vita.

Secondo alcuni storici l’origine della commemorazione dei defunti è appena millenaria; secondo il vecchio parroco, abituato ad ascoltare il popolo devoto piuttosto che gli arzigogoli inventati dagli storici, ricordare i morti è una caratteristica dell’umano, senza data e neppure età, naturale perché naturali sono gli affetti e naturale è dolersi di non aver più accanto chi fino al giorno prima era genitore, fratello, parente, amico o anche soltanto compagno d’avventura. E’ di parecchi anni fa, invece, la “strana proposta” avanzata da padre Piergiordano Cabra (teologo sapiente e fine scrittore) dopo un colloquio amicale, al limite tra il serio e il faceto, avuto con un esimio professore di storia medioevale e orientata a ad aggiungere un giorno alla classica commemorazione dei defunti, così da rendere normale “dedicare il 2 novembre al ricordo dei morti vivi e il 3 novembre al ricordo dei morti morti”. In tal modo, sosteneva padre Piergiordano, “il 2 novembre ricordiamo e preghiamo per i nostri morti, che crediamo vivere nel Signore e il 3 novembre lo dedichiamo invece a coloro che non ricevono nessun aiuto dai loro cari, perché questi li considerano morti definitivamente”. Coi tempi che corrono, aggiungeva l’amico prete Piamartino, “quando cioè sembra che tutto si risolva quaggiù, non c’è infatti da meravigliarsi se i morti sono considerati solo morti e basta!

Oggi come ieri, nei cimiteri, a cui non di rado fanno da anticamera venditori di fiori e bancarelle  stracolme di giocattoli, cianfrusaglie e dolcetti, sfilerà il popolo che non dimentica e che dai “suoi morti” va prima a cercare ragioni di speranza e squarci d’infinito in cui sentirsi primattore e non semplice comparsa e poi per trovare qualcosa che facendo sorridere o anche solo addolcire il palato, confermi al di là di ogni ragionevole dubbio, che così è la vita e, anche, che la vita continua, se non per sempre almeno per un altro lunghissimo giorno. Importante, come dice il saggio, è restare qui tutto il tempo necessario per raccontarla questa vita.

All’ingresso di taluni cimiteri mi è capitato di leggere un invito – “qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani, parla!” – che in poco riassume tanto: innanzitutto il rispetto dovuto ai morti, poi l’irrinunciabile dovere di prestare la nostra voce a coloro che la voce l’hanno persa.

Se andate per cimiteri con lo scopo di ricordare e di innalzare al cielo “una prece”, non dimenticate di portare con voi un cero che perpetui la memoria e un fiore che regali alle tombe, almeno per un giorno, le sembianze di un giardino fiorito e profumato.Qualcuno vi dirà di lasciar perdere i fiori, che ormai costano come oro fino. Infatti, pare proprio che i fiori, una volta auspicati come antidoto ai cannoni (“mettete dei fiori nei vostri cannoni, perché non vogliamo più la guerra…” così diceva la canzone: ricordate?), non siano più graditi nemmeno nei cimiteri, luoghi in cui difficilmente qualcuno dei residenti ha la possibilità di lamentarsi di qualcosa, men che meno del profumo o dell’abuso del suolo a lui riservato. Il sindaco di un italico paese, che ha firmato l’ordinanza con cui stabilisce il divieto di mettere fiori e vasi davanti alle tombe o nel loro circondario (per esempio davanti a quelle tombe costruite una sull’altra), ha dovuto spiegare ai suoi amministrati che è stato costretto a farlo poiché, sentiti gli umori generali (forse voleva dire che il suggerimento arrivava dall’alto, probabilmente dalla Regione o addirittura dai quei spilorci dello Stato che per risparmiare le inventano tutte), il Comune non poteva più sopportare gli oneri per il  mantenimento del decoro cimiteriale, ahimè compromesso dalla mole di vasi-fiori-corone-rami-ceri e cerini portati, lasciati e poi accantonati alla bel e meglio da visitatori oranti che dopo la preghiera di suffragio di altro non si preoccupano se non di chiacchiere sul come eravamo, sul come stavamo quando con poco si campava e si gioiva tra case, stalle e contrade affollate di gente e anche di generosità oggi impensabili.

Sul cancello d’ingresso di un cimitero della periferia cittadina, un foglio ben stampato ricordava ai vivi alcune regole fondamentali: non fumare, non buttare i mozziconi di sigaretta in terra, non buttare in terra cartacce e rifiuti di altro tipo, rimettere gli innaffiatoi al loro posto e cioè nelle rastrelliere ben visibili, prendere le scope e provare a raccogliere foglie secche e altromateriale disseminato nel Camposanto, rimettere le scope e iporta-sporco al loro posto. Infatti, se ognuno di noi fa qualcosa in più rispetto a ciò che è di sua competenza, le cose non possono fare altro che migliorare. Grazie e buona vita a tutti”. Una volta tanto un foglio appeso insegna cosa fare e come farlo per evitare che i fiori della memoria diventino un problema da smaltire in fretta.

 

Fuori dal Camposanto, un menestrello improvvisato mi ha invitato a cantare con lui la canzone dedicata al possibile e all’impossibile. Non conoscevo la canzone… Ma lui me l’ha proposta senza neppure curarsi della faccia stranita che gli mostravo. A suo modo diceva:

 

Immagina che non ci sia alcun paradiso
È facile se ci provi
:
niente inferno sotto di noi,
solo il cielo sopra di noi

Immagina tutte le persone,
immagina non ci siano paesi
Immagina che non non ci sia
niente per cui uccidere o morire,
e anche nessuna religione
Immagina tutte le persone
che vivono la vita in pace

Puoi dire che sono un sognatore,
ma non sono il solo.
Io spero che un giorno ti unirai a noi.
E il mondo sarà come una cosa sola

Immagina nessun possesso,
nessun bisogno di avidità o fame
in una confraternita di uomini
e di persone senza colore ed età…

Puoi dire che sono un sognatore.
Ma non sono il solo

Io spero che un giorno ti unirai a noi
Allora il mondo sarà migliore….

 

La canzone, bella e struggente, mi ha riportato alla mente un sognatore che coi suoi scritti “profetici”, con la sua “altissima e singolare cultura”, col suo modo di essere “prete di ascolto e di predicazione” e col suo distacco dalle cose temporali, immaginava un paradiso per tutti e per ciascuno… Quel sognatore si chiamava Enzo Giammancheri, andato avanti il 4 novembre di vent’anni anni fa, che alla gente della Messa mattutina, anche quel giorno non aveva fatto mancare la Parola illuminata e gentile del prete che dall’altezza dei suoi anni guardava alle umane miserie, le leggeva e cercava di contrapporvi motivi di speranza. Anche quella mattina, don Enzo aveva aperto il libro e regalato, con la solita soavità, parole di speranza. “Beati i pacifici – diceva -, cioè quelli che riempiono la terra di opere buone, di carità intelligente, di gesti misericordiosi, di virtù piuttosto che di vizi; che ricordano il passato con rispetto e ossequio, che al Quattro Novembre non assegnano il compito di rammentare la Vittoria, ma il Sacrificio offerto alla Patria da migliaia di persone”. Don Enzo stupiva e suggeriva percorsi alternativi alle paure e agli egoismi, disegnava cieli e terre nuove per tutti, parlava di fratellanza e di modi per incontrarsi e sognare insieme. Quel mattino però, don Enzo fu assalito da un malore maligno e imprevisto che impedì l’incontro fissato per riallacciare le fila di un discorso incominciato tanti anni prima con la complicità di don Peppino Tedeschi e la benevolenza di Vittorino Chizzolini – due anime candide, due intelligenze straordinarie, due umanesimi mai sazi di bontà e di generosità – e per la solita ora di chiacchiere e confidenze. Tutto inutile, tutto cancellato da un male improvviso.

Oggi tornerò a visitare i “miei morti”. A ognuno di loro chiederò di cantare la vita e di spiegarmi se e come, in un mondo propenso a distruggere e a uccidere, sia possibile “riposare-sostare-vivere e sognare in pace”.

LUCIANO COSTA

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