Il Domenicale

Pensieri e speranze strampalate

Sommerso dalle internazionali trumpanzate muskinzate putinzate netaniauzate hamaszate ho perso il conto delle tante panzanateno strane, semplicemente sorate in libera uscita, patrimonio di un paesello che dimentico del suo nobile passato si crogiola adesso in un occasionale quanto precario presente. Per dirla come la racconta l’abbecedario dei cognomi italiani, siamo alternativamente Grassi, Grossi, Bassi, Snelli, Corti, Lunghi,Sordi, Muti, Nani, Brutti, Guerci, Malfatti, Gobbi, Zoppi,Malvestiti, Deboli, Viscidi, Sciancati, Minorati, Dementi, Invalidi,Storpi, Curvi, Malati, Gambarotta, Brazzorotto, Testasecca,Testaverde, Testadiferro, Testadoro, Testadura, Testaferrata, Testagrossa, Testaguzza, Testalepre, Testalunga, Testaquadra, Testatonda, Testaverde, TestaseccaPer la cronaca i Prudenti(pochi), risiedono qui e là (più là che qui), i Benevoli (pochissimi)non si sa dove, i Sapienti tra le pagine di qualche libro antico, i Saccenti in tivù radio e piazze sempre più ampie, i Magnifici in anguste gallerie e polverose librerie, gli Ottimi in trattorie senza tempo, i Testardi dove nessuno è disposto ad ascoltare, i Briosi non lo so e mai lo saprò, i Mascalzoni ovunque vi sia qualcuno da spennare, i Pazienti nell’indice che elenca le evangeliche beatitudini, gli Ingrati fuori e dentro il vissuto quotidiano, iContenti dove ancora c’è possibilità di ridere e sorridere, i Malvagi dappertutto e senza confini, gli Indelicati sui carri del potere, i Matti più fuori che dentro i manicomi, gli Scemi e gli Sciocchi intruppati nel pacioso quieto vivere, i Minorati dove regna la vanagloria, i Bulli dove imperano i muscoli e periscono i pensieri, i Mansueti nel giardino dove ogni fiore è benvenuto, i Simpatici nell’osteria accogliente e sobria, i Miseri dove sussistono guerre e guerrafondai, i Costanti dove reale e sincera è la supplica di pace innalzata al Cielo, gli Sfortunati ovunque si sogna, gli Sventurati dentro e fuori qualsiasi orizzonte, i , ancora, i Temerari oltre qualsiasi immaginazione, i Robusti sulle montagne e nelle valli, i Piacenti dove tutto è lastricato di specchi e lustrini, i Benevoli tra le pieghe dell’immaginario collettivo, gli Zitti dove il bel tacer è casalingo e gli Strani dove la normalità è fuggita.

In tanto clamore di pensieri pensati impensati sensati insulsi inutili o solo modestamente utili, ho ricordato la lezione di Colombonon del Cristoforo che scoprì l’America gli americani e gli americanismi bensì dell’assai più recente Fausto, lui sì illuminato sociologo della comunicazione, fatta a novembre del 2024 nell’Aula Magna dell’Università Cattolica di Milano in occasione del suo pensionamento, adesso  in libreria col  titolo “Lezione sulla cultura popolare, libretto all’apparenza semplice (edito da “Vita e Pensiero, se interessa), ma in realtà di quelli (rari, rarissimi) che obbligano  a ragionare fino al punto di obbligare chiunque abbia cervello e coraggio di usarlo a scardinare il saputo per arricchirlo di sapere finalmente buono e perciò scevro di banalità e pifferate melense. Fausto è morto a gennaio lasciando dietro di sé una scia di libri e libretti (tra questi La cultura sottile, Il paese leggero, Storia della comunicazione e dello spettacolo in Italia…) che sommati alle lezioni dettate in Università potrebbero, ovviamente se pubblicate e pubblicizzate, ridurre il divario tra il ragionare a ragion veduta e il pressapochismo osannante e dilagante quello agognato dai salotti mediatici, tanto beoto(tardo, sciocco, lento…) quanto furbesco (malizioso, astuto,scaltro, ingannevole…)e così mettere in chiaro comeun grappolo di concetti spesso contrapposti o sovrapposti in modo semplicistico come cultura alta e bassa, cultura di élite, cultura folk e cultura di massa, cultura istituzionale e cultura popolare, controcultura e subcultura…” potrebbero invece diventare suggerimenti ed esami di riparazione… innanzitutto per saccenti conduttori, poi per sprovveduti e muti spettatori.

Per uno sprovveduto spettatore qual mi reputo e sono, giunge benigna una lezione inattesa nuova e spericolata sulla Speranza… L’ha dettata, col solito cipiglio ora strano ora stranito ora impunito e spiritosamente appuntito, quell’Alessandro Bergonzoni, che benché aduso a provocare e a miracolo letterario affabulatoriolaicale mostrare, per una volta presta pensieri e parole al mondo cattolico rappresentato dal suo quotidiano – Avvenire, mica un panorama qualsiasi – con preghiera di farne buon uso. Dice “spes spem spam…, e chiede se sia “messaggio di fiducia, segno di predisposizione a credere in una sorte migliore, o qualcosa che nella posta o nel posto del cuore va perduta o addirittura gettata?”. Aggiunge poi che “anche i fiori gettano, ma è per rinascere non per buttar via…”, che “la Speranza è l’ultima a morire… ma ciò che mi interessa – specifica – è sapere chi è il primo a rinascere…”. Magari a rinascere portando con sé la A maiuscola: A di amare, non di ammazzare, A di accogliere non di armare, A di aiutare non di annegare, A di associare, non di arrestare…”. Poi la speranza che finiscano le guerre (sono circa sessanta, da tempo immemore, e sono se non dimenticate addirittura non degne di racconto); la speranza di salvare la Terra… la speranza di essere curati sempre e comunque, non solo guariti; quella di salvare tutti i derelitti dal loro “stremare” che spesso neghiamo, anzi appunto anneghiamo... la speranza di recuperare i rei senza vendicarsi torturare punire vessare odiare impoverire ri-uccidere…”. Però, dice Alessandro in maniera geniale e pazzariella, per entrare a far parte della speranza mi appello al bello, perché scavo e scovo proprio lì ciò che fa da trampolino di lancio per intraprendere la strada del mi affido, del mi fido, della compensazione tra disperazione e sperazione, tra ormai e invece, tra ahimè e hai me!”… Tutto questo detto “da altrista, parola che ho coniato per ribadire che non si può fare nulla se non con e per l’altro…”. Ma, aggiunge Bergonzoni, “siamo troppo umani”, quando invece “la speranza chiede sovrumanità, altro che tornare umani… L’umano ha fatto già troppi danni a sé e in natura. Se non cambia dimensione strato condizio si ne qua non là, già è stinto, finito e senza alcuna sfumatura…”. Allora e solo allora “concederò la mia mano a chi vuole sposare l’idea del non obbedire non combattere ma del credere che sia possibile…” edificare un mondo migliore e degno d’essere vissuto e condiviso, che benché “fino a ora abbiamo conniventemente fatto il possibile, ora è l’impossibile che s’ha da fare…”.

Se quelle riferite siano parole strampalate, decidetelo voi. Io penso che nella strampalatezza di qualcuno si nasconda un barlume di intelligenza buono per tanti se non per tutti.

LUCIANO COSTA

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