Il Domenicale

Quando la satira era scritta interpretata e dettata da Fortebraccio…

Leggo che “per poter fare il Trump (o la Giorgia, oppure il Macron o il Putin, magari il Xijinping, l’Iraniano, l’ayatollaq, ilbombarolo scaltro incazzato e prezzolato o chiunque se la tiri al punto di credersi più intelligente di chiunque altro) non basta essere Trump, ci vuole qualcuno che ti consenta di farlo. E il mondo è pieno di comparse disposte a farlo. Purtroppo, dice la statistica, di queste comparse una su tre non capisce quello che legge, mentre le altre due non leggono. Difficile dire se il soggetto in questione appartenga alla categoria di chi non comprende o a quella che proprio non legge. Fate voi. Di certo, sempre che l’apparenza rispecchi la sostanza, “quello là”, non potendo fare più niente, causa incapacità cronica di fare qualcosa che non sia far soldi o guerre, si diverte a dire di tutto, soprattutto l’indicibile, fedele al suo ispiratore, sconosciuto sebbene, secondo alcuni, assai simile all’inventore della norma che al grande potere associa una grande irresponsabilità. L’impressione, tutta mia, è che costui ma anche costoro se il campo visivo si allarga – ci sia perché io tu lui noi voi essi gli abbiamo concesso di esserci. Insomma, è lì e resiste non perché così vogliono popolodemocraziavotoscelta o valore, ma perché torna comodo a me e a noi che tale esponentedel nulla proclami il nulla parte determinante del suo essere e divenire. Il che è possibile nella misura in cui risulti credibile che tutti i famosi potenti o presunti tali siano legati tra loro da un filo invisibile e siano al tempo stesso parte dello stesso club, un circoletto esclusivo dove i soci si combattono in pubblico e si rimpinzano in privato”. Eppure, c’era una volta il pudore, che impediva manifestazioni plateali di stupidità, di evidente pochezza, di arbitrio, di spocchiosa superbia e di infestante imbecillità.

Di questo e altro si disquisiva ieri e l’alto ieri tra un’invocazionedi frescura e cento imprecazioni contro la gran calura. Tra sbuffi e uffa emergeva così la fisionomia di uomini e donne a cui poco importava di guerre polemiche e politiche pasticciate e molto, invece, di bollette aumenti e balzelli vari e improvvisati. Però, essendo il luogo ospitante semplicemente vacanziero, era anche difficile assegnare alle chiacchiere valore di riflessione e di partecipazione al corso degli eventi. “Ridiamoci sopra e intorno” suggerì allora l’ultimo della terza fila. “Ma come si fa – chiese la signora, certo attempata ma ancora arzilla – se ogni accenno di risata è ritenuto offesa e vilipendio al potere?”. Chiara, chiarissima la risposta: si torni alla satira (se interessa, termine derivante dal latino satura lanx, ovvero il vassoio vuoto riempito di primizie in offerta agli dei) corrosiva semplice delicata sferzante villana gentile, però mai banale sempre utile a mettere in chiaro vizi e virtù usando ironia, sarcasmo e paradosso per criticare i costumi, la politica e la morale della società, capace non solo far ridere, ma di evidenziare le contraddizioni e i vizi del potere per stimolare una riflessione critica e promuovere il cambiamento. “Va tutto bene – sentenziò la vecchia guida alpina – ma dove abita oggi la satira, chi la fa, chi la pubblica, chi la sostiene e la ammette?”.

Mi tornò allora alla mente Fortebraccio, corsivista satirico dell’Unità, potentissimo quotidiano del partito comunista italiano, almeno fin quando il muro non lo travolse rendendolo passato e trapassato. Vorrei essere Fortebraccio, dissi tra me e me, proprio quello che dal fondo della prima pagina era allora libero di dire criticare deridere sfottere correggere cancellare spogliare e rivestire politici e politicanti e adesso di fare altrettanto, magari scrivendo che la Meloni non porta doni, che il Salvini non genera sapientini, che il Vannacci reca solo stracci, che la Schlein è qualcosa ma non la cosa che servirebbe per vincere, che Tajani è nulla più che una ruota di scorta, che La Russa è un farfallonevecchio e per di più fuori moda come le idee che lo accompagnano, che Renzi è e rimane un bel pettirosso utile se canta buono se arrostito, che la Berlusca figlia di tanto padre serve se produce crusca e sghei, che i cattolici in politica se non ci fossero bisognerebbe inventarli per dimostrare (salvo lodevoli eccezioni) la loro inutilità, che nessuna riforma elettorale vale se a farla è il mal-pensare piuttosto che il pensare solo e sempre al bene comune… A chi mi stava intorno, invece, suggerii di cercare nel sapere divulgato da Fortebraccio armonie e adattamenti… E fu un successo, addirittura un crescendo di detti e contraddetti. Fu così che il ministro dell’interno ottenne il titolo non di picconatorema di produttore di solletico e poco altro; che il celodurista ministro di strade, ferrovie e viabilità venne riconosciuto “tal quale a colui che mai andò in biblioteca perché al solo mettervi piede sarebbe stato assalito da terribili emicranie”; che il pari grado ministro dell’incultura era niente altro che un uomo inutilmente perbene; che il generale ultimo aggregato al carro dei cercatori di potere era “il personaggio più divertente rimasto dopola morte di Totò”; che la premier era “l’appendino ideale per mostrare vestiti e vestimenti piuttosto che utili sentimenti”; che la potente sorella della premier “di giorno bestemmia e fa sussultareaddetti aspiranti suffragette e leccapiedi, ma la sera, segretamente, va alla benedizione”; che il ministro dell’agricoltura “è vuoto come un appartamento sfitto”; che ad altri illustri ministri-sottosegretari et similia, “se qualcuno non avesse avuto l’ardire di offrirglielo fritto al ristorante, non avrebbero mai saputodell’esistenza del cervello”; che il portavoce ridente e forzatamente suadente a bordo dell’auto blu inviata al Quirinale in realtà “era un fantasma chiacchierone e chiacchierato”; che il resto della truppa governata e governante era per dimostrare che non erano soli nel guardare in faccia un avvenire inesorabile”… Un giovanotto carico di libri, tablet e marchingegni, mi raggiunse per confidarmi la certezza che lo accompagnava, quella che riconosceva alla Premier, come già era stata riconosciuta al poco compianto e molto invidiato Andreotti, di “aver capito tutto, come succede a un cardinale d’ingegno quando si persuade che Dio ha spiegato ai cristiani dove e quale è il bene e ha fatto sorgere i comunisti perché lo compissero”.

L’impressione finale è che destre e sinistre, leader di governo e di opposizione, notabili, influencer tutti freschi di indignazione siano tutti stranamente accomunati da una fondamentale mancanza di spirito, tutti propensi a prendersi molto, molto, molto sul serio, tutti ugualmente alieni dal gusto della battuta, dell’argomento lieve, del motto di spirito.

Cosa c’è dietro tutto questo? Secondo lo sconosciuto scrittore che mi è capitato di leggere stamani, si dirà che i tempi sono difficili, incapaci di mostrarsi troppo spiritosi, che il comandamento della comunicazione incalzante impone di non mollare mai la presa, che non c’è più nessun Fortebraccio, né un suo emulo, ad animare le baruffe politiche con il suo spirito beffardo. Tutto vero. Ma solo in parte. Il fatto è che l’ironia, per chi la pratica, è una visione, un modo di interpretare il mondo – e anche la politica. Prendendosi sul serio, ma non troppo. Litigando, ma non ferocemente. Provando gusto nel diverbio. Sentendosi abbastanza sicuri delle proprie ragioni da esporsi anche all’ironia altrui. Quindi, se ho ben compreso, l’ironia è una filosofia politica che rimanda a una visione del mondo che da un po’ di tempo – troppo – manca all’appello.

E se provassimo a rimetterla in circolo?

LUCIANO COSTA

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