Il Domenicale

Quel “Palazzo di vetro” è diventato di pietra…

La notte porta consiglio, se buono o gramo dipende, ovviamente, dall’umore di chi l’aspetta. A me, per esempio, dalla notte appena trascorsa sarebbe piaciuto ricevere un consiglio degno di fugare l’amarezza accumulata osservando scorrere il mondo in un Palazzo di vetro” (così, tanti anni fa a New York, le solerti guide incaricate di miracolo mostrare presentarono la sede dell’ONU ai giovani sognatori come me) divenuto con gli anni e i malanni talmente oscuro da impedire qualsiasi onorevole visione. Invece, dal fu “Palazzo di vetro” in cui i potenti del mondo declamavano le loro convinzioni (vere presunte interessate false melliflue arrendevoli minacciose o semplicemente volgari) è giunta nebbia e poi ancora nebbia. Cioè un progressivo crescendo di se e di ma, un susseguirsi di bugie o di verità interessate, quindi difficilmente veritiere… Tutto questo in quella che doveva essere la massima e incontrovertibile “casa della democrazia”(democrazia: sistema basato sulla sovranità popolare, capace di garantire a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico), luogo di dialogo e confronto da utilizzare per assicurare pace, pace e solo pace ai popoli della terra, luogo in cui la parola, meglio se vera, ma anche se scomoda, villana e magari indegna, aveva diritto di cittadinanza e di ascolto. Invece… Invece, per l’ebreo, certamente portatore di solo sue verità ma comunque parte di quell’insieme riunito per trovare convergenze degne d’essere scritte nel manuale del come si costruisce la pace, tante sedie vuote; per il russo, benché altrettanto portatore di solo sue verità, sedie occupate; per l’americano convinto d’essere già padrone del mondo il doppio del diritto di parola; per il cinese ossequi compiaciuti; per il palestinese senza stato uno stato in prestito; per l’ucraino offeso e vilipeso dall’orso russo baci abbracci e anche diversi consigli per un “fatti più in là, che così non disturbi più nessuno; per il turco,l’indiano, l’africano, l’arabo e per tutti gli altri invitati e partecipanti all’assemblea la  certezza di passare alla storia come portatori d’acqua al mulino delle altrui idee…

Così, all’alba, convinto di stare come d’autunno sugli alberi le foglie, ho rifiutato di tuffarmi in un gomitolo di stradeimpervie e lastricate di bugie e ho preferito cercare certezze tra pagine scritte ma non lette, lette ma non intese, non intese per cattiva volontà piuttosto che per evidenti difficoltà d’intendere; tra pagine lasciate in disparte in attesa di tempi migliori, sebbene fosse palese che i tempi migliori erano già lì… simili a quelli che Enzo, lettore sconosciuto, suggeriva di sottrarre alla parte e di consegnarli all’insieme, cioè, nello specifico, dando tanto a Gaza quanto all’Ucraina e ai troppi luoghi devastati alla guerra. Leggo che “chi ama interrogarsi sa che non si finisce mai di imparare e che la persona inizia a diventare vecchia non tanto nel senso anagrafico esteriore ma nello spirito e nella mente, quando comincia a perdere gusto per la ricerca, l’ascolto, la conoscenza…” e mi trovo a riflettere sul dovere di considerare quel tempo “un seme fecondo e vitale”. Forte della mia sfacciata presunzione ho allora pensato che essendo sufficientemente vecchio potevo serenamente confermare la sua attualità.

Però, quanti dubbi e quante domande inevase… Dicevo tra me e me: se sfilano per dire no alla guerra sono illusi; se invocano pace sono papalini; se criticano Israele sono a la page, di moda e dentro la moda; se dubitano che l’Ucraina meriti d’essere rispettata e difesa dal lupo della steppa, sono guerrafondai; se accettano di bersi un “trump” senza provare ribrezzo sono il nuovo che avanza e avanzando sbraca; se si risciacquano la bocca con vodka piuttosto che con acqua, del “putìn sono la sella; se di turco non sanno un acca e di cinese ancora meno, sono parte dell’altra metà del cielo, e non è colpa loro; se sono comunisti dichiarati sono fessi, se lo sono senza dichiararsi oppure ex sonotraditori; se sono fascisti camuffati e vestiti di nuovo sono spergiuri, nostalgici portatori di camice nere e di olio di ricino pronto all’uso e consumo per chi non li digerisce; se sono normali viandanti in un paese che credono sanomitegiustobenevoloaccoglienteamorevolebuonomisericordiosopacifico, ammesso ma non concesso che non siano autentici babbei, sono di sicuro tra i tanti e forse troppi che non sanno quello che fanno…

 

E’ sempre la solita storia direbbe ancora Antoine, cantore bislacco di bislacca vita, che quando strimpellava – anno 1967tutto sobbalzava e lasciava immaginare possibile che con un sol balzo si potesse conquistare il cielo. Direbbe Antoine:

Tu sei buono e ti tirano le pietre.

Sei cattivo e ti tirano le pietre.

Qualunque cosa fai,

dovunque te ne vai

tu sempre pietre in faccia prenderai.

Tu sei ricco e ti tirano le pietre,

non sei ricco e ti tirano le pietre.

Al mondo non c′è mai

qualcosa che gli va

e pietre prenderai senza pietà.

Se lavori, ti tirano le pietre.

Non fai niente e ti tirano le pietre,

qualunque cosa fai

capire tu non puoi

se è un bene o un male quello che tu fai.

Sei bello e ti tirano le pietre,

sei brutto e ti tirano le pietre

e il giorno che vorrai

difenderti, vedrai

che tante pietre in faccia prenderai.

Sarà così finché vivrai!

 

Se quella osata da Antoine sia saggezza o ignoranza non lo so. Di sicuro so che “nulla è più terribile di un’ignoranza attiva…”, cioè soddisfatta, senza pudore, refrattaria ai più utili e sani consigli,chiusa al dubbio e aperta solo alle sue certezze… Fanno argine a tale ignoranza le parole di Saul Bellow, pronunciate per ribadire che “Intelligenza e sapienza non sono sempre sinonimi. Infatti, ci sono cervelli raffinati ma crudeli e ci sono fessi con un alto quoziente d’intelligenza. Invece, la sapienza è comprensione con umanità, conoscenza con amore, esperienza con umiltà. Tra carte e fogli sparsi ho poi trovato appunti dedicati ad Agostino di Ippona, tanto attuali da indurmi a credere che Agostino non sia morto ma invece vivente, almeno nelle sue parole e nei suoi pensieri, presente e pronto a non deludere. Julien Green, scrittore e drammaturgo francesizzato, disse un giorno lontano che in Agostino d’Ippona “è così forte la sua concisione che sembrapreservarlo dalla sventura di invecchiare”, che “è poco dire che sembra aver scritto per noi (noi di adesso), dato che “egli è sempre in anticipo sui tempi in cui lo si legge”. Agostino, letto e riletto, offre (certo alla Fede ma anche alla Ragione, che ad essa vorrebbe opporsi) pensieri cui aggrapparsi per non smarrirsi nell’oceano delle ovvietà. Mi è prezioso rammentare, per esempio, che “chiunque crede pensa e credendo pensa e pensando crede…” e anche che “la Fede se non è pensata è nulla”.

Ecco, ho pensato, in quel “Palazzo di vetro” costruito per unire il mondo in un solo abbraccio dovrebbe esserci posto per una fede(anche solo una “parola”) non strumentalizzata, cioè non orientata all’io ma al noi; magari anche per visioni simili a quelle suggerite da Jules Renard (“asceta dello stile, stilita della perfezione” secondo Giuseppe Pontiggia), che vorremmo chiamare “visioni verticali sulla vita e dell’animo umano”, capaci di misurare l’intero orizzonte. Sì’, in quel “Palazzo di vetro” ora oscurato da fumi generanti rabbia, rancore e incomprensioni, dovrebbe esserci posto per una scrupolosa inesattezza”, quella che ammettendo l’impossibile e l’imprevisto dice che “se da una discussione potesse uscire la più piccola verità, si discuterebbe di meno… soprattutto perché non c’è niente di più seccante che essered’accordo: non si ha più nulla da dire”.

Ma questa è, lo devo e lo dobbiamo ammettere, l’ambiguità dei buoni sentimenti… la stessa che consente di investire gli elogi come se fossero denaro, affinché vengano restituiti con gli interessi”. NelPalazzo di vetro”, di sicuro, non c’è posto per i buoni sentimenti e, purtroppo, neppure per discorsi di Pace vera e duratura… Tanto meno per discorsi e ragionamenti sulla felicità dei popoli, di tutti i popoli della terra… Però, anche in quel palazzo –  ne ho sentito parlare e ci credo -, la felicità, sebbene nascosta, esiste e non è un’utopia. Certo, proprio lì, “se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa, ma è dall’attesa più spregiudicata che nascono le più ardite speranze. Parola di illusi, magari vecchi, ma ancora capaci di guardare oltre la siepe per trovare amici disposti a condividere la ricerca.

LUCIANO COSTA

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