Di quale Paese posso parlare? Di questo (mio e vostro), oppure di quello (simile al mio e vostro), o di quell’altro (preoccupato come il mio e vostro)? Non lo so. Uno vale l’altro. Insieme fanno un guazzabuglio di Luoghi che hanno perso o stanno perdendo la trebisonda (dalle mie parti vuol dire non sapere che cosa si fa e si dovrebbe fare, chi si è e dove si sta andando, non avere giudizio e quindi sragionare–pretendere–imporre–offendere–impaurire e viadiscorrendo), che è la peggior sorte augurabile a chicchessia. Secondo il sapere e il saputo si dice “perdere la trebisonda per indicare che si è disorientati o confusi, un po’ come dire perdere la bussola“. Questo bel modo di illustrare la situazione deriva dal fatto che l’antica città turca di Trebisonda (oggi Trabzon), antica quanto Roma e ubicata sul Mar Nero, era un punto di riferimento visivo, fondamentale per i marinai e i mercanti che viaggiavano tra l’Europa e il Medio Oriente. Se a questi captava di perdere la rotta verso quella città, cioè di perdere la Trebisonda, erano guai. Infatti, equivaleva a perdere la via e così rischiare il naufragio.
Dopo millenni (quanti scopritelo da soli), disponendo di marchingegni che guidano e orientano i viandanti in maniera pressoché millimetrica, all’allocuzione-enunciazione-citazioneresta l’onore e l’onere di etichettare, ovviamente in senso metaforico, chi parla-straparla-bofonchia-blatera-ciancia-delira-farnetica-vaneggia-sproloquia… senza ritegno e senza limite, felice di mostrarsi muscoloso senza avere muscoli, potente senza avere palle (di cannone, che diamine!) e attributi adeguati, intelligente seppur evidentemente ignorante (nulla sa e nulla vuole sapere oltre quel che crede di già sapere), popolare pur essendo nemico acerrimo del popolo (deve ubbidire e combattere quel popolo, non pensare), vociante ma senza adeguata e armoniosa voce che lo elevi, bello (per lo specchio addomesticato) ma palesemente senz’anima, simpatico per sua convinzione non per altrui attribuzione, re e imperatore di cortili e fortini (fazzoletti di terra, non Paesi e Nazioni)…
Costoro son tanti (così tanti che contarli è ardua impresa) e sonopressoché invisibili. Però, “che ci siano ciascun lo dice”. Ma dove? Non si sa, ma se facciamo ballare l’occhio e in aggiuntasturiamo le orecchie, potremmo facilmente scoprirlo. In fondo, come manda a dire Giorgio (lettore che non ci sta ad assistere alla commedia che dà molta importanza alle sciocchezze piuttosto che ai pensieri pensati), abbiamo così tanti e tali mezzi d’informazione (otto o ottantotto canali televisivi dedicati al calcio, altrettanti a cuochi e cuoche, ad assaggiatori e assaggiatrici, a pizzaioli e pizzaiole, a spadellatori e spadellatrici a cui s’aggiungono conduttori e conduttrici, paninari e sfitinzie, massmediologi e massmediologhe, talkshowisti e talkshowiste, opinionisti e opinioniste e chi più ne ha più ne aggiunga), che dare un volto ai signori che hanno perso (o stanno perdendo) la Trebisonda dovrebbe essere facile come bere un bicchiere d’acqua.
Se pensate che quanto fin qui scritto sia riferito a qualcuno (questo o quello per me pari sono) che bellamente se ne infischia di civiltà, di diritti, di doveri, di pace e di buon senso, pensate bene. Infatti, gli sciocchi che si credono chissà chi… abbondano e proliferano. E noi, noi popolo, stiamo a guardare. Tutto questo, come dice il saggio interprete del reale che ci circonda, perché “viviamo immersi in un tempo in cui tutto ci appare visibile anche se nulla ci attraversa davvero. Siamo esposti – ogni giorno, ogni ora – a notizie, immagini, testimonianze di dolore, eppure la realtà, quella viva e drammatica, non ci scuote più. La guardiamo, ma non ci (ri)guarda. Ci sfiora, ma non ci ferisce. È come se un vetro spesso ci separasse dal mondo: vediamo tutto, ma non sentiamo più niente. Non si tratta solo di indifferenza, ma di qualcosa di più profondo, più inquietante: una forma di anestesia collettiva. Un ottundimento morale che ci impedisce di provare compassione, di lasciarci interrogare dalla sofferenza dell’altro. Non siamo diventati cinici, ma stanchi…”. Stanchi di “restare umani in un tempo che ci chiede di essere efficienti, performanti, inattaccabili” quando invece tutto concorre a renderci inefficienti, non performanti, attaccabili, arrabbiati e lontani da chiunque nonci assomigli…
Forse non lo sappiamo, ma oggi la vera posta in gioco è la libertà. Però, “non quella vuota e gridata, ridotta a diritto di dire qualunque cosa o a difesa dei propri confini identitari, ma quella autentica, quella che crea legami, che riconosce l’altro, che costruisce futuro, che non si accontenta di rendere liberi daqualcosa, ma che induce a essere liberi per qualcosa. Liberi, cioè pronti per cambiare le cose, per non accettare la disuguaglianza come destino, per abitare i conflitti invece di negarli, per rigenerare le comunità, le istituzioni, i territori”. Liberi… per dare voce a chi non ha voce. Liberi… per donare senza ottenere in cambio niente altro che un sorriso e un grazie. Liberi… per vivere, e non semplicemente per sopravvivere.
Ma come si fa a essere liberi tra mille e mille ingiustizie, prevaricazioni e violenze? Se posso dirla con le parole del Papa “basterebbe porre attenzione al tanto bene che è presente nel mondo per non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza”, basterebbe “non disprezzare ciò che i nostri padri hanno vissuto e ciò che ci hanno trasmesso, anche a costo di grandi sacrifici…”. Basterebbe “non lasciarsi affascinare da modelli massificanti e fluidi, che promuovono solo una parvenza di libertà, per rendere poi invece le persone dipendenti da forme di controllo come le mode del momento, le strategie di commercio o altro…”. Basterebbe “avere a cuore la memoria di chi ci ha preceduto, far tesoro delle tradizioni che ci hanno portato ad essere ciò che siamo, guardare al presente e al futuro con consapevolezza, serenità, responsabilità e senso di prospettiva...”.
Poi? Poi basterebbe aver cura degli altri, dei diversi, degli ultimi, dei disperati… Magari anche dei Rom, dei Sinti, dei Camminanti, quelli che Paolo VI definì “pellegrini perpetui, esuli volontari, profughi sempre in cammino, viandanti senza riposo”, quelli che ieri si son dati appuntamento a Roma per celebrare il loro Giubileo. Magari anche degli usurati, degli sfrattati, dei senza dimora, dei poveri e degli affamati. Perché, come ha detto l’altro ieri Papa Leone XIV “le domande che ritornano sono sempre le stesse: i meno dotati non sono persone umane? i deboli non hanno la stessa nostra dignità? quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani, devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalla risposta che diamo a queste domande – ha aggiunto il Pontefice – dipende il valore delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro. Vale a dire: “O riconquistiamo la nostra dignità morale e spirituale o cadiamo come in un pozzo di sporcizia”. Però, come leggo nel “breviario” di Ravasi, “in mezzo ai flagelli ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”.
Se così è, sperare nel bene che verrà non è tempo perso. E chi se ne importa se “su venti persone che parlano di noi, diciannove dicono male e la ventesima che ne dice bene, lo dice male!”.Importante, se davvero non vogliamo esser nominati tra quelli che hanno perso o stanno perdendo la trebisonda, è imparare o reimparare a stare insieme. Da amici veri e pacifici, nulla più.
LUCIANO COSTA













