Sognavo una domenica semplicemente domenicale. Invece… Invece bombe qua e bombe là, missili giù e missili su, droni armati (ma ci sono anche quelli disarmati ma armati con occhi fabbricati apposta per vedere oltre il veduto, votati alla comunicazione, a disposizione della televisione guardona, autentici ficcanaso oltre che prezzolati spioni… comunque e sempre stupidi) sparsi ovunque e più ancora di ovunque, navi vaganti diversamente armate, navi illuminate incipriate lustrate scintillanti e goderecce, navi brutte lunghe sommerse piene di liquidi e di liquidità, politici eletti non eletti imposti autoproclamati… Di tutto e di più… E chi se ne frega degli innocenti che muoiono, dell’intelligenza che viene sotterrata, della pace cancellata, dell’umanesimo calpestato, della “pietas” derisa e offesa… Mi sono chiesto e vi chiedo: «Quo vadis, humanitas? Dove vai, umanità?». Se interessa, questo è anche il titolo del nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale, approvato da Leone XIV lo scorso 9 febbraio e pubblicato il 4 marzo, tutto da leggere e meditare…
Intanto, nell’alba che s’annuncia bella e ridente (lei non conosce altro modo per presentarsi, per questo sia benedetta e accolta qual desiderata ospite), come sempre in perfetto disordine, leggo note, noterelle, appunti, scarabocchi, ritagli e pensieri accumulati…Uno di questi pensieri dice di non sapere “come si evitano le guerre”, ma anche di sapere “che sarebbe meno difficile farle se fossimo tutti meno stupidi, assenti, menefreghisti” e se fossimo invece più umani, parte di un insieme piuttosto che cercatori dello star bene da soli. Una intervista riassuntiva di chiacchiere intelligenti con un’intelligente portatrice di novità degne d’essere condivise, che gira il mondo offrendo visioni di bvellezza circondate, mi ricorda innanzitutto che “la vita e l’arte sono movimento di persone e di idee… di persone e idee destinate a unire piuttosto che a scavare solchi tra le une e le altre”, poi che “se non ci fossero state le migrazioni tu non saresti italiano e io non sarei africana e oggi non saremmo qui a mescolarci ancora…”. Un rigo di giornale, riferendo parole pronunciate da Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea) conferma che “il mondo brucia la stabilità…” e che per questo “siamo dentro una bolla piena di genuina incertezza, naviganti nell’ignoto…”. Un mio appunto, mal scritto sebbene ben pensato, sottolinea che siamo viaggiatori fra guerre vere e dentro guerre parolaie e verbali fomentate da politicanti l’un contro l’altro armati, che ad altro non servono se non ad arricchire avventurieri senza anima e scarsa arte. E noi lì, spettatori muti di così orrende cronache, immobili davanti a immagini che scorrono impietose e tragiche, ma pronti a passare oltre, ad andare cioè dove tutto è spensierato passatempo, con stelle stelline dolci dolcetti pronti all’uso, con una ruota della fortuna qui e una ghigliottina là, con un prendi e scappa sopra e una botola sotto… il tutto accompagnato da soldi, soldi e ancora soldi. Tra le cronache messe in pagina ma di difficile reperimento, una dice che Mario Delpini, arcivescovo di Milano, riflettendo su questi giorni guerreschi e violenti non esita a sottolineare che “la morte è l’unico esito di questo assurdo sperpero di ogni risorsa”, che “i vincitori esibiscono come trofei i volti di quelli che sono riusciti a uccidere come avveniva in epoche barbariche…”, che “i potenti della terra sembrano impegnati a procurare infelicità ai popoli di tutta la terra…”, che “noi siamo qui, con la nostra impotenza, a intercedere per la pace, disarmata ma incapace di essere disarmante…”. Eppure, secondo il prelato, “siamo qui insieme con Gesù a intercedere per tutti e a professare la nostra fede nel Signore che ha vinto la morte… una fede che indica come unica via possibile il perdono, la riconciliazione e la pace…”.
Allora, di nuovo, mi sono chiesto: cosa è la Pace di cui tutti o quasi tutti parlano senza accreditarla di valore e rispetto? Non ho trovato risposte adeguate, solo un pensiero che invitava ad avere coraggio, sia nel fare che nel dire… Quel pensiero era lì, prima riga della prima pagina del nascente “Corriere della sera” (appena 150 anni fa), e diceva: ”Pubblico, vogliamo parlarti chiaro… Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una festuca… Sai che un fatto è un fatto e una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro”. Un ritaglio rubato a chissà quale rivista, a proposito di gente qualunque e qualunquemente mandata a Roma per rappresentare il popolo, parla di “amichettismo” (crudele rappresentazione del nessuno innalzato a qualcuno senza merito e giustificazione) e di “nazional-sovranismo culturale” (stupida affermazione di un sapere incerto o addirittura inesistente) usati per innalzarla a degna rappresentanza… Esattamente il contrario del succitato “vogliamo parlarti chiaro” rivolto al pubblico.
Oggi è anche la festa della donna, forse utile o forse inutile, comunque puntuale nel rammentare che l’uguaglianza è ancora in viaggio, che resta un’ipotesi bella e difficile. Infatti, come dice un’illuminante ricerca condotta in 29 paesi tra cui il nostro, il 25 per cento degli interpellati pensa che “le mogli devono ubbidire ai mariti” e anche che “le donne non dovrebbero apparire troppo indipendenti o autosufficienti”. Opinioni, solo opinioni, che però, persino un ayatollah giudicherebbe lievemente reazionarie…
Adesso non ho voglia di perdermi un’altra volta in un gomitolo di lamentele. Invece, ho voglia di prendere video, microfoni, telecamere, conduttori, parolai, suggeritori, predicatori e mestatori, guerrafondai e affini per farne stracci, così che “riposino a vita gli spiriti delle paure invisibili…”. Vorrei soltanto guardarmi indietro per vedere come i nostri padri e prima ancora i loro padri, hanno affrontato situazioni simili a quelle che viviamo ora, così, per vedere se possono servire a migliorare il presente. Allora immagino e spero in un Dio buono, generoso, misericordioso e giusto, cioè benigno e perciò disposto ad annullare la malefica forza delle guerre. Chi crede, sa che non è impossibile; chi non crede, speri almeno nei buoni uffici del cielo. Di tale esercizio, quale sia il giudizio del lettore, cerco di cogliere solo il meglio.
LUCIANO COSTA













