Il Domenicale

Rane, tiranni, dittatori e…un re travicello.

Leggo e riferisco: “La natura è armonica: prevede le disuguaglianze…”. Purché proporzionate, suggerisce la norma. Ma chi s’adegua a tale norma? Nessuno, pochi, gli ultimi del banco, gli illusi cultori di idee bislacche (le chiamano così, sono emozioni), i buonisti e anche gli utopisti… fate voi. Per il mondo, liberi e giocondi, girano e si pavoneggiano zar, sultani, tycoons,re, principi, sceicchi, briganti, dittatori, guerrafondai, politicanti, arruffoni, profittatori, tiranni e chissà quanti altri, certo pari ai citati, anche se non citati. Per fortuna, nello stesso mondo, sebben oppressi e depressi, circolano nutrite schiere di onesti pacifici intelligenti generosi lavoratori, che però, appunto perché onesti pacifici intelligenti generosi lavoratori, non fanno notizia. Così è! Se vi pare e anche se non vi pare. In ogni caso, allegri non si può stare. Infatti, son troppi i dittatoritiranni-guerrafondai e poi e poi… Fino a quando costoro saranno liberi e giocondi? Ieri una ragazza di lingua sciolta (insomma, di sicuro effetto), per argomentare sul come disarmare e far tacere i guerrafondai ha invocato, benevolmente, una risata capace di seppellirli e, malevolmente, un terremoto capace di inghiottirli… Ritenendo la risata un intelligente rimedio a stupidità malvagità avidità e meschinità, la elevo a modello da seguire e applicare. Per il terremoto, non essendo mai certo dove e come accadrà e soprattutto, chi colpirà, avrei ampie riserve. Se l’accostamento del terremoto alla risata vi pare fuor di luogo, soprattutto adesso che il terremoto ha seminato terrore e lutti, avete ragione. Ma come faccio a spiegare alla ragazza che ieri l’ha tirato in ballo che non è così che si risolvono i problemi? “Prova a raccontarle la favola delle rane – mi ha suggerito il pensoso Felice – e dille di trarre utili insegnamenti”. Seguo il consiglio. Dice la favola:

C’era una volta uno stagno pieno di rane che facevano quel che volevano: saltavano di qua e di là, oziavano e gracidavano dalla mattina alla sera. Un giorno decisero di chiedere a Zeus un sovrano che insegnasse loro a vivere rispettando le regole e la disciplina. Zeus, divertito da questa richiesta, gettò nello stagno un travicello di legno. Il travicello cadde in acqua con un gran baccano: le rane, spaventate, si rintanarono sul fondo dello stagno e per un po’ non uscirono. Poi, vedendo che il travicello di legno galleggiava immobile sulla superficie dello stagno, andarono a vederlo più da vicino. Cominciarono a toccarlo, poi a saltarci sopra: il travicello non si muoveva e non diceva una parola. Presto le rane tornarono alla vita sregolata e allegra di prima, ignorando il loro re.

Dopo qualche tempo, le rane tornarono da Zeus e gli chiesero un nuovo re: il re che ci hai mandato è una nullità; noi vogliamo un sovrano che ci faccia rispettare le sue regole”. A questo punto, Zeus gettò nello stagno un serpente, che cominciò a divorare tutte le rane che trovava. Per la paura, le rane smisero di gracidare e cominciarono a vivere nascoste tra le canne o nel fango. Le rane superstiti tornarono sull’Olimpo, supplicando Zeus di riprendersi quel serpente malvagio. Ma il capo degli dei disse loro: “Vi avevo mandato un buon re e voi l’avete rifiutato. Adesso, tenetevi quello malvagio”.

Alcuni saggi dicono che la storiella riassunta in favola suggerisce che è meglio avere governanti incapaci ma innocui, piuttosto che astuti e autoritari. Più in generale, il consiglio è quello di tollerare una situazione spiacevole se c’è il rischio che, cambiandola, questa peggiori radicalmente”. Vale a dire: a volte è meglio accontentarsi di qualcosa che non ci danneggia, piuttosto che peccare di superbia e ricercare qualcosa di migliore che però, poi, si rivela in realtà peggiore.

Non sapendo che pesci pigliare e neppure in che modo districarmi tra risate terremoti guerrafondai parolai e mestatori, ho chiesto lumi alla memoria, che astutamente mi ha suggerito di rileggere quel che Giuseppe Giusti, poeta e scrittore arguto oltre che saggio, aveva scritto a proposito di un re talmente inutile da essere considerato tal quale al legno gettato da Zeus nello stagno, un vero e proprio “re travicello”. Dovrei, ovviamente, argomentare e così rendere il domenicale almeno degno d’essere letto. Ahimè, non ho argomenti. Potrei cercarli… Ma perché togliere alla cantata del Giusti la sua giusta e prorompente attualità? Non voglio e siccome ho bisogno di una domenica tutta dedicata a pensieri e rifiniture ditesti, mi prendo licenza e la cantata-filastrocca-favola-epitaffio-storiella-meditazione ve la propongo raccomandandovi di dedicarla a uno dei tanti, troppi, dittatori tiranni guerrafondai in libera circolazione. Dice:

Al Re Travicello
piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello
e piego i ginocchi:
lo predico anch’io
cascato da Dio:
oh comodo, oh bello
un Re Travicello!

Calò nel suo regno
con molto fracasso;
le teste di legno
fan sempre del chiasso:
ma subito tacque,
e, al sommo dell’acque,
rimase un corbello:
il Re Travicello.

Da tutto il pantano,
veduto quel coso:
“È questo il Sovrano
così rumoroso?”
s’udì gracidare.
“Per farsi fischiare
fa tanto bordello
un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:
sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello”.

Tacete, tacete;
lasciate il reame,
o bestie che siete,
a un Re di legname.
Non tira a pelare,
vi lascia cantare,
non apre macello
un Re Travicello.

Là là per la reggia
dal vento portato,
tentenna, galleggia,
e mai dello Stato
non pesca nel fondo:
che scienza di mondo!
che Re di cervello
è un Re Travicello!

Se, a caso, s’adopra
d’intingere il capo,
vedete? di sopra
lo porta daccapo
la sua leggerezza.
Chiamatelo Altezza,
ché torna a capello
a un Re Travicello.

Volete il serpente
che il sonno vi scuota?
Dormite contente
costì nella mota,
o bestie impotenti:
per chi non ha denti,
è fatto a pennello
un Re Travicello!

Un popolo pieno
di tante fortune,
può farne di meno
del senso comune.
Che popolo ammodo,
che Principe sodo,
che santo modello
un Re Travicello!

C’è molto da meditare. Proviamo a farlo e poi magari ne riparleremo.

LUCIANO COSTA

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