Il Domenicale

Responsabilità e gentilezza: merci rare

Non si vedono in giro personaggi di prima grandezza, neppure statisti illuminati, neanche politici un tantino avveduti, men che meno aspiranti politici che seriamente si mettano al servizio della gente piuttosto che dell’ideologia o del partito che li ha aggregati. Della grande democrazia americana un certo Trump ne ha fatto brandelli; dell’utopia comunista russa un tale che si chiama Putin ma che potrebbe benissimo essere il rifacimento di Rasputin (tuttora è sinonimo di potenza, dissolutezza e lussuria, mentre a suo tempo la sua presenza ebbe un ruolo significativo nella crescente impopolarità degli ultimi Zar), ha conservato il potere ma non il dovere di essere del popolo; dallo sterminato formicaio cinese, che Mao aveva illuso e innalzato fino alle porte di un cielo tutto suo, gli eredi stanno estraendo macchine buone per produrre ricchezza da destinare a un sistema che tutto controlla ma che non vede le miseria e i pianti degli oppressi…

Della magnifica Italia e degli italiani brava gente, un Parlamento incapace di darsi la mano e almeno tentare di salvare il salvabile, non vede altro che l’opportunità di scavalcare i rivali per accaparrarsi per intero la torta elettorale. Ieri un fine filosofo, criticando un suo pari notoriamente onnipresente-incazzato-mellifluo-accomodante-spinoso-velenoso seppure mai banale, ha sentenziato che “non è colpa del filosofo se milioni di italiani hanno votato allegramente per anni, scegliendosi una classe politica di una modestia agghiacciante e talvolta scellerata”, aggiungendo anche che “non può proprio essere colpa di Cacciari se i migliori non stanno in Parlamento e nemmeno a Palazzo Chigi”.

L’altro ieri il Governo ha ottenuto un sì unanime al bilancio grazie all’intervento di Berlusconi (ma nessuno sa quanta fatica gli sia costata e neppure se e come l’opera compiuta gli gioverà) abile nel piegare Lega e Fratelli d’Italia e nel portare tutto il centrodestra a votare lo scostamento di bilancio necessario per dare fiato alla nostra disastrata economia, ottenendo in cambio l’allargamento del rinvio fiscale “e forse, ma solo forse – ha subito detto un loquace interprete del politichese – anche qualche piccolo bonus da usare nella eventuale scalata allo scranno più alto del Paese”. Subito dopo è affiorata una certa insofferenza del Pd nei confronti del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, silenziosamente e segretamente eletto “uomo adatto a tutte le stagioni”; un’insofferenza dettata dall’impressione che il premier cerchi di mettere in quarantena la propria maggioranza così da potersi muovere per l’aere in perfetta solitudine. Non meno insofferente, alla stessa latitudine si è materializzato Matteo Salvini per dire che “il tentativo del Pd è chiaro da mesi: vuole scegliersi un pezzo dell’opposizione con cui lavorare. Ma il centro destra non è a disposizione di nessuno. Siamo maggioranza nel paese e governiamo 14 regioni su venti…”.

Di questo passo si va dappertutto fuorché nella direzione indicata e sollecitata dal Presidente della Repubblica Mattarella. Infatti, che senso ha gloriarsi e poi gonfiarsi e vantarsi di aver favorito lo scostamento di miliardi utili alla gente che non ce la fa più a sopportare i mali causati dalla pandemia (ma anche dalla cattiva politica) se non consegue un modo di operare che al tornaconto elettorale sostituisce il ben essere dei cittadini elettori?

“L’assunzione di responsabilità – ha scritto ieri sul “Corriere” Daniele Manca – sta diventando merce rara. Si preferisce andare di cabina di regia in cabina di regia. E’ sempre più difficile individuare, alla maniera degli americani, l’adulto o l’adulta nella stanza, colui o colei che per maturità e intelligenza si prende il carico di adottare decisioni, l’onere, l’incombenza per quello che si fa ma anche per quello che non si fa. Siamo diventati la nazione dei commissari perché non si riescono a far lavorare e a far assumere responsabilità a chi sulla carta dovrebbe prenderle”. Allegria! Domani, forse, andrà meglio. Per adesso, suggerisce Jena, meglio pensare “che tra un mese sarete finalmente usciti dall’incubo del cenone”.  

Fuori di metafora, sarà il caso di andare oltre le ovvietà – sciare o non sciare, cenone o non cenone, vacanza o non vacanza, rossi arancioni o gialli, regalo adesso o regalo dopo, presepe o albero, messa di mezzanotte o a qualsiasi ora, generosità silente e benigna o pompose dimostrazioni di buonismo, fedeli e devoti in chiesa o anche fuori –, magari per provare a stare dalla parte della serietà, quella che alle banalità suggerite dall’approssimazione sostituisce la conoscenza corretta e responsabile di ciò su cui si vuole argomentare. Un lettore favorevolmente impressionato dal modo in cui questo nostro “Bresciadesso” affronta e racconta le umane vicende (così ha detto, così riferisco), a proposito di cattiva informazione dilagante, quella che storpiando il vero alimenta il falso, raccomanda di far tesoro dell’antica ma ancora utile prassi, quella che dice: “Prima leggo, poi consiglio: così combatto l’inganno”. Ha ragione. E allora, “mettiamoli, questi occhiali; togliamo le lenti che ci fanno credere di vedere tutto e ubbidiamo al consiglio…. Non diamo niente per scontato, evitiamo di privilegiare la voglia di comparire alla necessità di opporre al falso la ricerca del vero; adottiamo il controllo attento di ciò che viene scritto; non diamo spazio all’inganno…”. E poi? “E poi, procediamo a un cambio di passo morale nell’uso dell’informazione…”. Per farlo, però, dice il saggio “non bisogna essere molto gentili, basta essere gentili”.

Aldo Grasso, citando Daniel Lumera che a sua volta si dilettava con il pensiero di Platone, ha scritto: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla; per questo sii gentile, sempre. E per questo, nonostante i tempi difficili che stiamo affrontando e che vedono diffondersi gestii di rabbia collettiva, dobbiamo appellarci all’antico valore della gentilezza, necessario oggi più che mai come emblema di un modo di vivere cooperativo e non competitivo, basato sull’empatia, sull’interconnessione e sul perdono”. Probabilmente mi sbaglio, ma credo che il pensiero sia troppo alto per essere compreso e poi adottato da coloro a cui compete reggere le sorti dell’umana avventura. O no?

Giorgio Gaber, quando ancora c’erano, da una parte i comunisti che illudevano le masse regalando utopie egalitarie e rivincite dei poveri sui ricchi e dall’altra democristiani che all’ombra dello scudo crociato predicavano bene e (non tutti, per fortuna) razzolavano male, ovviamente privilegiando quelli della falce e martello, cantava così: “Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due in uno. Da una parte la personale fatica quotidiana e all’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita”. Sappiamo come è andata. Però, la lezioncina, se spogliata dal rosso referente, potrebbe ancora essere utile. Magari quando, prossimamente, quelli che ieri hanno votato all’unanimità lo scostamento di bilancio per favorire aiuti ai maltrattati dalla pandemia saranno chiamati a votare ancora all’unanimità su ciò che servirà al Paese per andare oltre la pandemia. Ma non sarà una facile passeggiata.

Silvio Pellico, proprio quello delle “mie prigioni”, però questa volta in “dei doveri degli uomini”, consiglia di “non adirarsi contro i rozzi”, dato che è “gran parte di gentilezza il tollerare con instancabile sorriso simil gente, non meno che la schiera infinita de’ noiosi e degli sciocchi” i quali “quando non v’ha occasione di giovar loro, è lecito scansarli, ma non si devono mai scansare in guisa, che s’accorgano di spiacerti. Ne sarebbero addolorati o t’odierebbero”.

LUCIANO COSTA

Altri articoli
Il Domenicale

Potrebbero interessarti anche

Menu