Il Domenicale

Rifare il mondo dando asilo a illusi e, babbei e creduloni…

Tu non capiscimi ha gridato in faccia un coetaneo, viaggiatore seriale e quindi aduso ad andare piuttosto che a restare -, ma i mali del mondo abitano qui, sono qui, adesso, intorno a me e a voi abitano dove scorrono acque e dove regna la sabbia, dove c’è ricchezza e dove invece ha sede stabile la povertà, dove ci si ammala e si guarisce e dove invece ci si ammala ed è la fine…”. Spinto da così alta riflessione ho allora pensato a chi potesse essere l’origine di tutti i mali. La risposta non è tardata: è la guerra– questa o quella oppure quelle conosciute e sconosciute -, che riassume tutti i mali del mondo… Però, chi se importa… Certo, noi siamo contro la guerra, però produciamo armi per la guerra… E’ l’economia, bellezza… Però, che pena!

Se sia un dialogo immaginario, oppure il farneticante sproloquio di menestrelli qualunque, o il grido di dolore e stupore innalzato alcielo da popoli e persone in cerca di futuro, o se invece sia la denuncia spietata del menefreghismo globale e dominante, o anche solo il tentativo di stupire la piazza in tutt’altre faccende affaccendata…. Giudicatelo voi. Personalmente credo che il tutto provenga dall’assenza di pensieri pensati buoni finalizzati al bene comune piuttosto che al comodo star bene da soli… Però, comesostiene gran parte dei pedestri abitanti del mondo, pensieri e idee valgono se non disturbano… Altrimenti? Altrimenti “a morte le idee”. Buone belle brutte orribili orripilanti nefaste sgangherate assurde, comunque e sempre idee. E poi basta un colpo di fucile(quello sparato da un giovanotto americano contro un suo parititolato, famoso per mani sventolate e inviti urlati a scendere in piazza contro presunti nemici delle sue visioni, è solo l’ultimo della serie) per eliminarle e così far emergere in loro vece la convinzione che in fondo basta una pallottola, un botto, un cazzotto, una bomba o qualunque altra cosa che faccia male e rumore per mettere in pericolo mortale tutte le idee… Quelle possibili o anche solo immaginabili, quelle impraticabili e quelle urticanti, comunque idee…. “che io non condivido, ma che farò di tutto per lasciartele dire e scrivere…” diceva il vecchio e saggio direttore del giornale che mi ammetteva al suo quotidiano convivio… Lezione ancora attuale, sebbene disattesa e calpestata

E’ fresca la notizia dell’inviata allontanata dal porto in cui stazionava la “flotilla” diretta a Gaza per portare fin là aiuti e solidarietà. A commetto dell’accaduto il suo giornale ha titolatocosì il commento: Su un mondo in tumulto spesso cala il rassicurante silenzio per la Causa, buona o cattiva che siaCronisti accettati solo se fanno da megafono. Ma la realtà non si baratta con la propaganda”. Io, superstite di una generazione di scriventi idealisti e tanto utopisti, condivido e mi infastidisce per non dire: mi inorridisce che una compagnia animata di buonissimi propositi, generosità, condivisioni, umanesimo, umanità e abbracci agisca in quel modo, tal quale a quello di un a caserma in cui la regola è ubbidire, non discutere, stare allineati, zitti e accomodanti, punto e basta. Il racconto dell’amarissima esperienza vissuta dalla cronista (Francesca Del Vecchio, reporter del quotidiano “La Stampa”) è desolante. Incomincia con una serie di emarginazioni umilianti (non tu no, qui no, stai fuori…); continua con un “non possiamo fidarci di te, sei una giornalista pericolosa, hai detto al mondo dove si tiene il nostro corso…; finisce con l’espulsione totale immediata e senza perché dall’avventura, che seppur solidale e rispettata, di solidate e rispetto ha solo l’apparenza. Brutto clima quello raccontato… All’arrivo a Catania, luogo di partenza della spedizione italiana e del training riservato ai partecipanti, è stato chiesto a tutti di consegnare i cellulari e, nei giorni successivi, anche di lasciarsi perquisire. La citata reporter riporta i fatti, ma gli organizzatori la accusano di aver rivelato informazioni sensibili. Così, riferisce “mi restituiscono il passaporto e mi cacciano letteralmente fuori dal porto. Speravo aggiunge – di poter fare quello che la mia professione comporta, cioè osservare e riferire. Non è stato possibile”. Così Francesca – oggi lei, ieri chissà chi altra o altro –ha pagato il duro pedaggio preteso da chi crede di possedere, lui e nessun altro, la verità. Francesca ha smesso di scrivere di “flotilla” e delle idee connesse all’andare per portare aiuti. Francesca è tornata a essere, come scrive Domenico Quirico “embedded solo di sé stessa e della realtà… Non della verità, che quella ha sempre qualche padre losco e tentatore”. Mi chiedo: quante sono le voci e le penne che dicono e scrivono senza sottostare a obblighi e dazi imposti dall’ideologia o dall’interesse? Ce ne sono parecchie, lo so. Ma so anche che vengono zittite e cancellate solo per compiacere qualche potente in libera (ma spero momentanea) uscita.

Tutto questo ieri. Però “Ieri” (titolo di una canzone che oggi compie sessant’anni: Yesterday è il suo titolo), cantata dai Beatles all’inizio della loro magnifica avventura, conferma anche oggi che Ieri, tutti i miei guai sembravano lontanissimi, adesso sembrano quasi che stiano di casa qui, mentre io, improvvisamente, non sono l’uomo che ero…”, sono invece un uomo di “ieri”, uno che cerca un posto dove nascondersi per restare lontano da tutti”.

Però, nonostante questo nascondersi, il panorama non cambia: guerre e ancora guerre, ingiustizie e ancora ingiustizie, libertà soffocate e democrazie avvilite, pace calpestata e idee ammutolite, violenze messe in vista senza un briciolo di vergogna, bugie smerciate come caramelle e verità accomodate a uso e consumo dei potenti di turno… Tutto questo mentre resta evidentissimo e indispensabile il bisogno di “disarmare le parole e disarmare la Terra, perché, come ha mandato a dire anche ieri Papa Leone XIV,il racconto e la narrazione tornino ad aiutare la pace, il dialogo, la fraternità, perché quel che serve al tempo presente per essere buono per tutti è racchiuso in tre orizzonti, ognuno rappresentante scenari che dicono, gridano, invocano e annunciano “verità, libertà, dignità”. Perché questo si avveri, serve una comunicazione “disarmata da ogni pregiudizio, rancore, aggressività, fanatismo e odio; serve una comunicazione liberata dalla droga delle semplificazioni ingannevoli…”.

Se qualcuno vuol provare a zappare fino a far emergere il meglio del vivere insieme, in pace e in amicizia si faccia avanti. Se poi anche questo si rivelasse utopia, illusione, babbeismo… pazienza. Qualcuno verrà dopo e di nuovo le proporrà qual rimedio alla distruzione definitiva di idee e pensieri pensati piuttosto che infiorati di niente… Ieri sera qualcuno, al termine di chiacchiere e dialoghi su guerre che offuscano e di Pace che viene strapazzata e derisa, ha di nuovo argomentato sull’assenza di Dio, di un Dio capace di accomodare il malfatto, di annullare l’odio, di regalare il bene, di restituire dignità all’umanità in fuga dalla responsabilità di costruire cieli e terre nuovi. Così è riemersa l’idea di dare lezioni al Dio sconosciuto o conosciuto, amato oppur odiato, accettato o rifiutato – uno qualsiasi tra i tanti sparsi nell’infinito cielo – così da indurlo a riparare quel che i viventi hanno guastato.Qualcuno è tornato a dire: “Se io fossi Dio, fareidireipunireisalvereievitereipunirei-salverei-darei… magari forma e sostanza ai desideri della gente, chiunque essa sia. Mi son ricordato allora di una canzone datata (anni settanta) assai poco ascoltata sebbene, se letta oggi, meritevole di attenzione. L’aveva scritta e cantata il Gaber disilluso e buon cercatore di utopie con cui infarcire il panino dei suoi e miei sogni. Diceva “Io se fossi Dionon mi farei fregare dai modi furbetti della gente, non sarei mica un dilettanteSarei sempre presente, sarei davvero in ogni luogo a spiare, o meglio ancora a criticare cosa fa la gentePer esempio il piccolo borghese” che “non commette mai peccati grossi, non è mai intensamente peccaminoso” e che perciò “lui pensa che l’errore piccolino” Dio “non lo conti o non lo veda”. Anche per questo io se fossi Dio… preferirei il secolo passato, rimpiangerei il furore antico, dove si odiava e poi si amava… e non sarei così coglione da credere solo ai palpiti del cuore, o solo agli alambicchi della ragione e neppuresarei mica stato a risparmiare… avrei fatto un uomo migliore non avrei fatto gli errori di mio figlio… e sull’amore e sulla carità mi sarei spiegato un po’ meglioInfatti non è mica normale che un comune mortale…” diventi (dico io) padrone del mondo… Poi, “nei vostri sfaceli, io se fossi Dio, non avrei proprio più pazienza, Inventerei di nuovo una morale e farei suonare le trombe per il Giudizio universale”.

La canzone, ovviamente, lunga com’è, dice molto altro (tutto da leggere e far leggere) e conclude il suo viaggio con righe che sembrano strappate al pensiero di “ieri”, quello che di fronte al mondo in sfacelo suggerisce la lontananza come medicina. Dicono le ultime righe cantate dall’insuperabile menestrello che di nome fa Giorgio e di cognome Gaber: “Io se fossi Dio, in questo scontro quotidiano, non mi interesserei di odio e di vendetta e neanche di perdono, perché la lontananza è l’unica vendetta, è l’unico perdonoE allora va a finire che se fossi Dio… io mi ritirerei in campagna”. Per fortuna Dioquesto o quello, mio o tuo, suooppure nostro o loro poco m’importa la pensa diversamente e, quindi, qui rimane per dire che amore e non odio, verità e non falsità, libertà e non oppressione, giustizia e non ingiustizia trionferanno disegnando terre di pace e di fraternità.

Qualcuno (più di uno, di mille, di centomila, di un milione, di un miliardo) sostiene che Dio sia un’invenzione, buona per buonisti, utopisti, illusi e babbei… Se interessa, io mi sento uno di questi, anche felice di esserlo…

LUCIANO COSTA

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