Fra sei giorni e per l’ottantunesima volta, il calendario nostrano dirà che è il giorno giusto per festeggiare la Libertà, quella ritrovata dopo anni di dittatura e da allora salutata “qual alba nuova e felice”. Ovviamente, festeggerò festeggeremo… Questo nonostante che un bel pezzo di mondo sia prigioniero di nemici della libertà altrui, di stupidi dittatori – null’altro che guerrafondai senz’altra morale se non la propria –, di gentaglia sfacciata, di potenti vestiti d’oro argento diamanti e dollari ma sotto sotto irrimediabilmente nudi e ridicoli… Però, siccome oro argento diamanti e dollari sembrano generi adatti a regalare felicità, allora viva chi li possiede e abbasso gli sciocchi che si ostinano a credere che la felicità sia sorella della libertà… “Per parte mia – mi ha detto ancora ieri il saggio babbeo che staziona volutamente ai margini della piazza che, guarda caso, si chiama ‘della libertà’ – io quella ragazza che si chiama Libertà la sposerei subito, se ci fosse e fosse disposta a concedermi residenza stabile”. Eccolo il solito illuso, ho pensato. Sottovoce ma volentieri, mi son schierato dalla sua parte, di una parte schierata a favore della libertà di scelta e di opinione, felice di poter esprimere idee, magari strampalate ma ben-pensate. Però, appena dopo, mi sono posto una domanda: la libertà, oltre ad essere indiscutibile, è anche sufficiente? Domanda senza risposta, almeno fin quando alla parola libertà non ne ho aggiunto altre due semplicemente essenziali – fraternità e uguaglianza –, le quali, oggi, son qui a dirmi che ancora significano “non insolenza”, ma rispetto dell’altro, “senso del limite”… invalicabile per non offendere colui che, bene o male, è sempre mio fratello.
Qualche anno fa, al tempo di “Expo”, fantasmagorica vetrina del possibile allestita a Milano, ai ragazzi bresciani invitati a cantare l’inno italiano bastò mettere una parola, una semplicissima parola, al posto di un’altra, che se ne stava lì da un sacco di tempo, per obbligare chiunque a drizzare le orecchie e a chiedersi se per caso fosse cambiata la storia. I ragazzi del coro, con sfacciata ma apprezzata semplicità, avevano infatti messo la parola “vita” dove prima c’era “morte”, gridando così al mondo “…siam pronti alla vita, l’Italia chiamò”. Di tutto lo straordinario programma preparato per l’inaugurazione, quell’attimo fu la magnifica sintesi di una lezione che solo ragazzi sognanti e liberi potevano regalare, punto da cui partire per “nutrire il Pianeta”, per inventare nuova “energia per la Vita” e così “globalizzare la solidarietà”. Dopoanni e dopo mille e mille pensieri-ripensamenti-sogni-illusioni e utopiche visioni, sono ancora propenso a intendere, per poi ribadire, che libertà non è la semplicistica coniugazione delle personali volontà, ma somma di pensieri nobili, e nobili perché rispettosi, innanzitutto, degli altri.
Libertà è anche il nome di mille piazze che raccontano il cuore di persone in cammino, di comunità che cercano, nel loro faticoso procedere quotidiano, di garantire alla gente e alle genti che occasionalmente si ritrovano ad affollarle, dignità e pari opportunità. Ma questo, ai violenti – quelli che dopo una partita di calcio gettano pietre e bombe, quelli che per dire di no a qualcosa che per loro è indigesto mettono a ferro e fuoco la città che li ospita, quelli che ritengono la guerra un rimedio piuttosto che una condanna e la pace un’eventualità e non invece certezza di buon vivere – non interessa. Costoro infatti sono pieni di niente, ma per così tanto niente vorrebbero anche essere ricompensati; sono imbecilli in libera uscita, ma siccome sanno che l’imbecillità fa parte del paesaggio si ritengono nella norma; sono ignoranti, di un’ignoranza voluta, perseguita, malefica, comoda, pericolosa e vile; sono imbevuti di ideologie nefande e distruttive; divorano slogan e li sputano in faccia a chiunque si trovi a passargli accanto; urlano bestemmie immaginando che la libertà incominci da lì e non dall’intelligenza che accetta il confronto, che rispetta gli altri, chiunque essi siano e quale sia il dio a cui affidano le loro speranze; distruggono, incendiano, sparano, bombardano, bastonano, rubano e poi, quando il loro “capo” (perché è sicuro che qualcuno li comanda e li guida) suona la ritirata, tutti insieme calano le brache, abbandonano le maschere, mollano i bastoni, gettano le spranghe, negano i bombardamenti e si rifugiano tra coloro che appena prima stavano torturando e impaurendo…
Mia zia Irene, suora di quelle che anche adesso si chiamano “Ancelle della Carità, una che non aveva avuto timore di affermare il bene della libertà, allo scoccare di ogni 25 Aprile, mi invitava a “non dimenticare mai di essere stato il fortunato abitante di una terra che svegliandosi dal torpore, aveva conquistato la libertà mettendo in gioco la propria esistenza, i propri amori, le proprie speranze”. Più avanti negli anni, tessendo ricordi su ricordi non mancò di cospargere la ricorrenza richiamando il dovere della responsabilità e dell’orgoglio. “A te e a chi come te è nato in tempo di libertà ritrovata – diceva – tocca il compito gravoso ma sublime di innalzare al cielo il canto di ringraziamento”.
Sono passati ottantun anni, anni gloriosi difficili e duri, spesso inquieti, ma sempre incorniciati dentro la libertà ritrovata… Che cosa resta adesso da ricordare e che cosa resta ancora da dire? Vittorino Chizzolini, forte di un cuore che trasudava speranza e di braccia sempre pronte ad abbracciare chiunque chiedesse d’essere compreso, a noi che avevamo avuto la fortuna di nascere in quel meraviglioso 1945 e che a lui chiedevamo motivi per continuare a credere nella bontà dei gesti compiuti dai padri, disse: “Ricordate le voci di coloro che la voce l’hanno usata per conquistare la libertà; dite ai vostri figli e nipoti che nessun uomo è escluso dalla città in cui abita la libertà”.
Cesare Trebeschi, qualche anno fa, scrivendo di “quando la vergogna di un’Italia umiliata diventa impavido coraggio contro l’occupante nazista” e ricordando la “miope posizione ostinatamente difensiva di tanta cattolicità”, ripropose con forza ciò che suo padre Andrea, “fiamma verde” convinto e resistente coraggioso fino alla morte, aveva sempre proposto e difeso: libertà, giustizia, solidarietà, dignità, democrazia. Giorgio La Pira, grande e pacifico costruttore di città per l’uomo, scrivendo un “appello al fratello più povero” e un altro al “al fratello più ricco”), sosteneva che “non c’è povero che non possa dare una mano a qualcuno più povero di lui”, ma che di sicuro esisteva anche “il ricco che ha sempre qualcuno più ricco o più fortunato da rincorrere ansiosamente”.
Sono passati ottantun anni… e noi che siamo nati attorno e dentro quel 25 Aprile 1945, ma anche chiunque abbia respirato insieme a noi libertà e democrazia conquistate, dovremmo ripartire dal “coraggio della parola” con cui loro, gli uomini della Resistenza si opposero alla dittatura permettendo all’Italia e agli italiani “a non avere vergogna di darsi la mano tra diversi, ad avere paura della paura del salto nel buio, a temere piuttosto di non poter afferrare il momento magico della vita e della risurrezione”.
Stamani all’alba la radio ha messo in onda la canzoncina degli illusi, quella che dice:
“C‘era un ragazzo che come me
amava i Beatles e i Rolling Stones,
girava il mondo, veniva
dagli Stati Uniti d’America.
Non era bello, ma accanto a sé
aveva mille donne…
Cantava “viva la libertà”
ma ricevette una lettera,
e la sua chitarra mi regalò…
Gli dissero va nel Vietnam
e spara ai Vietcong
C’era un ragazzo che come me
Amava i Beatles e i Rolling Stones,
girava il mondo, ma poi finì
a far la guerra nel Vietnam
Capelli lunghi non porta più
Non suona la chitarra, ma
Uno strumento che sempre dà
La stessa nota…
Non ha più amici, non ha più fan.
Vede la gente cadere giù.
Nel suo paese non tornerà.
Adesso è morto nel Vietnam
Nel petto un cuore più non ha,
ma due medaglie o tre…”.
Canzone di ieri, però buona per l’oggi… Basta infatti sostituire nomi e luoghi… e tutto diverrà amarissima attualità. Purtroppo la storia non insegna niente a nessuno e così ripete tristemente il suo corso. Alla faccia dei sogni, anche di quelli che anticipano evenienze forse possibili, come quelle che raccontano di uomini, di amici generalmente miti, affettuosi fra loro e cordiali, che all’improvviso s’impuntano su opinioni, visioni e gesti diversisenza accorgersi che tra opinioni diverse c’è di sicuro anche quella di un possibile accomodamento… Magari quella che porta libertà e regala pace.
Meditiamo, meditiamo. E poi ritroviamoci in piazza, in piazza della Libertà… piazza grande e capace di ospitare il mondo intero.
LUCIANO COSTA













