Il Domenicale

Se siamo solo una bolla, di sapone o d’aria poco importa, siamo davvero poca cosa…

Il filosofo, come tanti immerso nel dolce tepore della vacanza tra mare laghi colline montagne città isole luoghi più o meno incantati-incontaminati oppur contaminati, nel suo settimanale “ragionare” invita ad “apprezzare la leggerezza del presente” e ancor di più ad “apprezzare a godere o desiderare senza voler per forza possedere”. Tutto questo perché, in fondo, io tu egli noi voi essi, tutti quanti, siamo solo una bolla (d’aria o di sapone, che questa o quella pari sono). Infatti, “cosa meglio di una bolla potrebbe rappresentare l’inconsistenza della realtà che ci circonda, a cui diamo importanza solo per ignoranza?”. Nulla… Ma la presunzione mia tua sua nostra vostra loro, di sicuro, induce a credere non nell’evanescenza della bolla bensì nella sua indefettibile consistenza. Così, chi se ne importa se la bolla, in quanto bolla, è semplicemente fragile, un soffio e nulla più! Proprio come gli umani… Chiunque essi siano e qualunque sia la loro posizione sociale o la loro collocazione sul gran teatro del mondo, sono bolle vuote e roteanti. Secondo Erasmo da Rotterdam, sono “un nonnulla che sfavilla, luccica per un momento, come se fosse qualcosa di importante, prima di deludere e scomparire” lasciando dietro a sé una scia di effimero che più effimero non si può. Penso ai cialtroni che mane e sera, in giro per il mondo conosciuto e sconosciuto, dicono-disdicono-discutono-dileggianofraseggiano e infine ormeggiano le loro effimere idee ovunque ovunque vi sia qualcuno – uno cento mille e ancor di più casualmente disposto a concedere loro udienza se non proprio credito. Se non v’aggrada esercitare in proprio l’arte della perplessità suscitata dalle cronache astutamente racchiuse in bolle (già dette di sapone o d’aria, senza ritegno, che una vale l’altra), allora cercate lumi nel libro che Pierre Zaoui (filosofo francese, docente di filosofia che alla filosofia delle bolle ha dedicato attenzioni non banali), ha scritto per illustrare quanta bellezza dell’effimero è racchiusa in “un’apologia delle bolle di sapone”. E, credetemi, tra le righe non scoprirete la prevalenza dell’effimero, ma di sicuro vi apparirà chiaro che “non è stabile la felicità…” essendo chiaro che “la realtà è instabile e che non meno instabili siamo noi…”, noi che siamo, quasi tutti se non proprio tutti, idealisti, incoscienti cultori dell’utopia che, per dirla con Magris, “non conduce a nulla se non è accompagnata da una buona dose di disincanto.

Nella piazza vacanziera, anch’essa immersa nella bolla che dominando tutto ingloba, anche ieri sera s’è girato e rigirato attorno al nulla. Infatti, un quarto di piazza discettava sul tempo e la massa di previsioni che lo illuminano; un altro quartoraccontava le gesta di ciclisti cicliste calciatori e calciatriciimpegnati a miracolo mostrare; il terzo quarto della serie, illustrava la bellezza delle sagre in circolazione e, ahimè, l’orrenda offerta di cibo (nel senso di mal cucinato e, quindi, reso nemico della genuinità del prodotto) che quasi invariabilmente le accompagna; l’ultimo quarto, silente e meditante, quindi pressoché estraneo all’insieme, discettava di guerra e pace, di ricchezza e povertà, di bene e male, di vizi e virtù (“certi vizi – sussurrava Maddalena rinnovando il pensiero del saggio e perciò pressoché dimenticato i Flaiano – sono più noiosi della stessa virtù… ed è per questo che la virtù spesso trionfa”), di vita e morte (questultime collocate davanti agli uomini e alle donne,pronte a dare a questi e a quelle, senza varianti o scorciatoie, ciò che al loro dio piacerà), di parole che valgono e di parole invece inutili, di buoni e di cattivi (a essere buoni – diceva uno dell’ultimo quarto – si dorme meglio, ma i cattivi da svegli si divertono di più”), di potenti impotenti e di impotenti potenti (tutti comunque ben collocati e ben assortiti) a cui la dabbenaggineincosciente di tanti loro simili ha concesso licenza d’esistere ed esistendo creare danni evidenti.

Per sottrarmi alla bolla piazzaiola e vacanziera ho allora rivisitato stralci di pensieri messi in disparte in attesa di ricollocazione magari assistita e ragionata. Ogni pensiero, questa volta, era però dedicato… Dedicato al “biondo tycoon americano era il pensiero secondo il quale un passo indietro assicura un passo in avanti; dedicato a Giorgia ed Elly, la prima presidente e l’altra antagonista del presidente, quello che dicendo come “unaprodezza grande come la terra è cancellata da una sola parola: l’orgoglio…, ammonisce sulla vacuità del rango occasionalmente ricoperto; dedicati all’autoproclamatosi zar di tutte le (sue) russiesono quelli che elencando ciò che occorre per non restare infidi e reietti all’umano sentire (“occorre aver dimorato in un luogo di pianura per sapere che è pericoloso spingersi ad altezze eccessive… occorre essere rimasti a lungo nell’oscurità per sapere che si resta abbagliati da una luce troppi viva… occorre aver dimorato nella quiete per sapere che è faticoso amare il movimento… occorre essere rimasti a lungo in silenzio per sapereche il troppo parlare estenua…”) dicono che di costui possiamo e dobbiamo farne a meno; ai mega ricchi è dedicato quel pensiero che assicurando l’evidente (e cioè che “un palazzo e una capanna non appartengono a mondi differenti) rimette al centro non l’io ma il noi; dedicati all’ebreo più errante (nel senso di accumulatore di errori) che vi sia sono i pensieri che dicendo come “amministrare senza curarsi del bene del popolo è come essere un bandito travestito da nobile mandarino… insegnare senza sorvegliare la propria condotta è come invocare Buddha senza avere fede in lui… agire senza coltivare la virtù è come contemplare un fiore effimero…dovrebbero indurlo a mutar pelle o, almeno, a orientarsi verso lungimiranti azioni pacifiche sebbene dolorose; a tutti gli innominati e dimenticati, infine, è dedicato il pensiero che è somma di tutti i pensieri pensati, quello che dicendo “non devo vergognarmi dei miei molti difetti, quel che mi preoccuperebbe sarebbe di non poterne correggere alcunoinduce a fare ogni giorno qualcosa per migliorare il giorno che l’ha preceduto. Allora e solo allora, la vacanza diverrà occasione per apprezzare la leggerezza del presente. Per farlo basterà non rinunciare a esprimere un’idea personale dinanzi all’incredulità dei più, non circondare d’importanza eccessiva la nostra opinione sena curarci di quel che dicono gli altri, non arrogarsi piccoli vantaggi a scapito dell’interesse generale, non favorire le nostre relazioni personali sfruttando l’opinione pubblica…

Tutto qui, che per adesso basta e avanza!

LUCIANO COSTA

Altri articoli
Il Domenicale

Potrebbero interessarti anche