Mugugno ergo sum… Lo faccio io e lo facciamo in tanti, perché essenzialmente abbiamo bisogno di lamentarci e poi immaginare che il soggetto del lamento – un posteggio, un deposito, una centralina, una strada, una fabbrica, un inceneritore di rifiuti (miei e tuoi), un crematorio… – essendo magari necessario, non qui ma là dovrebbe trovare posto… Il mugugno come collante che ci tiene legati alla storia millenaria precedente e che è o diventa la misuradella partecipazione alla “res pubblica”, la cosa pubblica… Avanti, mugugnate se volete che qualcuno dica che esistete. E se poi le cose sono a posto e tutto va bene, Madama la Marchesa, allora il rischio di non poter mugugnare sarebbe grande… E non aver più nulla su cui mugugnare diventerebbe, se non una tragedia di sicuro un grattacapo considerevole. Chi non ha mugugnatosugli equilibrismi messi in mostra in questi giorni appena passati da Madama la Marchesa e dal suo codazzo di ampollosi consenzienti a proposito di un andirivieni sospetto di loschi figuripiù simili a lupi che ad agnelli, scagli la prima pietra. Io ho mugugnato, ma il mio mugugno s’è rivelato tal quale al raglio d’asino rivolto al cielo. Ho anche continuato a mugugnare contro la guerra, contro chi opprime popoli innocenti, contro chi usa ostaggi innocenti come scudo della loro malvagità e pretesto per difendere il proprio potere, contro chi se ne lava le mani, contro chi si chiama fuori da tutto perché lui basta e avanza a se stesso, contro chi si asciuga una lacrima e dice basta lacrime mentre è già sicuro che altrove, magari a un passo da lui, le lacrime non smettono di invocare aiuto… Continuo a mugugnare sul troppo di qualcuno e sul troppo poco che resta agli altri. Mugugno, ergo sum! Però, mi resta almeno la soddisfazione di pensare che prima o poi il mio mugugno sommato a milioni di altri mugugni produrrà l’onda amica, cioè capace di renderci uguali perché amici e fratelli, perché figli di un Dio giusto buono misericordioso previdente e provvidente…
Ma dove abita questo Dio se poi intorno c’è tutto il contrario di quel che ha annunciato e continua ad annunciare? Ieri Pinco ha maledetto il suo “dio” perché, se ho ben capito, non gli dava il pane quotidiano e neppure gli rimetteva i debiti secondo quella che per lui era giustizia e giusta causa; stamani all’alba Pallino, fratello di Pinco, ha invece benedetto il suo “dio” perché finalmente aveva fatto cadere addosso al suo nemico una tal montagna di problemi da renderlo finalmente uno qualsiasi e non il di più che credeva e pretendeva di essere; prima di sera il mio mugugno, sono sicuro, elevato al cielo per confermare che nonostante tutto, dunque e comunque, sono-esisto-vivo-respiro, verrà a dirmi che nonostante abbia invaso il solito domenicale, non ha trovato spazio e udienza. Forse, ma solo forse, me ne farò una ragione e concluderò che il mugugno, sebbene sia, in realtà non è…
Nel mezzo di simili pensieri, improvvisamente e senza un perché apparente, mi sono chiesto, senza per altro trovar modo di rispondermi, cosa spinge qualcuno ad acquistare un libro che si occupa di Dio se lui per primo non si occupa di Dio. Per esempio, così scrive e informa Alfonso Berardinelli così riferisco, “Il Dio dei nostri padri di Aldo Cazzullo, sembra che nel 2024 sia stato il libro fra tutti il più venduto. Stento a crederci – dice e con ciò mi convince –, soprattutto perché fin dalla sua apparizione è stato pubblicizzato per aver (fulmineamente) venduto più di trecentomila copie. Ma soprattutto – aggiunge e con questo mi punge e al di lui pensiero mi congiunge –, mi chiedo perché sia possibile che a parlarci di Dio e a spiegarcelo non siano sacerdoti cardinali biblisti teologi invece che un giornalista noto soprattuttoper le sue presenze televisive. Ci si interessa a Dio – chiede per concludere Berardinelli – più per curiosità e intrattenimento che per crederci? Fra i compratori del libro di Cazzullo ce ne saràalmeno qualcuno che osi aprire i Vangeli e ne legga una pagina al giorno?”. Io dubito, e voi?
Invece, non dubito e non mugugno constatando con Ravasi che “la maggior parte delle persone non è in grado di parlare di nulla se non parla di sé o comunque della cerchia di cui è il centro. Oggi più di ieri, cioè da quando la massima riportata è stata scritta da tale Anthony Trollope, dato che oggi forse più di ieri, siamo dominati dalla società dell’apparire, dello spettacolo, dell’autoreferenzialità”. Oggi, infatti “la televisione e i social – parola di Ravasi – sono l’ideale palcoscenico per parlare di sé in un vaniloquio che non teme di denudare (non solo fisicamente) le parti più intime e vergognose (ma quali? sic, doppio sic!) della propria persona”. Chi se ne frega… Prevale quel che Carlo Emilio Gadda inserì nella Cognizione del dolore: “l’io, io!… Il più lurido di tutti i pronomi”. Ma sì, un po’ tutti ci lasciamo trascinare dal quel parlare di sé e di coloro che appartengono alla nostra cerchia, pronta e prona a darci sempre ragione… Consegue, scrive il cardinale nel suo domenicale breviario “l’io coccolato, massaggiato, incensato, che lascia alla fine ben poco spazio agli altri e alle loro idee… Inoltre, in molti casi, di scena non è soltanto lo scontato orgoglio, l’egoismo o l’egocentrismo, ma anche una povertà di pensieri, di interessi, di conoscenza. Eppure… sarebbe così suggestivo ascoltare e guardare la varietà dell’umanità che ci circonda; sarebbe anche una sana demitizzazione del nostro essere saccenti e superbi, incapaci di accorgerci che siamo forse solo monocordi e noiosi…”.
In attesa di tempi migliori e migliori perché arricchiti da pensieri men che frivoli o interessati all’avere più che all’essere, mi consola sapere che “non conta quanti anni si viva ma quanta vita c’è in quegli anni…” che “non è il caso di piangere perché è finito, ma che vale assai di più sorridere perché c’è stato”. Se poi ti va di pensare un di più del solito pensiero egoistico, ricorda quel che Gesualdo Bufalino mandò a dire, e cioè che “la vita è uno squarcio di luce che la morte, come una chiusura lampo, fulmineamente richiude”. Se non ti va di pensare e sommare pensieri men che frivoli e gioiosi a pensieri elevati, misteriosi, gloriosi e illuminati di certezze, allora consenti alla canzonetta – quella che dice “sempre allegri non si può stare” – di avere ragioni da vendere al mercato delle buone intenzioni. Magari quello allestito a fianco o dentro il Giubileo 2025, che essendo dedicato alla speranza si spera possa consentire di sperare giorni migliori. Però, almeno io, questi giorni migliori non li vedo ancora. Per adesso vedo lunghe file di parole e progetti in marcia verso Roma caput mundi e caput di pochi che fanno e disfano a piacimento….Verso un sito dove un’accozzaglia di politicanti soggiorna, ufficialmente per rendere migliore la vita di noi italiani, ufficiosamente per trastullarsi nel loro scuotere il capo a comando – su e giù per dire sì a Madama la Marchesa (chiunque essa sia, che diamine pensate!), a destra verso sinistra e viceversa per dire no a chiunque non sia dalla parte della suddetta e citata Signora.Ovviamente, a costoro non interessa certo quel che il sommo Manzoni mise a disposizione di chi leggendo poteva meditare e meditando trovare il meglio cui appellarsi…, vale a dire “prendere il metodo d’osservare, paragonare, pensare prima di parlare”…Quindi, benché ripeta, mi assolvo E faccio dire agli altri “quello che non so dire bene, talvolta per la debolezza del mio linguaggio, altre volte per la debolezza della mia intelligenza”, altre ancora perché vivo, non da solo però, “alla ricerca del tempo perduto, col capo sempre al passato e la mente pronta a detestare le nequizie del presente…”. C’è poco da stare allegri perché in fondo “sempre allegri non si può stare…”. Quindi, con quel mitico sognatore che il 31 dicembre scorso invece di festeggiare si diresse al cielo senza neppure salutare (si chiamava Paolo Benvegnù ed era degno rappresentante di un cantautorato “altro e intelligente”, perciò sottovalutato) “lascio che le cose passino e si sfiorino / passino e si sfiorino senza toccarsi / perché non sono in grado di comprenderle”. Però, mugugno e dunque sono (o no?), e magari penso… E pensando rileggo quel che Benvegnù cantava agli umani credendoli “anime avanzate e pronte ad ascoltare”. Diceva cantando:
Anime, avanzate!
Voltate le spalle al puro mondo,
l’errore rende liberi
soltanto se libera è la grazia
di camminare verso le saline
e a piedi nudi non sentire il male
e guardare l’orizzonte.
Anime, avanzate!
Lasciate che vi accarezzino
le ciglia dell’amore
e i ricordi che bruciano in petto
e non dimenticate le parole
degli occhi, degli ultimi respiri
e cominciate a respirare…
E a illudermi di apprendere la verità dagli uomini
e a illudermi e difendermi dalle pazzie degli uomini.
Anime, ascoltate!
Lasciate le menzogne agli uomini
e le poesie alle ombre,
come visioni colte con fatica,
eliminate la speranza
che serve solo a lamentare il limite
e a comprare i sogni.
Anime, avanzate!
Cogliete i fiori ed adornatevi,
tingetevi le labbra
così che possa riconoscervi
e sussurrate al vento il vero amore,
che i figli possano abbracciare i padri
e tornare a vivere
e a scegliere.
E a illudersi di apprendere la verità dagli uomini
e a illudersi e difendersi dalle pazzie degli uomini.
Navi senza vento nell’oceano senza fine
chiedono alle stelle di trovare posizione
navi senza vento nell’oceano senza fine
chiedono alle stelle di tornare a navigare
E a illudersi di apprendere la verità dagli uomini
e a illudersi e difendersi dalle pazzie degli uomini.
Ma io, sogno oppur son desto? Ditelo voi. Io mi astengo.
LUCIANO COSTA













