Il Domenicale

Società liquida o solida, retrotopia, onagrocrazia, paura della pace…

Stupì e non poco il clamore suscitato dalla definizione secondo cui il mondo non era più una società solida, fondata su solidi basi e retta da solide virtù, ma una società fluida, liquida, ondivaga, oscillante. Erano gli anni in cui dire “sessantotto” non significava dare lustro o disprezzo a un anno ambiguo (straordinario, ordinario, utile, inutile, rivoluzionario, sincero o bugiardo…) ma piuttosto stabilire il tempo in cui il tempo precedente finiva e lasciava posto al tempo inventato dal ribellismo, forse moderno o forse solo conseguente all’attualità del momento, più fluida che solida. Nel bel mezzo di quel tempo, tale Zygmunt Bauman, sociologo filosofo e saggista polacco di stampo marxista ma in fuga da quel contesto, coniò e divulgò il termine “società liquida” descrivendo in tal modo “la condizione della modernità contemporanea caratterizzata da instabilità, fluidità e incertezza nelle relazioni sociali, economiche e culturali, che a differenza della “modernità solida” del passato, con istituzioni e valori stabili, segnava la precarietà, la volatilità e l’individualismo crescente. Si disse allora che quel mutare di stabilità – dal solido al liquido -, dipendeva dalla globalizzazione, dalla tecnologia e dalle trasformazioni sociali, che avevano eroso la sicurezza e la prevedibilità del vivere quotidiano. Lo confesso: non capii molto allora e continuo a capir poco adesso. Però, adesso, sono almeno libero di immaginare le due società – liquida e solida – nulla più di una teoria in cui i produttori diventati consumatori hanno perso la misura dell’essere ritrovandosi sempre più in quella dell’avere. Da qualche parte ho letto che “l‘esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità”. Ragion per cui, secondo il filosofo, “il povero, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore”. In tal modo, in una società che vive per il consumo, “tutto si trasforma in merce”, incluso l’essere umano, che appare tal quale al modello “usa e getta”, proiettato all’apparire a tutti i costi, a dare all’apparire le sembianze di valore mentre è evidente il suo destino di “consumatore temporaneo di oggetti di desiderio…”. Tradotto uso e consumo di chi malvolentieri si ciba di concetti così alti e complicati, significa omogeneizzarsi, cioè adeguarsi alla paura del vivere e alle paure del tempo che verrà. Secondo Bauman “la guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione…”.

E di paure, in questo tempo, ne circolano davvero tante: molte legate all’avere, altrettante al possesso, al potere, all’offesa, alle guerre… Addirittura, adesso, sembra esistere, diffondersi e affermarsi una nuova e terribile paura: la paura della Pace, che assale chiunque riduce la questione “guerra-pace” in qualcosa che riguarda altri e non noi, tutti noi, chiunque siamo e qualunque cosa facciamo, vieppiù dimentichi che “crescere vuol dire anche imparare a stare senza (senza potere da ostentare e da usare per sottomettere e conquistare) e fare senza” (senza privilegi, arroganza, forza… senza avere la pretesa di avere ragione). Avere paura della Pace, che orrenda malattia! “Puoi provare a girarci intorno a questa paura – dice il medico saggio – oppure puoi continuar a seguire i pensieri che aveva in mente; ma resterà comunque difficile ignorarla e poi girarci intorno”. Però, essendo il nostro un tempo popolato da giullari, il certo diventa incerto e nulla impedisce al contrario di diventare ordinario. Il tutto, ovviamente, con assoluta normalità, refrattari all’invito di “non correre, che tanto al capolinea ci arriviamo tutti”. Perciò, largo alla “retrotopia”, termine coniato da Bauman per dare un volto alla tendenza che spinge “a rifugiarsi in visioni idilliache del passato per sfuggire alle incertezze del presente”.

Questo mondo è oggi saldamente nelle mani di ultrasettantenni (maschi) cresciuti all’epoca della Guerra Fredda e del mondo diviso in blocchi: l’amerikano Donald Trump (classe 1947), l’indiano Narendra Modi (classe 1950), il russo Vladimir Putin (classe 1952), il cinese Xi Jinping (classe 1953), il brasiliano Lula (classe 1945), il turco Erdogan (classe 1954), seguiti da giovani che però masticano e digeriscono vecchi riti. “Così – scrive l’esperto di politiche internazionali – il cinese  sogna la “grande rinascita della nazione cinese” guardando alle glorie imperiali; il russo vuole “rimettere insieme” i pezzi dell’Unione Sovietica e della Russia zarista, rivendicando territori e identità con la forza; l’amerikano (con la k usata come rafforzamento del suo io smisurato), col suo “make America great again”, vuole scuotere il mondo intero con decisioni di cui l’unica razionalità è l’interesse nazionalistico; l’indiano persegue una politica identitaria immaginando l’India come potenza regionale… Tutti progetti politici che pescano nel mito del passato, non nel futuro”. Gli uni contro gli altri: l’America contro la Cina, la Russia contro l’Occidente, la Cina contro il “contenimento” statunitense, tutti contro tutti. E non c’è più spazio per la costruzione di beni comuni globali. E la politica vive di passatoi senza idee per il presente. Infatti, dice l’esperto “non ci sono idee nuove, ci sono invece solo varianti dello stesso tema: recuperare, restaurare, ripristinare. Non c’è una visione di come potrebbe essere il mondo domani, solo il desiderio di ritornare a quello di ieri. Le grandi trasformazioni tecnologiche, i cambiamenti climatici, la mutazione delle forme di lavoro e di vita sembrano sfuggire all’agenda dei governi. È come se questi leader – e le élite che li sostengono – non riuscissero a immaginare un mondo che non sia già esistito”. E noi restiamo nel mezzo, pronti a gridare Pace ma anche ad avere paura della Pace. Questi vecchi appena menzionati – ma non sono gli unici – senza vergogna trascinano interi popoli e generazioni più giovani nel vortice dell’odio e della guerra. Infatti, “invece di accogliere l’idea che ogni generazione ha diritto di reinventare il mondo a modo suo, i vecchi leader attuali vogliono imporre la loro idea di mondo fino all’ultimo respiro. Ma non basta la tecnologia a rendere il mondo moderno, se la politica resta prigioniera del passato. Servono idee nuove, all’altezza delle sfide del tempo. Se qualcuno le ha, per favore, le metta in circolo. Solo così eviteremo di lasciar spazio alla “onagrocrazia” (più o meno, se il termine vien tratto dal greco antico, equivalente a fascismo), governo degli asini, almeno secondo il celebre neologismo coniato da Benedetto Croce per sottolineare l’esistenza “degli ignoranti che teorizzano, giudicano, sentenziano, che fanno scorrere fiumi di spropositi, che mettono in giro formule senza senso, che credono di possedere nella loro ignoranza una miracolosa sapienza”.

Roba e pensiero di ieri? Forse sì o forse no. Dipende…Vale a dire: dipende dal contesto in cui ti trovi. Se sei nella piazza vacanziera, per esempio, prevale l’ovvia esclusione di visioni men che beate e goderecce. E tutto il resto è noia, noia…

LUCIANO COSTA

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