Il Domenicale

Sognando e cercando tempi migliori

L’Italia non è prima ma quarta nella classifica degli accoglimenti dei disperati che vengono dal mare. Prima è la Germania, seconda la Francia, terza la Spagna… Poi l’Italia. “Si, però – dicono in giro -, tutto il traffico di umani disperati passa qui…”. Vero: abbiamo coste marittime in abbondanza e dunque chi vien dal mare dopo aver lasciato, ovviamente in modo clandestino, Paesi dove vivere non assomiglia per niente al piacere di vivere, la prima terra che incontra è la nostra. Da lì in avanti, invece, del disperato in questione si conosce assai poco. Di certo, è sbarcato, ha fatto la quarantena, in qualche caso ha ottenuto il titolo di rifugiato, in altri solo un pezzo di carta che gli dice “sei sbarcato clandestinamente e devi adesso metterti in regola…”. Poi, una scia scomposta che lo segnala qui e là senza fissa dimora… Alla fine, chi esattamente sa dove sia, come sopravviva e come cammini per vie e strade sconosciute lo sa soltanto quel Padreterno che sta nei cieli e che, a seconda di chi lo invoca, è e resta il suo Dio.

Tutto il resto finisce nei dati ufficiali, che se ben letti, soprattutto se letti senza rabbia o desiderio di rivalsa o con gli occhi di chi vede nero anche dove c’è solo bianco, corrispondono al realmente vissuto, ma che in caso contrario gridano allo scandalo – addirittura all’invasione – arrivando a pensare che saranno proprio i disperati che vengono dal mare a diventare padroni delle italiche terre, della italica cultura millenaria, del nostro essere italiani, della nostra civiltà.

All’alba ho letto quel che un politico di grido ha detto alla platea riunita per avere notizie sulle navi cariche di disperati in attesa di un porto sicuro dove depositarli. Con prosopopea non indifferente e soprattutto carente di memoria e di conoscenza di obblighi e diritti imposti dalla  cosiddetta “legge del mare”, il politico di grido, stando al resoconto fornito dall’Ansa (Agenzia di informazioni tra le più accreditate) ha baldanzosamente e ferocemente detto: “Da ministro ho fatto rispettare i confini del mio Paese meritando quattro processi e la fiducia degli italiani, ma io ritengo che sia normale che se c’è una nave norvegese se ne debba far carico la Norvegia, perché l’Italia non può diventare un centro profughi di tutta Europa… Non prendiamo lezioni dalla Germania, che non si occupa di un solo immigrato dall’Italia… Abbiamo cinque milioni di italiani in povertà, il reddito di cittadinanza va garantito a chi non può lavorare, ma sono stufo di stranieri che prendono il reddito e tornano al loro paese… È immorale che i precari italiani paghino milioni per garantire il reddito di cittadinanza a immigrati stranieri. Siamo tornati a fare quello che fa tutta Europa… Tagliamo i tremila dollari a scafisti e trafficanti per interrompere il business da miliardi perché significa salvare più vite… Meno gente parte, meno gente annega…”.

Costui, lo avrete capito, assomiglia in modo spiaccicato a Matteo Salvini (un politico di grido che dichiarandosi cristiano convinto esibisce volentieri la corona del Rosario tenuta tra le mani e la medaglietta della Madonna Pellegrina ben salda attorno al collo) il capo della Lega e il celodurista vieppiù incazzato e fiero della sua ignoranza in fatto di diritti dovuti a chi vien dal mare e che dalla furia delle onde è stato ridotto a naufrago, per il quale lo straniero, soprattutto se povero e disperato deve restare a casa sua, dove sarà padrone di vivere e anche di morire.

Altrove, molto altrove, leggo che chiunque vien dal mare e che dal mare è stato magari strapazzato deve essere soccorso, cioè aiutato a uscire dall’onda arrabbiata e poi portato in salvo. Non lo dice Pincopallino, lo afferma invece il Diritto Internazionale Marittimo, che se per secoli è stato dominato dal principio classico della “libertà dei mari” (secondo la quale “il singolo Stato non può impedire e neanche soltanto intralciare l’utilizzazione degli spazi marini da parte degli altri Stati né delle comunità che da altri Stati dipendono”), adesso continua a ribadire, con l’assenso ricevuto da oltre centosettanta Nazioni, che “l’obbligo di salvare la vita in mare costituisce un preciso obbligo degli Stati e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare… Le scelte politiche insite nell’imposizione di Codici di condotta, o i mutevoli indirizzi impartiti a livello ministeriale o dalle autorità di coordinamento dei soccorsi, non possono ridurre la portata degli obblighi degli Stati, che devono garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco in un luogo sicuro…”. Eventuali intese o accordi diversi, compresa l’eventualità di porti chiusi “non possono consentire deroghe al principio del non respingimento in Paesi non sicuri affermato dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra”.

È domenica e questo è semplicemente il domenicale scritto da un sognatore di cieli e mondi sempre nuovi. E dunque, che c’entra col quieto vivere che sempre accompagna o dovrebbe accompagnare il giorno di festa? Non ho le idee chiare, però a me sembra che se qualsiasi giorno di festa porta con sé un Dio, uno qualsiasi, da venerare e in suo nome porta anche qualcosa di sacro  (per i musulmani il qualcosa di sacro si esprime il venerdì, per gli ebrei è sabato, per i cristiani la domenica), deve anche essere chiaro che servono comportamenti conseguenti, certo diversi ma ognuno improntato alla Misericordia, della quale sapientemente  riferiscono sia il Corano, sia la Torah e sia il Vangelo, che sono, rispettivamente, i sacri libri di sacri e di riferimento per i musulmani, per gli ebrei e per i cristiani.

Ecco, nei distinguo e nelle affermazioni di principio ma di scarso diritto usati per classificare l’invasione di navi cariche di profughi, sicuramente disperati, già gravati dal titolo di poveri e per questo osteggiati perfino dalle onde del mare, non ho trovato traccia della Misericordia di cui sono pieni i libri sacri e neppure della normalissima misericordia (“nobile sentimento di compassione attiva verso l’infelicità altrui, di solito promosso da una virtuosa inclinazione alla pietà o al perdono…”, così è scritto nel vocabolario, così riferisco) che dovrebbe far parte del vissuto quotidiano di chiunque abbia a cuore il bene comune e che per onorarlo e vederlo trionfare ha magari anche scelto, per mestiere, di fare politica.

Poveretto, lui forse non lo sa, ma oggi quel mestiere (secondo il saggio montanaro “uno di quelli che montano di più”), soggetto com’è agli umori ondivaghi della gente e quindi spesso a rischio di rapida esclusione e improvviso declassamento, è anche, se non proprio pericoloso, di sicuro periglioso. Però, ed è risaputo, “più una professione è elevata (e quella del politico tale è ritenuta/ndr) e più dà l’illusione di essere perfetti”. Tutta colpa di Aristotele, che ai suoi tempi sosteneva la teoria delle “forme superiori capaci di contenere quelle inferiori” senza lasciare spazio al dubbio, sacrosanto, che dice come “le salite dei superbi non corrispondono mai a un aumento della ricchezza intellettuale; anzi, quando uno va in su materialmente – argomenta il citato saggio montanaro – l’orizzonte si allarga senz’altro, ma pare che non sia così socialmente, dove salendo forse si è necessitati a chiudere per un istinto di difesa…”, contro chiunque venga da fuori, mare compreso, e sia povero: un povero cristo in cerca di aiuto o un povero disperato che va elemosinando comprensione.

Non ho alcun dubbio nel riconoscere chi è povero, ma ho invece più di un dubbio nel definire chi sta dalla parte dei poveri, dei disperati, dei figli di nessuno, dei miserabili invasori di altrui patrie, di naviganti senza bussola e senza permesso, dei tanti (dieci, mille, centomila, qualche milione…) che sfidano il mare senza neanche sapere che l’acqua e l’onda non si possono addomesticare. Costui è forse chi dice “io sono con voi”, oppure chi si mette insieme a loro e con loro cammina e condivide il pane? Oppure è chi si vanta di saper pregare il suo Dio, o chi non sapendo pregare balbetta soltanto le invocazioni che ha appreso cammin facendo? O forse è chi esibisce il suo essere cristiano come biglietto da visita pur sapendo che nulla è più falso del suo proporsi benevolo quando già per tre volte ha rinnegato il fratello in difficoltà che gli sta accanto?

È risaputo: la povertà è una parola complessa. Infatti, ho letto da qualche parte, “essa riassume significati negativi e positivi al tempo stesso: viene associata a mancanza e privazione, ma anche a beatitudine e aspirazione di vita; dice che il povero è da commiserare, che è colpevole della propria condizione, ma forse anche per questo è un santo, che ha compreso il segreto di una vita felice; aggiunge che è una persona da aiutare, che diventa un esempio da imitare”.

L’economista iraniano Majid Rahnema, nel suo libro Quando la povertà diventa miseria, individua cinque forme di povertà: “Quella scelta da mia madre e da mio nonno sufi, alla stregua dei grandi poveri del misticismo persiano; quella di certi poveri del quartiere in cui ho passato i primi dodici anni della mia vita; quella delle donne e degli uomini in un mondo in via di modernizzazione, con un reddito insufficiente per seguire la corsa ai bisogni creati dalla società; quella legata alle insopportabili privazioni subite da una moltitudine di esseri umani ridotti a forme di miseria umilianti; quella, infine, rappresentata dalla miseria morale delle classi possidenti e di alcuni ambienti sociali in cui mi sono imbattuto nel corso della mia carriera professionale”.

Manca, e di sicuro lo avrete notato, la forma che definisce la povertà del disperato che al mare ha chiesto aiuto e che dal mare è stato rigettato su spiagge ostili… Che questa forma di povertà, al pari dell’araba fenice, “ci sia, ognun lo sa, ma dove sia niun lo sa”. O lo vuole sapere.

LUCIANO COSTA

Altri articoli