Questa è la domenica di Pasqua, una domenica che pretende ascolto. Dice infatti che il cielo è di tutti e che di tutti è il tempo nuovo che faticosamente avanza. Chissà, forse già domani vedremo… Intanto, ecco l’augurio: sii felice e preoccupati di condividere la felicità con chi ti passa accanto. Parole, parole. E poi? Poi milioni di noi vanno in vacanza, altri milioni a noi vicini contano le miserie subite e le offese che le bombe lanciate da altri come noi stanno procurando… Tutto qui? No! Almeno tre o cinque-quindici-centoquindici o chissà quanti a noi simili ridono tramano brigano bighellonano assicurano promettono e giurano e spergiurano… “Ecco la tregua”, dice uno; “Non so che farmene della tua tregua”, dice un altro; “Non sappiamo che farne della tregua – cantano gli oppressi -, vorremmo invece solo Pace…”. Cioè un tempo nuovo da vivere e condividere. Costoro sono illusi? Forse solo fuori dal reale… Però, c’è anche chi, in questo reale che sembra irreale, si ostina a credere che tutt’attorno vi sia ancora del buono e del giusto da scoprire e da rendere pane quotidiano. Francesco, Papa ammalato ma coraggioso, ascoltato ma più spesso comodamente frainteso, buono per ogni evenienza (compresa quella di accogliere anche il più indegno di essere accolto, la cui fisionomia apparirà vedendolo sfilare sul gran teatro del mondo…), illuso anche lui e anche lui sognatore di terre e cieli nuovi, dice che “in questo mondo che calcola tutto, la gratuità ha un caro prezzo”, aggiunge che “nel dono tutto rifiorisce” e che proprio da quel rifiorire, “alla città divisa in fazioni e lacerata dai conflitti è donata la possibilità di trovare riconciliazione, alla religiosità inaridita è offerta la possibilità di riscoprire il Dio delle consolazioni e della misericordia e a un cuore di pietra è regalata l’opportunità di ridiventare di carne….”. Parole, solo parole? La notte scorsa ho visto chiese affollate e ascoltato riflessioni tutt’altro che banali. Ma poi, peregrinando tra mille canali, ho visto primeggiare solo l’effimero: viaggi, sorrisi compiaciuti, brindisi, godurie, colombe raffinatissime, uova di cioccolato con sorprese mirabolanti ma non strabilianti, cibo strapazzato, bevute a garganella, regali e regalucci, tradimenti, bugie, ruberie, auguri sinceri e insinceri, porte chiuse, disperati rimandati indietro a mani vuote… Una voce fuori dal coro ha anche detto che “è vergognoso non avere rispetto del sentire religioso, non importa quale, che investe uomini e donne di ogni paese e città…”. Un’altra voce, lontanissima dal coro, ha semplicemente rimesso in circolo quel “ma chi se ne importa di un Dio – questo quello quell’altro – che non fa tacere il cannone, che non punisce, che tutto perdona, che dona amore come medicina ricevendo in cambio sberleffi e bestemmie?”.
Un prete amico, saggio e convinto che un tempo nuovo è davvero ancora e nonostante tutto possibile, ha scritto ieri, a mo’ d’augurio, che “… in squarci d’azzurro, gettata un’àncora, parole mai dette rivelano appiglio sicuro a mani tremanti in attesa di cielo…”. L’augurio mi ha rincuorato ma anche preoccupato. Dai, Giacomo, amico mio, dove abitano le parole mai dette che tu proponi qual sicuro appiglio a chi cerca cieli nuovi? So quel che vorresti rispondermi, e cioè che “se non le cerchi non le trovi”. Allora, all’alba, sollecitato da riassunti frettolosi ospitati in media e giornali obbligati a far cronaca senza dare cronaca consistente alle parole pronunciate, quelle parole le ho cercate tra quelle scritte per accompagnare la Via Crucis… Ho così visto il mondo e i suoi mali e i suoi affanni e le sue speranze deluse e i suoi sogni irrealizzati e, lontane, le sue timide e residue speranze…
Ho rivisto Pilato lavarsene le mani, Erode nascondersi dietro il velo dell’opportunità, la folla inneggiare al malfattore, io te noi e voi far finta che meglio di come va – ovviamente per me, per te, per noi e per voi – è impossibile pretendere… Solo preoccupati di eventuali fastidi provocati dal conto dei morti ammazzati e derisi… Poi, ho ammirato quella croce portata orgogliosamente di colle in colle, quella che per Jesus era segno d’amore vero e per loro, i carnefici, segno di oppressione, e l’ho intesa quale “risposta e assunzione di responsabilità”, monito per “i grandi che vorrebbero toccare il cielo, incapaci di accorgersi che “il cielo è qui, si è abbassato, lo si incontra persino cadendo, rimanendo a terra…”. In quel frastuono, ecco una madre pronta ad accogliere e spargere lacrime come lavacro di ogni colpa… Ecco uno qualunque, un forestiero, nulla più di un cireneo, quindi adatto per essere messo a far da sostegno al peso imposto da un destino che invece potrebbe e dovrebbe essere destinazione a un cielo fatto apposta per annullare i pesi e regalare infinito… Ecco una donna disposta a lottare per asciugare lacrime innocenti, obbligate, non richieste… Poi, un’altra caduta, che dice come cadere e rialzarsi, cadere e ancora rialzarsi è parte del quotidiano cammino di chi spera e crede tempi nuovi e migliori…. Però, buon Dio di tutti o forse solo di qualcuno, “disumana è l’economia in cui novantanove vale più di uno… orribile un tempo fatto unicamente “di calcoli e algoritmi, di logiche fredde e interessi implacabili”. Più in là, le donne conosciute e sconosciute, ognuna portatrice di mistero, ognuna con gli abitanti della città portati in grembo, ciascuna messaggera di lacrime sincere e buone… Quindi, per lui, Dio amato e odiato, un’altra rovinosa caduta… dalla quale si rialza provocando “scandalo per chi prende le distanze dagli altri e da sé stesso, scandalo di chi vive diviso in due, tra ciò che dovrebbe essere e ciò che realmente è…”. E anche quella spogliazione forzata, raffigurazione della pazienza che il Cielo concesse a Giobbe, segno di fraternità infinita…, alternativa all’immobilità comoda e interessata, dimostrazione inequivocabile che “in ogni circostanza c’è una scelta da fare”, perché questa “è la vertigine della libertà…”, unica via percorribile se si vogliono “far cadere i muri, cancellare i debiti, annullare le sentenze, stabilire la riconciliazione”. Infine, la morte del Giusto, mentre “il nostro buio cerca luce”, mentre affannosamente c’è “chi spera ancora, chi non si rassegna a pensare che l’ingiustizia è inevitabile…”, chi desidera il giorno in cui “ogni uomo inviterà il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico” per godere la bellezza del creato e della pace tra i popoli e fra tutte le nazioni…
E dopo aver letto, ho visto scorrere le immagini del mondo all’opposto, quello invaso da guerre e miserie, da fame e malattie, da profughi e migranti, da odiati e odiatori, da poveri e ricchi diretti alla medesima meta seppure con mezzi diversissimi tra loro…; ho sentito il canto degli oppressi e quello invocante una nuova Gerusalemme, forse anche una nuova Pasqua… Il canto degli oppressi veniva da più parti – da est e da ovest, da nord e da sud – e diceva: “Patria oppressa, il dolce nome / no, di madre aver non puoi / or che tutta a figli tuoi / sei conversa in un avel / d’orfanelli e di piangenti / chi lo sposo e chi la prole / al venir del nuovo Sole / s’alza un grido e fere il Ciel. / A quel grido il Ciel risponde, / quasi voglia impietosito / propagar per l’infinito, / Patria oppressa, / il tuo dolor. / Suona a morto ognor la squilla, / ma nessuno audace è tanto / che pur doni un vano pianto / a chi soffre ed a chi muor…”.
Da parte sua, invece, il canto su Jerusalem diceva: “…Deh! per i luoghi che veder n’è dato, / e di pianto bagnar, / possa nostr’alma / coll’estremo fato / In grembo a Dio volar!.. / Gli empi avvinsero là fra quei dirupi / l’Agnello del perdon; / a terra qui cadean gli ingordi lupi / quand’Ei rispose: Io son! / Sovra quel colle / il Nazarén piangea / sulla città fatal; / è quello il monte, onde salute avea
Il misero mortal! / O monti, o piani, o valli / eternamente sacri ad uman pensier! / Ecco arriva, ecco arriva il Dio vivente, / terribile guerrier!”.
No, non intendo quel Dio un terribile guerrier… Altrimenti non sarebbe Pasqua.
LUCIANO COSTA













