Il Domenicale

Stelle cadenti, stelle risorgenti, anni da vivere, pensieri da pensare…

A suo modo il domenicale” altro non è se non un diario alimentato da parole e pensieri, perciò abilitato alla funzione di portatore di quelle parole non utilizzate, illuminate ma considerate marginalità, quindi fuori pagina e anche inutili, perciò destinate al “cestino” messo lì per accogliere tagli, ritagli e qualunque divagazione, magari intelligente ma forse per questo di difficile collocazione. Ennio Flaiano, sottile raccontatore di vizi e virtù italiche, riteneva il diario una fondamentale fonte di ispirazionee riflessione. Si legge il diario scriveva riferendosi a quello scritto da Jules Renard –e alla fine si rimane sconvolti”, al punto di essere autorizzati a gridare: “Dio mio, siamo tutti morti!”. Ovviamente, “il domenicale”, questo domenicale tutto mio, non c’entra. Oppure c’entra nella misura in cui racconta fatti e misfatti, pensieri e sospiri, impressioni e omissioni, valori e disvalori, parole e bestemmie, gioie e dolori, sogni e miserie… Stamani all’alba, tra le notizie sopravvissute alla notte, quella che sosteneva fondata l’dea di allungare la vita fino almeno al compimento dei centocinquant’anni, mi ha regalato quell’attimo di effimera felicità riservato solitamente ai babbei e ai prepotenti. Però, è pur vero che “non bisogna disdegnare nulla”, soprattutto perché, non disdegnando nulla si scoprirà che la felicità è una ricerca nella quale, se il fine è scoprirla, sarà necessario impegnarel’esperienza e la propria immaginazione così da scoprire le due vie essenziali alla ricerca della felicità: quella dell’esperienza, che regala “una squarcio di luce nella nebbia della quotidianità e l’altra, quella dell’immaginazione, che se buona e ben utilizzata coniuga  al meglio “il sentimento, la creatività e persino la fantasia.

Se non fosse che è già settembre, mi sentirei autorizzato a stare sul balcone affacciato alla montagna per vedere lo spettacolo delle stelle cadenti e per commentare quel rito che rifiutando la norma esalta il sogno di stelle che sfilano veloci nel cielo portando con sé messaggi d’amore e di speranza. Non hanno nomi quelle stelle, ma i nomi delle stelle – dice Gianni Rodari – sono belli: / Sirio, Andromeda, l’Orsa, i due Gemelli. / Chi mai potrebbe dirli tutti in fila? / Son più di cento volte centomila. / E in fondo al cielo, non so dove e come, / c’è un milione di stelle senza nome: / stelle comuni, / nessuno le cura, / ma per loro la notte è meno scura. Non hanno nome le stelle più belle, ma come dice Trilussa, “quanno me godo da la loggia mia / quelle sere d’agosto tanto belle / ch’er cielo troppo carico de stelle / se pija er lusso de buttarle via, / a ognuna che casca penso spesso /a le speranze che se porta appresso”.

Tutto ciò argomentato, resta quel sogno di allungare la vita (meglio sarebbe direallungarsi la vita” dato che per il momento riguarda tre bellimbusti di dubbia virtù) almeno fino a centocinquant’anni. Certo, almeno fino a prova o massima contraria, nessuno è tanto vecchio da non poter credere di vivere ancora un giorno, o anche solo uno o due minuti, magari per confermare che anche il fato può sbagliare i mortali suoi conteggi. Però, da qui all’immortalità, di acqua, sotto i ponti ne scorre parecchia. A proporre simili disquisizioni – udite, udite – sono stati un presunto Zar e un Mao di ritorno, ai quali ha fatto da candelabro un Saladino feroce, rianimato per l’occasione. Secondo Gramellini è stato il presunto Zar a introdurre l’argomento dicendo che col trapianto d’organi “più si vive, più si diventa giovani, magari anche immortali, però solo loro, perché un mondo con otto miliardi di immortali sarebbe cinicamente costretto a chiudere “per esaurimento posti. A quel dire s’è presto e facilmente associato il Mao di ritorno, per il quale, nella convinzione che a 70 anni sei ancora bambino” (la giusta età per divertirsi “con le sfilate dei soldatini”) il traguardo dei centocinquant’anni di vita è giù tutt’altro che un’ipotesi, seguito a breve distanza dal feroce Saladino reinventato a uso e consumo dei suoi maestri e donni. Non v’è dubbio: “l’utopia sogna un mondo migliore per tutti, ma quella del Mao di ritorno e del presunto Zar è solo un’utopia egoista, che di mondi ne sogna uno soltanto per loro, senza quel corredo di acciacchi che finora aveva reso la vecchiaia un’età non completamente (e facilmente) augurabile”.

Però, mi son detto stamani come già altre volte, a che serve argomentare su papaveri” che al massimo, almeno secondo il saggio e disfattista Bortolo,son degni d’essere acclusi a pupe scarse di cervello sebbene abbondanti di curve e controcurve”. Non serve. Quindi, passo oltre. Anzi, chiudo. E a ciò che resta del Domenicale chiedo di far posto alle parole con cui il Presidente Mattarella, per il mondo dell’imprenditoria internazionale riunito all’annuale “Ambrosetti Concilium”, ha disegnato l’Europa di oggi e quella che verrà.

Ha detto il Presidente:

L’Europa, con la sua unità, è la possibilità offerta per essere presenti con efficacia e per poter incidere nel mondo che cambia così rapidamente.

Una grande opportunità che il nostro Paese ha saputo intravedere e concorrere a costruire, con il decisivo contributo di uno statista come Alcide De Gasperi.

È sorta sulla base di interrogativi elementari.

È preferibile la pace o la guerra?

È possibile costruire un mondo in cui gli Stati non vengano contrapposti in nome di artefatti, presunti, interessi nazionali e, al contrario, collaborino per il benessere congiunto dei loro popoli?

A prevalere devono essere dignità, libertà, futuro delle persone, oppure, queste devono essere oggetto, strumento, delle ebbrezze di potere di classi dirigenti?

Può apparire ovvio: un truismo. Eppure non è così.

Perché è proprio avendo coscienza di queste alternative – che sembrano oggi ripresentarsi – che l’Unione ha saputo scegliere una strada completamente nuova, impensabile appena qualche anno prima, realizzando un percorso straordinario di pace e di affermazione dei diritti; mettendo in comune aspirazioni e risorse, a partire da quelle, fondamentali per la ricostruzione dopo il conflitto: il carbone e l’acciaio.

In quel momento, la condizione di deserto morale e materiale, in cui il continente era stato ridotto dal nazifascismo, fu risolutiva nell’orientare scelte di alta levatura.

Basterebbe l’animo di quei tempi difficili per affrontare i temi di fronte ai quali siamo oggi.

Non sono accettabili esitazioni.

L’Unione Europea si è affermata come un’area di pace e di cooperazione capace di proiettare i suoi valori oltre i suoi confini, determinando stabilità, benessere, crescita, fiducia.

Non ha mai scatenato un conflitto, non ha mai avviato uno scontro commerciale. Al contrario, ha agevolato intese e dispiegato missioni di pace.

Ha contribuito a elevare standard di vita, criteri di difesa del pianeta.

Ha promosso incontri e dialoghi e ha alimentato libertà nei rapporti internazionali, eguaglianza di diritti tra popoli e Stati: condizioni e causa di progresso.

Si pone, quindi, anzitutto, una domanda, prima di ogni altra.

Come è possibile, su queste basi, che l’Europa oggi venga considerata da alcuni un ostacolo, un avversario se non un nemico?

Quali sono le ragioni, gli interessi di fondo, i principi sui quali si basa la convivenza civile e i traguardi raggiunti dai popoli europei che qualcuno considera disvalori?

È soltanto affrontando con lucidità interrogativi di questa natura che potremo trovare risposte esaurienti, utili a illuminare le scelte che siamo chiamati a compiere, pena la irrilevanza e la regressione rispetto ai risultati sin qui raggiunti.

Il mondo ha bisogno dell’Europa.

Per ricostruire la centralità del diritto internazionale che è stata strappata.

Per rilanciare la prospettiva di un multilateralismo cooperativo.

Per regole che riconducano al bene comune lo straripante peso delle corporazioni globali – quasi nuove Compagnie delle Indie – che si arrogano l’assunzione di poteri che si pretende che Stati e Organizzazioni internazionali non abbiano a esercitare.

L’incrocio tra le ambizioni di quelle, e l’impulso di dominio, di impronta neo-imperialista, che si manifesta da parte dei governi di alcuni Paesi, rischia di essere letale per il futuro dell’umanità.

L’Europa è, al tempo stesso, necessità e responsabilità.

Le forze imprenditoriali e quelle sociali, il mondo della cultura e la società civile europea devono avvertire la necessità e la responsabilità di sentirsi partecipi e costruttori, non spettatori inermi e intimoriti.

Le democrazie dell’Europa sono capaci di trovare in sè motivazioni e iniziative per non soccombere alla favola di una superiorità dei regimi autocratici, per non cedere all’idea di un mondo lacerato, composto soltanto di avversari, nemici, vassalli o clientes, né all’idea di società frammentate.

L’esperienza suggerisce che soltanto da uno stretto rapporto tra istituzioni e società civile, reciprocamente rispettoso, è possibile realizzare mete di progresso.

Il mondo delle imprese, i lavoratori, sono sempre stati protagonisti in questo senso. Creando benessere, favorendo l’innovazione, ampliando scambi e opportunità, hanno aperto nuovi orizzonti, generato e distribuito ricchezza, rendendo, al tempo stesso, più forti le democrazie con il capitolo dei diritti sociali.

Oggi più che mai le forze dell’economia e del lavoro sono consapevoli che la leva europea è decisiva.

C’è bisogno di istituzioni europee più forti, di volontà di governi capaci di non arrendersi a pericoli e regressioni che non sono ineluttabili.

L’Europa, con i suoi traguardi di civiltà, è il testimone che possiamo, e dobbiamo, trasmettere alle nuove generazioni.

La difesa della civiltà europea – tutt’uno con lo sviluppo della sua società e della sua economia – richiede il coraggio di un salto in avanti verso l’unità.

Tutti siamo chiamati a contribuire a questa impresa.

Meditiamo, amici, e semmai agiamo per rendere visibile e concreto quel che il Presidente Mattarella ha suggerito. Non è questione di età possibili o futuribili, ma solo di volontà.

LUCIANO COSTA

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