Il Domenicale

Stupide galline che fanno la guerra

Al ragazzino avevano detto semplicemente che il 27 gennaio di ogni anno sarebbe stato il “Giorno della memoria”. Memoria di chi? chiese il ragazzino. Di milioni di ebrei, cristiani – cattolici, ortodossi, protestanti – politici, migranti, testimoni di Geova, omosessuali, malati psichici, disabili, asociali, rom e sinti, disoccupati, ma anche delinquenti comuni, aguzzini e carneficimorti ammazzati dai nazisti, che di loro e della loro razza non volevano vedere neppure la traccia, gli risposero. Però nessuno gli spiegò che erano innocenti e che venivano uccisi solo perché ritenuti diversi. Ma diversi da chi?  chiese il ragazzo. Diversi, non conformi ai desiderata del despota tiranno boia malvagiousurpatore bandito assassino, gli riposero.

Non capiva. Allora chiese al nonno di aiutarlo a comprendere quel che era accaduto e perché era accaduto. Quel che è accaduto lo spiega la storia: un folle armò i suoi simili di odio e rancore e li mandò a preparare campi in cui rinchiudere chi non assomigliava al modello disegnato dal loro folle capo e lì obbligarli a rimanere in attesa di avviarli allo sterminio. Perché fosse accaduto non era semplice spiegarlo a un ragazzino: infatti, cosa avrebbe pensato e detto di fronte a una spiegazione che non elencava cause, ma solo odio odio odio disprezzo e ancora odio e disprezzo per persone uguali ma etichettate come diverse e quindi nemiche? Con che coraggio avrebbe poi guardato a chi, appena prima, gli aveva magari raccomandato di amare e rispettare il prossimo, poichéquello era l’unico comandamento che avrebbe reso migliore il mondo?

Però, disse il ragazzino al nonno, sul cartoncino che invita a ricordare gli innocenti – ebrei, cristiani – cattolici, ortodossi, protestanti – politici, migranti, testimoni di Geova, omosessuali, malati psichici, disabili, asociali, rom e sinti, disoccupati, ma anche delinquenti comuni, aguzzini e carneficimorti nei campi di sterminio, il tuo amico Gian Andrea Trebeschi, ammazzato anche lui nei campi di sterminio nazisti, ha scritto: Non colpitema difendete; non giudicate ma perdonate; non quel che avretericevuto ma quel che avrete donato ritroverete e vi rimarrà”... Ma come si fa?

Fai come dice la canzone (quella che nel 1968, appena cinquantasette anni fa, i favolosi Beatles intitolarono “ Ehi Jude”) Fai con calma, / non portare il mondo sulle tue spalle./ Già, non sai che è solo uno sciocco, / chi resta nell’indifferenza, /rendendo il suo mondo ancora più freddo. / Ehi, Jude! Non mi deludere, / stai aspettando qualcuno per suonare insieme. / E non sai che sei proprio tu. / Il movimento di cui hai bisogno è sulle tue spalle. / Prendi una canzone triste e migliorala, / ricordati di farla penetrare nel tuo cuore, / allora puoi iniziare a migliorarla…”.

Se non ti basta migliorare una canzone per sentirti vivo e non indifferente a quel che la vita ti regala, allora medita, ragazzo. Medita su quell’altra canzonetta (quella che Battiato, sognatore la sua parte, quarantaquattro anni fa aveva intitolato, e forse non per caso,Bandiera bianca”) , che ancora dice: Signor Tamburino,non voglio scherzare / Per fortuna il mio razzismo / non mi permette di vedere / i programmi folli con una piattaforma elettorale / Anche se indossi profumi e deodoranti / sei sabbie mobili, sempre verso il basso / Però, c‘è chi si mette gli occhiali da sole / Ma quanto è difficile / continuare, padre, quando il figlio cresce / e le madri invecchiano! / Quante squallide figure che attraversano il Paese / E quanto è miserabile la vita con gli abusi di potere. / Quanto è difficile restare fermi, indifferenti / Mentre ogni ambiente fa rumore. / In questo periodo assurdo ci mancavamo / gli idioti dell’orrore. / Ho sentito gli spari in una strada del centro… / Quante stupide galline combattono per niente…”.

Ancora oggi, ahimè!, queste stupide galline, combattono, fanno la guerra… Ancora oggi – ha scritto lo storico a commento del Giorno della Memoria – questi pezzi di questa catena del male sono presenti purtroppo in varie parti del mondo e dunque è necessario stare molto attenti, perché va ricordato che anche la minima mancanza di rispetto nei confronti della dignità umana può aprire la strada a questi passaggi in modo a volte non consapevole, il cui esito è terribile ed è appunto quello della eliminazione di milioni di esseri umani…”, come già è accaduto, nell’indifferenza di chi poteva opporsi... L’indifferenza intesa come invisibilità delle vittime, che si tengono lontane, che si cerca di non vedere, riuscendo in qualche modo a cancellarle dai nostri occhi. Non dimenticare, ragazzo, non dimenticare ciò che la storia ti consegna. Non smettere di ricordare, ragazzo, “soprattutto in questo oggi segnato dalla rimozione, in cui si dimentica, diventando giorno per giorno indifferenti nei confronti del male.Ragazzo, abbi il coraggio di gridare “mai più, mai più la guerra,mai più discriminazione, mai più il nero del bianco o il bianco del nero, ma solo persone che amano e vogliono essere amate… perché persone. Persone a cui il colore della pelle, la loro provenienza, la loro razza, la loro religione, la loro visione del mondo regalano fascino e unicità, non differenza o disprezzo

Da qualche parte ho già scritto, e qui lo rimetto in pagina: “Ma, cosa significa «non dimenticare» se poi lo scorrere del tempo obbliga a mettere altre Croci, a contare altri morti, a vivere senza potersi degnamente opporre ad altre guerre, a parlare di Pace possibile quando parte del mondo fa di tutto per renderla impossibile? Non è lo scorrere del tempo che impedisce il ricordo, ma il tempo sciupato, senz’anima, orbato dal disinteresse e ferito dal cattivo pensare. Se questa è la scena dell’oggi, vale rimettere al centro della città dell’uomo quel che don Giovanni, citando un pensatore francese, ripeteva: «Chi dice no alla forza possiede la vera potenza che viene dai primordi del tempo. Tutte le più nobili figure dell’umanità han detto di no a Cesare. Da tali no vengono le benefiche contestazioni all’ingiustizia, alle disuguaglianze, alle speculazioni sui poveri, all’inganno dei semplici, all’oppressione dei deboli».

Il vecchio che la guerra l’aveva vista e misurata sulla sua pelle e che mi capitò d’incontrare davanti alle croci di un piccolo Campo Santo già dimenticato (forse quello di Dachau, o forse quello di Auschwitz, o quello di Gusen), scorgendo l’emozione che mi aveva assalito, mi disse: “Metti via le lacrime e fai posto alla preghiera di suffragio… Ogni Croce è segno di gratitudine e di affetto… non dimenticarlo mai. E gridalo se occorre!”. Compresi allora che ogni Croce messa in mostra (non importa dove, se in una «spelonca di ladri», in una chiesa santa, in un prato, sulla montagna, nel mare, in un carcere, in una villa sontuosa, in un lurido e puzzolente anfratto o in qualche campo di sterminio…), che a ogni Croce appesa a un muro, piantata in terra, lasciata sui ceppi, nascosta per non sembrare stupidi bigotti infarciti di religione pretesca, oppure esibita perché tutti s’accorgano di Lei e di chi la usa per far sapere, magari che «di bontà si ciba e di preghiere si diletta», oppure piantata lungo strade che hanno visto morire giovani in cerca libertà e riscatto dalla tirannide… che avrebbero voluto vivere per  crescere figli e nipoti, che quei generosi sacrifici hanno custodito come eredità preziosa e insostituibile… proprio a ogni Croce va un pensiero e s’accompagna una preghiera.

Se credete che una Croce, un Pensiero, una Preghiera siano solo invenzioni, allora chiedete al poeta e cantante Angelo Branduardi di prestarvi la sua canzone – Alla fiera dell’est” –, scomponetela, mettete in fila i personaggi e poi meditate: sul topolino compratoper due soldi e mangiato dal gatto, che a sua volta venne azzannato dal cane che in tal modo lo puniva per aver mangiato il topo; sul bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto che si era mangiato il topo; sul fuoco, che bruciò il bastone, che aveva picchiato il cane che aveva morso il gatto reo d’aver mangiato il topo; sull’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo; sul toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane che morse il gatto che si era mangiato il topo; sul macellaio che uccise il toro che aveva bevuto l’acqua che aveva spento il fuoco incaricato di bruciare il bastone che aveva picchiato il cane dopo che aveva azzannato e ucciso il gatto che si era mangiato il topo; sull‘angelo della morte e infine sul Signore che forse aveva permesso che tutto accadesse senza far nulla per impedirlo.

Metafora della vita? Sintesi delle tragedie consumate e che ancora si consumano? Lezione sull’essere e il divenire? Rappresentazione di una giustizia applicata come punizione e non come redenzione?Monito e avvertimento del pericolo che ogni azione porta con sé?Per favore, ognuno decida da solo. Io sbaglio da solo!

LUCIANO COSTA

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