Luna storta buone nuove non porta. Stamani la mia luna era a mezz’asta, messa lì a significare disgusto noia amarezza vergogna per quel che succede senza che si trovi il modo di impedire che succeda. Avete visto le ignobili sceneggiate messe in mostra da loschi figuri mascherati e armati di fucili grossi come mitraglie e cannoni (anche di microfoni, che per loro significano roboante amplificazione del loro essere terroristi spietati e vili) per la liberazione degli innocenti ostaggi scampati al massacro ordito daloro stesi in nome e per conto di hamas? Avete sentito ifarneticanti discorsi del biondo americano a caccia di migranti da punire e rimandare oltre il (suo) confine, impegnato a inventare gabelle e dazi con cui punire chi – popolo o nazione poco importa – non lo segue appoggia loda sbrodola unge decora innalza invoca, indaffarato nel far piazza pulita di chi non ubbidisce al suo volere,pronto a proclamarsi, alla pari di un qualsiasi altro dio in libera uscita, “signore e padrone” del mondo? Avete letto quel che lo zar più sciatto che esista dice a proposito del suo diritto di invadere e sottomettere popoli e terre non sue sebbene pretese qual compenso del suo volere? Avete notato di quali e quante alchimie furbizie invenzioni giustificazioni bugie finzioni… mezze o pseudo verità si è circondato il nostro apparato dominante per evitare, semplicemente, di dire “accidenti, abbiamo liberato, e non si doveva, un torturatore!”? Avete, infine (ma solo per adesso), annotato di quante guerre è infestato il mondo? E, per caso, avete notato circolare qualcuno – uno o centomila, fate voi – disposto a mettere, costi quel che costi, la parola Pace al di sopra di qualsiasi altra parola?
E’ domenica e col suo proprio o improprio domenicale “saremo insieme, cinque o sei ore o minuti, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi” e giungere, come fece il sognatore Franz Kafka che di tale pensiero fu estensore, a scoprire come i silenzi siano “più eloquenti delle parole”. Dunque, ancora un “domenicale”. Meno male che c’è (lo dice una fedele lettrice), ma se non ci fosse (lo dicono i restanti dieci cento o non si sa quanti altri lettori/lettrici)sarebbe la stessa cosa. O no? Questa ipotesi, siccome è almeno consolatoria, mi spinge a continuare… In fondo, occupo uno spazio che altrimenti resterebbe vuoto, simile a tanti altri spazi vuoti… Però, occupandolo, trasmetto pensieri (non vuol dire che siano alti e tali da costringere il popolo a pensare, ma solo che sono frutto di riflessioni letture comparazioni confronti analisi stracciature stroncature, ricerche e riproposte continue e possibilmente aggiornate), pensieri pensati, quindi da mettere in circolo, sperando che qualcuno li utilizzi, magari anche soltanto per dimostrare che ad altro non servono se non a lastricare il terreno di buone intenzioni, le quali, si sa, durano un attimo o poco più. Se poi questi pensieri pensati sopravvivono, non temete, ci sarà sempre qualcuno che imporrà a qualcun altro di andare acercarlo per zittirlo, che il suo dire “fa male al re, al cardinale, ai capi, ai potenti, ai direttori, ai censori…”.
Nulla di nuovo. Qualche secolo fa di fronte a un frate pensoso se non proprio pensante alla maniera voluta dalle gerarchieecclesiali, tale Arnaldo da Brescia, i dignitari dissero senza trovare dissenso alcuno: “Fate tacere quell’uomo!”. Chi fosse quel frate è presto detto: “Arnaldo, frate agostiniano e allievo di Pietro Abelardo, fuggito a Parigi per essersi pronunciato contro la simonia (commercio peccaminoso di beni sacri spirituali, nulla più), partecipò al Concilio di Sens del 1140, dove si scontrò con Bernardo di Chiaravalle, il quale considerava “eresia” il rifiuto assoluto – da parte di Arnaldo – del potere temporale del Papa. Per questo, Bernardo divenne santo, Arnaldo, invece, venne condannato all’impiccagione, il suo corpo arso al rogo e le sue ceneri sparse nel Tevere”. Poi, siccome frate Arnaldo veniva da Brescia, Brescia gli dedicò un monumento attorno al quale giovani fedeli e giovani infedeli sono andati in ogni tempo a cercare ragioni con cui alimentare o confutare le loro certezze e le altruiincertezze. In tempi in cui era ammesso riempire colonne di giornale (un giornale “voce del popolo” aggregato in sua Diocesi)con parole sottilmente velate di un sarcasmo tendente alla satira e al compiaciuto sorridere per fatti, misfatti e quisquiglie disseminati in cronaca, per ristabilire il bene collettivo, un tale che immaginava per sé almeno un’aureola, per il bene e il decoro collettivo, provò a dire “fate tacere quell’uomo”. La frase non sortì effetto alcuno e l’uomo che si celava dietro a un simpatico pseudonimo, complice un coraggioso direttore, continuò il suo corso. Così allora. E adesso? Adesso… nihil obstat quominus imprimatur (nulla osta a che sia stampato), piaccia o dispiaccia, fate voi.Variante al dire e scrivere sarebbe il tacere, il riempire col silenzio le stanze e i luoghi in cui gridare è sovrano. Ma, come si fa? Come si fa, dico, in tempi in cui io e voi sembriamo terrorizzati dall’idea di non poter avere sempre qualcosa da ascoltare, ovunque ci troviamo?
Ho letto in Storia e pratica del silenzio (di Remo Bassetti), che la vita di chi è nato prima della Rivoluzione industriale era scandita da pochi suoni e rumori: quello delle campane, quelli della natura e quelli di qualche artigiano, raramente quelli della musica o del canto di un cantastorie. Così, dall’invenzione della radio in poi, gli uomini hanno deciso più o meno coscientemente di eliminare totalmente il silenzio dalla loro vita. Ragion per cui la giornata tipo è diventata, in breve, una sequenza confezionata in questo modo: podcast a colazione, musica durante la corsetta del mattino, tv accesa in sottofondo per fare compagnia mentre si lavora, la voce dei video degli influenzatori alimentari mentre si cucina, l’audio delle serie tv o del film che si guarda la sera, il rumore della pioggia negli auricolari per dormire… Ad abundatiam, come vorrebbe si tornasse a dire il ministro della pubblica (d)istruzione.Infatti, non esiste un cantore del silenzio. E poi, perché mai si dovrebbe desiderare il silenzio? E ancora, perché il silenzio ci fa tanto orrore? Da cosa scappiamo?
Per me si va alla ricerca di un posto in cui avere ragione, punto e basta. Lo dice anche Hammett (romanziere non effimero) quando afferma che “esistono due maniere di pensare a questo mondo: quella che ti porta ad avere ragione nelle discussioni e quella che ti porta a scoprire le cose”. Ma per essere all’altezza di questa dimensione, almeno secondo Monda, “bisogna nutrire due atteggiamenti rischiosi quanto preziosi: lo stupore e la curiosità”.Solo così l’intelligenza avrebbe facoltà di ampliare il suo territorio ponendo domande e sottolineando pensieri altrimenti destinati al macero. Infatti, per dirla con Kundera, è vero o non è vero che “la stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa mentre la saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda?”. Domande e dubbi diventano facce della stessa medaglia e corrono il rischio di fare di tutte le erbe un fascio. “E qui – raccomanda il saggioi – bisogna fare attenzione, perché avere e quindi porre domande non è la stessa cosa di avere dubbi”. La lpensa in bgtal modo tale McCarthy per il quale “un uomo che fa domande vuole conoscere la verità, un uomo che dubita vuole sentirsi dire che la verità non esiste”. Dato che oggi come ieri e come domani ci sarà qualcuno che vorrà impormi e imporre ad altri di pensare come lui, mi appello al poeta Rainer Maria Rilke e con klui dico: “Bisogna, alle cose,/ lasciare la propria quieta, indisturbata evoluzione/ che viene dal loro interno/ e che da niente può essere/ forzata o accelerata./ Tutto è: portare a compimento/ la gestazione/ e poi dare alla luce./Bisogna avere pazienza/ verso le irresolutezze del cuore/ e cercare di amare le domande stesse/ come stanze chiuse a chiave e come libri/ che sono scritti in una lingua che proprio non sappiamo./ Si tratta di vivere ogni cosa./ Quando si vivono le domande,/ forse, piano piano, si finisce,/ senza accorgersene,/ col vivere dentro alle risposte/ celate in un giorno che non sappiamo”.
Passando e ripassando l’etere ho scoperto anche stanotte che circolano liberamente personaggi in cerca d’autore, privi di sapere e senso, ricchi di prosopopea, stupidità e crassa ignoranza. Su tutti costoro, uno (di cui taccio il nome lasciando a ciascuno l’onore e l’onere di individuarlo) ha meritato quel che Giacomo Leopardi, illo tempore, dedicò all’abate Francesco Cancellieri. E cioè che “èun fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra...” che “parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di cose somme con la maggior freddezza possibile...” che “ti affoga di complimenti e di lodi altissime e ti fa gli uni e le altre in modo così gelato e con tale indifferenza che a sentirlo…”, aggiungo io, ti cascano braccia e anche brache.
Basta così. Se potete, perdonate il disturbo.
LUCIANO COSTA













