Il Domenicale

Una poesia, due canzoni, un uovo di carta…

Una domenica, soprattutto questa che mette bene in vista palme e ulivi simboli di pace e di concordia, giorno ideale per intrecciare saluti e abbracci, per misurare il piacere dello stare insieme, per fugare il malessere e allontanare le preoccupazioni di giorni che invece ne sono infarciti quanto e più di un bignè, per accorgersi di quel Dio che tutto può e tutto perdona, per mettere tra le priorità la mano tesa a rincuorare un prossimo misterioso, forse anche sconosciuto, ma reale. Una stazione ferroviaria, normalissima via di transito e di incontro in tempi normali ma tragico contenitore di morti e di speranze svanite quando a dominare la scena è la guerra; una stazione affollata di gente che al treno in transito s’aggrappava per sentirsi viva e da viva andare dove il rumore delle bombe non sarebbe mai arrivato; una stazione dell’Ucraina martoriata dalla guerra diventata teatro di una nuova carneficina: oltre cinquanta morti, oltre cento feriti, oltre mille umani impauriti e preda della più cupa e assurda disumanità. Che mondo è quello che consente simili aberrazioni? Non è un mondo, è un serraglio in cui bestie feroci si sono date appuntamento per mettere in mostra la loro forza, la loro ferocia e anche la loro stupidità…

 

Non ho voglia di commentare una dannata guerra in cui, come i ogni guerra precedente, si son dovuti contare morti e vedere distruzioni; non voglio piangere di fronte all’orrore; non voglio cercare parole per raccontare la forma del dolore e il colore delle lacrime; vorrei soltanto poter scrivere che finalmente la Ragione ha vinto e che la Pace è tornata a essere cittadina gradita del mondo. Invece… Invece, eccomi pronto a ripudiare la cronaca amara e a cercare tra mille libri e un milione di righe qualcosa che serva da lezione per i vivi, da conforto per chi resta e di suffragio per coloro che la bomba ha strappato alla vita.

 

All’alba, tempo ideale per vedere oltre il solito, tra i ritagli di stampa ne ho trovato uno dedicato alla “ninna nanna della guerra”, poesia scritta da Trilussa (pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri; poeta, scrittore e giornalista italiano, particolarmente noto per le sue composizioni in dialetto romanesco, nato a Roma nel 1871 e lì vissuto fino al 1950) nel 1914, tre mesi dopo lo scoppio del primo conflitto mondiale, in cui il grande poeta romano descrive l’orrore della guerra e gli interessi di chi dentro la guerra cerca guadagni. Secondo Alessandro De Carolis, giornalista e critico, questa ninna nanna di Trilussa “è una poesia purtroppo e davvero senza tempo”; secondo me, più o meno un nessuno qualsiasi, è una lettera senza indirizzo da consegnare ancora adesso a chi della guerra s’abbuffa sognando potere e ricchezze.

 

Scrive il poeta: “Ninna nanna, nanna ninna, / er pupetto vò la zinna: / dormi, dormi, cocco bello, / sennò chiamo Farfarello. / Farfarello e Gujermone / che se mette a pecorone, / Gujermone e Ceccopeppe / che se regge co le zeppe, / co le zeppe d’un impero / mezzo giallo e mezzo nero. / Ninna nanna, pija sonno / ché se dormi nun vedrai / tante infamie e tanti guai / che succedeno ner monno / fra le spade e li fucili / de li popoli civili. / Ninna nanna, tu nun senti / li sospiri e li lamenti / de la gente che se scanna / per un matto che commanna; / che se scanna e che s’ammazza / a vantaggio de la razza / o a vantaggio d’una fede / per un Dio che nun se vede, / ma che serve da riparo / ar Sovrano macellaro. / Chè quer covo d’assassini / che c’insanguina la terra / sa benone che la guerra / è un gran giro de quatrini / che prepara le risorse / pe li ladri de le Borse. / Fa la ninna, cocco bello, / finchè dura sto macello: / fa la ninna, chè domani / rivedremo li sovrani / che se scambieno la stima / boni amichi come prima. / So cuggini e fra parenti / nun se fanno comprimenti: / torneranno più cordiali / li rapporti personali. / E riuniti fra de loro / senza l’ombra d’un rimorso, / ce faranno un ber discorso / su la Pace e sul Lavoro / pe quer popolo cojone / risparmiato dar cannone!”. Non serve la traduzione per coglierne il senso; serve semmai un briciolo di attenzione per non lasciarla scivolare via e sciogliersi qual neve al sole.

 

Centootto anni dopo la poesia di Trilussa dice ancora l’assurdità del ricorso alle armi, mette in vista gli interessi che si celano dentro e fuori i fucili e i cannoni, denuncia i ladri di speranza e di sogni, ammonisce chi di fronte alla guerra sui limita a essere soltanto e semplicemente spettatore muto.

Centootto anni dopo sono cambiate le armi – non più fucili e baionette, granate e candelotti, assalti all’arma bianca e corse all’impazzata fuori dalle trincee per stanare nemici più impauriti che spavaldi – ma certi istinti dell’animo umano sono rimasti inalterati.  “Le spade e li fucili” di ieri sono i missili ipersonici e le bombe termo-bariche di oggi, ma chi li maneggia – o li fa maneggiare – produce il risultato di ogni guerra: “la gente che se scanna e che s’ammazza”, che “insanguina la terra”.

 

Quelli scritti da Trilussa sono quarantotto versi pervasi da un sarcasmo dolente e disilluso che arriva dritto al cuore con la schiettezza del dialetto; son quarantotto versi che arrivano al presente per dire che la guerra non ha insegnato nulla, che la storia non ha impartito lezioni, che noi uomini e donne restiamo popoli senz’anima e ragione… Soprattutto perché questa Ninna nanna è attualità che lascia attoniti e increduli. Questi versi, scritti oltre cento anni fa, “fotografano il sentimento del mondo di oggi…”. E con una rapida operazione di “aggiornamento terminologico ecco che diventa fin troppo facile sovrapporre alla silhouette del sovrano macellaro – ovvero quella di Gujermone e Ceccopeppe, cioè Guglielmo II di Prussia e Germania e Francesco Giuseppe d’Asburgo, i regnanti all’origine della catastrofe – il profilo attuale di chi ha riportato sulla terra d’Europa orrori che si pensavano chiusi nel cassetto del secolo breve”.

Scrivono gli esperti più addentro nella poetica e più abituati a contare righe e litanie in rima, che questa “ninna nanna” è una preghiera laica in cui resta “l’eco di una speranza per i bambini ucraini e di tutte le guerre”. Una preghiera, che benché laica, è impregnata di una fede che fa spalancare gli occhi su un mondo finalmente in pace. Hanno scritto ieri i critici musicali che due canzoni appena musicate e messe in scena – una dei Pink Floyd (celeberrimo gruppo rock britannico, fondato a Londra nel 1965), che tornano dopo anni di silenzio a dirci che la pace e non la guerra sono il futuro degno d’essere vissuto; l’altra dei Maneskin (gruppo musicale rock italiano formatosi a Roma nel 2016), considerati il nuovo che avanza e scuote il panorama mondiale del canzoniere impegnato –, entrambe dedicate all’Ucraina devastata dalla guerra, sono meditazioni sull’essere e sul divenire, sono stimolo a trasformare il buio in luce, sono invito a guardare l’erba che ricresce e che mischia la sua esistenza con fiori spontanei e delicati buoni per rasserenare e far scoprire che oltre la guerra c’è qualcosa di meglio da fare…

Per scongiurare il pericolo che le due canzoni vengano ricordate per i suoni e per i ritmi piuttosto che per le parole cantate, vi propongo i testi, semplici ma allo stesso modo sollecitanti riflessioni non casuali.

Dicono i versi musicati e cantati dai Pink Floyd: “Oh, nel prato un rosso viburno si è chinato in basso / Per qualche ragione, la nostra gloriosa Ucraina è addolorata / E prenderemo quel viburno rosso e lo alzeremo / E faremo il tifo per la nostra gloriosa Ucraina, ehi, ehi / E faremo il tifo per la nostra gloriosa Ucraina, ehi, ehi / Oh, nel prato un rosso viburno si è chinato in basso. / Per qualche ragione, la nostra gloriosa Ucraina è addolorata. / E prenderemo quel viburno rosso e lo alzeremo / e faremo il tifo per la nostra gloriosa Ucraina, ehi, ehi. / E faremo il tifo per la nostra gloriosa Ucraina, ehi, ehi”.

Cantano i Maneskin: In piedi da solo su quella collina / usando il tuo carburante per uccidere. / Non lo accetteremo stando fermi. / Guardaci ballare / balleremo sulla benzina. / Come fai a dormire la notte / come fai a chiudere entrambi gli occhi? / Vivere con tutte quelle vite / nelle tue mani / in piedi da solo su quella collina / usando il tuo carburante per uccidere. / Non lo accetteremo stando fermi. / Guardaci ballare / balleremo sulla benzina”.

Rialzare il viburno (niente più di una pianta selvatica) schiacciato dalle bombe è l’impegno dei Pink Floyd; dare un volto a chi sta in piedi da solo sulla collina manovrando fucili e dirigendo bombe e missili su case e stazioni ferroviarie è quel che vogliono fare i Maneskin… Quale è, invece, il mio, vostro e nostro impegno?

L’altro ieri a Brescia, davanti al celebre e storico “Alloni fiori”, ho visto un uovo di Pasqua fatto con carta e opportunamente decorato, che dall’alto del piedistallo su cui era collocato chiedeva sguardi e attenzione intelligenti per accorgersi che la sorpresa, questa volta, non era materiale ma immateriale, spirituale, leggera e leggiadra. Che la sorpresa, in questo anno 2022, era niente altro e niente più che la Pace. Alberto, il titolare di “Alloni fiori”, mi ha detto che l’opera è stata realizzata da un giovanotto suo collaboratore e allievo. “Ma in questa pensata strana ma straordinariamente istruttiva e coraggiosa – mi ha confidato – ho visto i sogni riprendere forma e le speranze diventare di nuovo vive”. Così, semplicemente, il poetico adagio che definisce chi non ha pane ma compra fiori un poeta, è tornato a dirmi e a dirci che anche dietro le più oscure nubi il sole annuncia tempi nuovi. E noi balleremo, ehi, ehi; e noi faremo il tifo per la gloriosa Ucraina, ehi, ehi!

LUCIANO COSTA

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