Il Domenicale

Vengo anch’io? No, tu no! Ma perché? Perché no!

Si potrebbe andare tutti ad attaccarsi al tram come invita a fare il principe dei celoduristi nostrani (proprio lui, il cantore del “prima gli italiani” e gli altri a casa loro, quello che il russo e l’americano li considera… amiconi e gli altri invece solo impiccioni), magari per vedere l’effetto che fa. Oppure si potrebbe andare tutti, ma proprio tutti, dove parlano le bombe e i cannoni, per farli tacere e poi vedere l’effetto che fa. Jannacci, il magnifico e mai sufficientemente ascoltato menestrello, aggiungeva a quel si potrebbe andare” un “vengo anch’io a cui s’accodava quel perentorio “no tu no che la diceva lunga (e ancora dice) sull’effettiva volontà di partecipare ai lavori per la costruzione di un mondo migliore. Così allora – anni sessanta/settanta del secolo scorso – così adesso, che tanto l’effetto che fa rimane immutato e immutabile.

Eppure, anche adesso, in questo tempo in cui hanno più voce le offese che le carezze, c’è chi manda a dire che un mondo migliore, pieno di pace piuttosto che di guerre, è possibile. Tra questi svetta Sergio Mattarella, il nostro Presidente (che il buon Dio lo conservi a lungo) che ai giovani e non più giovani del “Meeting di Rimini(da quarantasei anni luogo di incontro e scontro di virtù, di buone intenzioni e intenzioni magari solo interessate, ideale luogo di “comunione e liberazione, se quando e come davvero liberato da lacci e lacciuoli politici ed economici) ha raccomandato di continuare a scrivere la storia proponendo nuove occasioni di incontro, di riflessione, di amicizia, di cultura… ampliando gli spazi di dialogo, scavando oltre la superficie del nostro tempo per comprendere come la persona e le comunità possano, nelle trasformazioni, restare protagoniste.

Nel messaggio inviato al Meeting (da leggere per intero, senza accontentarsi dei riassunti giornalistici), il cui titolo quest’anno è nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, citazione che è anche una sfida, il Presidente dice: “Abbiamo bisogno di costruttori di comunità. Costruttori di convivenza, di pace, di partecipazione, di solidarietà. Costruttori di una società capace di governare i mutamenti restando umana nelle fondamenta e nella civiltà”. Ma, aggiunge, non possiamo dare per scontate le conquiste che le precedenti generazioni ci hanno trasmesso. Libertà, democrazia, pace, modello sociale, vanno continuamente rigenerati nella fedeltà ai loro presupposti valoriali, vanno rigenerati e condivisi… Infatti, le straordinarie facoltà e opportunità che scienza e tecnologie ci consegnano non bastano a garantire un sicuro e autentico progresso. Soprattutto perché il tempo che viviamo è segnato anche dagli orrori di guerre che pensavamo di aver cancellato dalla storia, da volontà di potenza che tornano a mostrarsi minacciosamente, da egoismi personali e di gruppo, da spinte omologanti, da discriminazioni, povertà, solitudini. Però, non dobbiamo farci vincere dalle complessità e dalle paure. Infatti, le comunità deperiscono dove prevale il disimpegno o l’indifferenza. Serve allora Costruire e ricostruire, perché questo e solo questo è rimettersi in cammino nella storia, anche se questo richiede di attraversare territori difficili. Il calo demografico ha ridotto la presenza dei giovani nella società, ma nessuna società che voglia avere futuro può rinunciare all’apporto dei giovani e ai loro “mattoni nuovi”. Le stagioni che cambiano richiedono forze, idee, energie nuove. E non è vero che così rischiano di disperdersi i valori: così i valori più profondi possono invece trasmettersi e dare nuovi frutti. Costruire vuol dire avere speranza, la speranza è il nutrimento più prezioso di una società. Ma essa si diffonde soltanto nell’amicizia e nella solidarietà”.

Tra quelli che lottano per un mondo migliore c’è Papa Leone XIV(quello che dell’abbraccio e del “eccomi, ci sono anch’io” ha rivestito i suoi giorni), che ai partecipanti al “Meeting” ha mandato a dire di non tenere il deserto, perché “nel deserto nasce il popolo di Dio, perché nel deserto matura la scelta della libertà…”, perché è proprio il deserto il luogo ideale su cui costruire nuove comunità, nuovi villaggi in cui nessuno sia escluso, nuovi popoli e nazioni… Perché solo abitando il deserto in profonda comunione con l’intera umanità, superando i muri di diffidenza che contrappongono le religioni e le culture è possibile dare concretezza all’umanesimo planetario… Perché solo percorrendo questa via sarà possibile preparare quei “mattoni nuovi” con cui costruire quel buon futuro che si dischiude “solo accogliendoci l’un altro. E se i responsabili delle Istituzioni statali e internazionali sembrano non riuscire a far prevalere il diritto, la mediazione e il dialogo” tocca alla società civile, a ciascuno che si dica civile, osare la profezia dell’amare il prossimo più di se stessi, perché anche adesso e soprattutto adesso (lo ha scritto Amos Oz e volentieri lo ripeto anch’io) “abbiamo bisogno di vivere uno accanto all’altro piuttosto che uno contro l’altro”. Per farlo, dice il Papa, è necessario “promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro, perché solo così ”ogni comunità diventerà casa della pace, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono, dove si si capisce che la pace non è un’utopia spirituale, ma piuttosto una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione...”.

Allora e solo allora si potrebbe poi sperare tutti in un mondo miglioree così vedere l’effetto che fa. Questo rimette al centro la canzone di Jannacci (nata per stupire e invece epurata, adattata al volere dei perbenisti del tempo, offerta come allegra interpretazione del momento piuttosto che come dolore del tempovissuto) che sommando dieci o cento vengo anch’io riceve in cambio dieci o cento “no tu no” altrettanti “ma perché, perché no”, punto e a capo. Se interessa, l’allora potere discografico (ma non solo discografico), censurò e cancellò due strofe ritenute “indisponenti” e “tragiche”, quelle che dicevano “si potrebbe andare tutti insieme nei mercenarigiù nel Congo da Mobutu a farci arruolare, poi sparare contro i negri col mitragliatore, ogni testa danno un soldo per la civiltà… si potrebbe andare tutti in Belgio nelle miniere a provare che succede se scoppia il grisù, venir fuori bei cadaveri con gli ascensori fatti su nella bandiera del tricolor”. Restò allora la canzone, che poteva sembrare una canzonetta leggera, ma che invece possedeva un significato che illuminava circa l’esistenza dell’eterno escluso, rappresentazione evidente della solitudine e dell’alienazione…

Diceva, tra tanto altro, la canzonetta:  

Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale
per vedere come stanno le bestie feroci
e gridare: “Aiuto, aiuto, è scappato il leone!”.
E vedere di nascosto l’effetto che fa…


Si potrebbe andare tutti quanti ora che è primavera
con la bella sottobraccio a parlare d’amore
e scoprire che va sempre a finire che piove.
E vedere di nascosto l’effetto che fa.


Si potrebbe poi sperare tutti in un mondo migliore,
dove ognuno sia già pronto a tagliarti una mano, un bel mondo sol con l’odio, ma senza l’amore.
E vedere di nascosto l’effetto che fa.


Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale
per vedere se la gente poi piange davvero…
e vedere di nascosto l’effetto che fa.


Vengo anch’io? No, tu no, Ma perché? Perché no!

Basta e avanza. Ma per affermarlo serve scendere in piazzaa muso duro”, cantando a squarciagola la canzone del vero, dell’impegno e del fare perché prevalga il noi e si cancelli l’io.Illuso sono e resto. Però, ben sapendo d’essere stato ed essere tutt’altro che un poeta “canterò le mie canzoni per la strada e affronterò la vita a muso duro… con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro… e mai saprò se avrò gli amici a farmi il coro, o se avrò soltanto volti sconosciuti”. Ma per tutti io canterò e tutti inviterò a essere illusi, almeno per quel tanto che basta a disegnare cieli e terre nuovi.

LUCIANO COSTA

P.S.Domenica scorsa scrivevo qui della partita a rubamazzetti inscenata da due e più bellimbusti in Alaska; giovedì su “La Stampa” Mattia Feltri riprendeva il discorso dicendo che lassù davvero si era giocata una partita di rubamazzetti, una farsa in cui l’espressione “terra in cambio di pace” suona delicata come “la borsa o la vita”. In sovrappiù, “che vada a buon fine oppure no, questa caricatura di pace trumpian-putiniana prevede non soltanto la resa dell’Ucraina, ma dell’intero Occidente democratico”. Un Occidente in cui, da una parte domina solo la paura, mentre dall’altra trionfano la minaccia e la rapina”. Nessuno (forse) vuole sia questo il nuovo ordine mondiale, però (quasi) tutti restano spettatori indifferenti. E questa non è certo una bella prospettiva.

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