Il Domenicale

Voci e canzoni raccolte e ascoltate nella piazza vacanziera

La piazza vacanziera, da sempre luogo fatto apposta per misurare chi siamo, siamo stati e saremo, questa volta ha disdegnato i potenti così impegnati, poveretti, a dire e disdiree ha messo al centro i deboli – così impegnati, da poveretti qual sono, sempre e soltanto a resistere – e tutte le loro debolezze. La parola più usata dai piazzaioli è stata ieri e l’altro ieri “basta”. Vale a dire: basta guerre, basta parole, basta bugie sussurrate qual novella verità, basta politici di mezza tacca, basta giovanotti ciarlanti ardenti e fetenti (nel senso di villani portatori di niente), basta ciarlatani (signorotti non più giovani e non ancora anziani) mandati in onda per lodare il capo e sbrodolare sulle sue mirabolanti capacità di condurre la ciurma verso i lidi sognati e sognanti, basta giornali e giornalisti cronisti fondisti memorialisti e opinionisti, certo in qualche occasione anche dotti e sapienti, ma anche, in altrettante occasioni, veri pusillanimi (nel senso di accomodanti assertori dello status quo, asserviti al dominus di turno), dimentichi del dovere che il loro ruolo impone: raccontare senza barare le gesta e gli scempi di cui son colme le strade del mondo. E basta, infine, a chi di basta si nutre ma nulla fa per cambiare ciò che basta mette in bella mostra. Di mio aggiungo basta ai pomeriggi insulsi offerti dalle televisioni italiche, immancabilmente dedicati a raccontare morti ammazzati rapimenti tradimenti pettegolezzi vanterie pruderie cretinerie… E non dite che esagero: guardate e giudicate. Poi fatemi sapere di quale pregio o spregio vi si siete nutriti.

Ma davvero siamo costretti ad abitare in siffatto circolo mediatico? Costretti forse no, ma obbligati al nulla altrimenti offerto, forse sì. Però, da vacanziero estemporaneo mi domando qual senso abbia adesso il concetto dell’abitare – dove, che cosa, come, quando, perché – se poi l’abitare non viene onorato con pensieri gesti e parole degni di far parte del comune vissuto, che poi sarebbe anche il presupposto su cui si fonda il concetto di abitare… Un recentissimo libro edito dalla coraggiosa “Queriniana (editrice votata al pensiero alto) e firmato da Emanuele Borsotti sostiene che l’umano abitare è innanzi tutto il duro mestiere di abitare se stessi e con se stessi” quasi e come un “habitare secum, in una forma di speleologia del sé e del proprio intimo, convivendo “con i propri pensieri, rovelli, recriminazioni, attese e aspirazioni. Ho chiesto agli amici vacanzieri se per caso avessero dedicato pensieri men che servili al verbo abitare: mi hanno risposto mandandomi a quel paese, ricordandomi che il presente non è fatto di filosofici abitaresognare desiderare immaginare pregare sperare… ma di sostanziosi guadagnare lucrare incassare esportare importare viaggiare. Un fresco ottantenne, felice residuo di una pattuglia in via d’estinzione, ha stupito i presenti ricordando che “abitare non significa semplicemente stare in un luogo, ma rendere quel luogo degno d’essere vissuto”. Non ci crederete, ma anche lui è stato mandato a quel paese.

Invece, ai piazzaioli vacanzieri, è piaciuto assai disquisire su pusillanimi, pusillanimità, identità e capacità… di adattarsi ai tempi e alle mode. Così, alto e forte, è di nuovo riapparso l’antico adagio che immancabilmente ricorda come “si stava meglio quando si stava peggio” seguito dal consolatorio “ma il peggio deve ancora venire”, impareggiabile modo di raffigurare un presente in cui i più si sentono vittime e i meno turisti occasionali.Però hanno chiesto alcuni degli straniti presenti – di chi parliamo quando parliamo di pusillanimi?”. Il vocabolario offerto all’occhio (tablet e telefonini son pronti a mostrarne più di uno)dice che pusillanime “è chi non mostra di possedere la forza d’animo o di volontà necessaria a fronteggiare una situazione, una difficoltà, un problema, precisa che essendo “più forte di irresolutotitubanteindeciso, timoroso o pauroso (costui familiarmente fifone), la parola è ben rispecchiata dal letterario pavido, che assume un significato prossimo a quello di vilevigliacco o codardoche non disdegna di stare in compagnia di gretto o meschino. Fate voi e attribuite voi il termine a questo o a quello che stando al vertice merita più di altri d’essere giudicato e quindi etichettato, per meriti o per demeriti via via acquisiti.

Nel bel mezzo dell’abbuffata di pensieri, improvvisa si diffuse nella vacanziera piazza la voce del Celentano non ancora famoso ma già ingombrante (voce datata 1966, quando lui era ancora immerso in un divenire incerto e indefinibile) che inneggiava a un “mondo in bi settima” (non so cosa volesse dire, però mi impressionava), che diceva “ciao ragazzi…”, che annunciava un “pregheròa suo modo vero seppur strano e fuori al coro Quasi tutti i presenti conoscevano le canzoni e quindi le cantavano. Bella esibizione… Peccato non fosse seguita dalle opportune riflessionidi cui le canzonette erano ambasciatrici. Se interessa eccovi i testi delle tre canzonette che in questo avvio di vacanza mi son sembrate specchio di un malconcio presente. “Mondo in bi settima dice:

Prendo il giornale e leggo che di giusti al mondo non ce n’è.Come mai, il mondo è così brutto!? Sì! Siamo stati  noi a rovinarequesto capolavoro sospeso nel ciel. Ahi ahi ahi ahi! Leggo chesulla terra sempre c’è una guerra, ma però, per fortuna, stiamo arrivando sulla luna mentre qui c’è la fame, c’è la fame! Ahi ahi ahi ahi! Ogni atomica è una boccia e i birilli son l’umanità, il capriccio di un capoccia ed il mondo in aria salterà! Ahi ahi ahi ahi! Si rapina il lunedì, ci si ammazza gli altri dì, guarda un po’ che società! Ipocrisia, qua e là, non va! Ahi ahi ahi ahi! Non esiste morale, c’è per tutti un complesso, un problema del sesso e le persone serie che non raccontano le storie le hanno spedite in ferie! Ahi ahi ahi ahi! Questa terra è il monopolio delle idee sbagliate, qui si premiano quei films dove c’è un morto in più. Si divorano i romanzi con l’indizio a rate, c’è persino corruzionedove c’è lo sport. Ahi ahi ahi ahi! Noo ragazzi, ma non rattristatevi così. Piccolo? Perché piangi così? Eeh, allora staremmo freschi se veramente nel mondo succedessero tutte queste cose. Eeh, e poi, lo sapete anche voi, no? I giornali qualche volta esagerano sempre un po’. Guardate quello che scrivono su di meE poi se andiamo a vedere questo giornalechissà di quanti anni è… Anzi, adesso voglio proprio vedere ladata. E’ di oggi! Ahi ahi ahi ahi! E se noi, tutti insieme in un clan, ci uniremo, cambierà questo mondo se noi daremo una mano a chi ha più bisogno, ci sarà solo amore, solo amore, ci sarà solo amore… ah, ah, ah.

Tragico mondo… Però, se seguito da un ben augurante “Ciao ragazzi” potrebbe essere o diventare migliore. Dice infatti la canzone:

Ciao ragazzi ciao. Perché non ridete più. Ora sono qui con voi. Ciao ragazzi ciao. Voglio dirvi che vorrei per me grandi braccia perché finalmente potrei abbracciare tutti voi. Ciao ragazzi ciao. Voi sapete che nel mondo c’è chi prega per noi. Non piangete… C‘è chi veglia su di noi. E dico ciao amici miei e voi con me direte ciaoLa mia voce sarà, la tua voce sarà, mille voci perché voi cantate insieme a me, noi cantiamo insieme a te. Ciao ragazzi, ciao. Voglio dirvi che vorrei per me grandi braccia perchéfinalmente potrei abbracciare tutti voi

Ma, davvero è possibile abbracciare tutti, abbracciarsi tutti, volersi bene? Forse sì. Magari ci vorrebbero tanta fede in un Dio buono e misericordioso, poi una preghiera, un “pregherò simile a quello cantato dall’Adriano, che dice:

Pregherò per te che hai la notte nel cuor. E se tu lo vorrai, crederai. Io lo so perché tu la fede non hai. Ma se tu lo vorrai, crederai. Non devi odiare il sole perché tu non puoi vederlo, ma c’è, ora splende su di noiDal castello del silenzio Egli vede anche te. E già sento che anche tu lo vedrai. Egli sa che lo vedrai, solo con gli occhi mieiEd il mondo la sua luce riavrà. Io t’amo, t’amo, t’amo… Questo è il primo segno che dà la tua fede nel SignorLa fede è il più bel dono che il Signore ci dà per vedere lui, e allora tu vedrai…

Le canzoni di Celentano come proposta di riflessione? Potrebbero esserlo, se e come io e voi le intendessimo tali. Nella piazza vacanziera quelle canzonette datate 1966 hanno prodotto applausi e ricordi. Poi, però, un tuono improvviso ha rimandato tutti a casa. Chissà se qualcuno proverà a meditare su ciò che è stato cantato.Io ci ho provato ed ho scoperto che spesso anche le canzonette son meglio dei paroloni affidati al vento dai soliti potenti.

Buone vacanze, magari piene di scoperte e riflessioni sull’essere e il divenire, utili per ritrovare, se mi è concesso dirla con Paolo VI,il contatto con la scena sempre aperta, sempre nuova, sempre meravigliosa del creato, con lo lo spazio, l’atmosfera, gli animali, le cose; il mare, i monti, le pianure, il cielo con le sue aurore, i suoi meriggi, i suoi tramonti, e specialmente con le sue notti stellate, profonde, e incantevoli sempre, buone per ricordarci che “le vacanze sono il periodo privilegiato per le buone amicizie, per conoscere luoghi, costumi, bisogni del popolo che di solito non avviciniamo, e per l’incontro con nuove persone degne della nostra conversazione.

Buone vacanze, amici. E non badate ai logorroici discorsi proposti dai soliti politicanti in libera uscita. Preocupatevi invece di far tesoro dell’aria donata e del tempo concesso al dolce pensare vagando per monti, colline, laghi e mari.

LUCIANO COSTA

 

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