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Addio, Francesco! Per Te un postumo ma sincero “Laudato si’…”

Orfani più di ieri: Francesco se ne è andato. E noi, i rimasti, siamo qui per dire: “Laudato si’, mi Signore per averci concesso di seguirlo nel suo cammino di Papa della gente, tra la gente, ovunque, fino ai confini del mondo. Nel suo pontificato c’era tutta la meraviglia della novità. Francesco era venuto infatti dall’altra metà del mondo per mettere tra il solito, il suo inestimabile insolito. Basta rivedere le immagini che accompagnano i suoi anni di Papa per rendersene conto: un crocifisso decoroso ma non prezioso al collo, mani pronte a stringere altre mani, parole chiare e spesso anche severe, occhi disposti a vedere anche ciò che qualcuno voleva non fosse visto, porte aperte, passi pronti a muoversi verso mille direzioni, bisaccia colma di bene da distribuire tra la folla degli ultimi, gesti non previsti dal cerimoniale ma ben degni e buoni, al punto da renderli messaggicomprensibili, invocazioni su invocazioni, ognuna implorante pace per gli uomini e le donne e la terra che li ospitava… Sì, davvero, Laudato si’ mi Signore….” per avercelo dato questo Papa chiuso ai soliti ritornelli utilitaristici e pomposi ma aperto, apertissimo al bene da fare perché fosse bene di tutti, per tutti, per il creato, per gli ultimi e i primi, ma secondo un grado di giustizia capace di impedire al forte di schiacciare il debole, al ricco di farsi beffe del povero, al potente di imporre il suo volere, al dittatore di ritenersi giusto pur essendo palese la sua in giustizia…

Ricordo la sorpresa che investì il mondo quando venne pronunciato quel habemus papa riferito al viandante venuto dall’altra metà della terra conosciuta. “Colui che fino a ieri si chiamava Mario Bergoglio – disse il cardinale protodiaconoda oggi si chiamerà solo Francesco. Era il primo Papa a scegliere quel nome benedetto e fino ad allora riservata al poverello d’Assisi, lui certamente mite rivoluzionario dell’essere e del divenire, non però in dispregio dei predecessori, piuttosto in elogio al loro essere stati al servizio della Chiesa e dell’Umanità.

Chi è quello lì? Si chiesero in molti quel giorno. E sul sagrato della Basilica Vaticana un prete qualunque s’azzardò a dire:Di sicuro non è uno qualunque, stupirà il mondo e darà alla Chiesa unvolto nuovo e all’Umanità rinnovata Speranza”. Dall’altra parte del mondo, il mondo da cui quel Papa proveniva, don Angelo, emigrato da Brescia e diventato pastore d’anime a Buenos Aires,in risposta alla più semplice delle domande – Chi è e chi saràMario Bergoglio, oggi papa Francesco?” – disse la medesima cosa: “Non uno qualunque, non un armonizzatore di stili, piuttosto un demolitore dei vecchi stili e il fervente propositore dei nuovi”.

Papa Francesco lo vidi sul sagrato della basilica vaticana in occasione della beatificazione di papa Paolo VI. Non aveva l’aria pomposa del Pontefice ma quella mite del prete che incontrando un suo omologo più anziano si china a baciargli la mano. Lui, lasciato il cerimoniale ai cerimonieri di rito, si avvicinò quel giorno a Benedetto XVI, il papa dimissionario, che andandosene aveva lasciato il governo della Chiesa in mani nuove e forti, lo abbracciò, lo ringraziò e gli sussurrò tutto il bene che gli voleva.Io c’ero, vidi e mi commossi. Papa Ratzinger, forte delle frequentazioni bresciane propiziate dall’Editrice Queriniana, per la quale aveva scritto e pubblicato libri mirabili, forse ricordandomi tal quale gli ero stato presentato dall’eccellentissimo monsignore Giovanni Battista Re (questo è un cronista curioso e certo fuori dai soliti schemi, disse il prelato), mi riservò un lievissimo e incoraggiante sorriso… Papa Francesco lo rincorsi invece solo con pensieri e speranze di nuovi incontri. Di lui, così lontano e così vicino, ho raccolto sospiri, inviti, idee, parole, gesti, fatiche, speranze, dolori, silenzi e grida silentiA ognuno dei modi e pensieri raccolti ho testardamente aggiunto quel “Laudato si’ mi Signore” per averlo messo accano a noi questo papa vestito di un niente che vale più di tutte le cose e le mode i metodi e i ritisoliti e insoliti. Ora Francesco riposa nella pace dovuta e assicurata ai Giusti. “Pregate per meripete, io lo farò per voi…”.

In questo procedere dei giorni di lutto ho visto il mondo chinare il capo davanti alle sue spoglie mortali, anche i potenti della terra esibire lacrime e pensieri riverenti. Poi, parole e commenti alla ricerca del sensazionale, del mai raccontato, dell’emozionanteNiente che fosse normale e puro come la preghiera silente o il rosario sgranato guardando il cielo che sovrastava e abbracciava la Basilica in cui Francesco aspettava l’ultima benedizione. Poi i Capi del mondo raccolti in un fazzoletto di sagrato, gli stessi che prima di quel momento erano apparsi sordi e lontani dagli inviti al bene, alla pace, alla giustizia diffusi e ripetuti da Francesco, improvvisamente disponibili ad ascoltare le ragioni e le speranze più vere e genuine, quelle che disegnano mondi di pace e di concordia, piazze animate da gente che si abbraccia e si comprende, mari e oceani liberati dal peso di essere tomba di disperati in cerca di cieli e terre nuovi, città e paesi senza barriere e siepi perché accoglienti e fieri di essere patria e dimora per chiunque… 

Laudato si’…cantava il poverello d’Assisi, un pazzo che immaginava le pietre buone come il pane, mentre con i suoi amici cercava rifugio in qualche grotta sperduta tra le coline e i monti di Spello. “Laudato si’, mi’ Signore…” per tutte le creature, per l’acqua il cibo e il vento, per i dolori e le gioie, per nostra sorella morte e per la terra che tutti abbraccia e custodisce. “Laudato si…” lo usò Francesco come titolo della sua seconda Enciclica, quella che rimetteva al centro le meraviglie del mondo invocando per ciascuna rispetto, amore, comprensione, condivisione, uso intelligente. “Laudato si?…” lo uso io adesso, in morte di Francesco, per leggere la sua straordinaria avventura di Papa e Pastore.

Francesco, come il “Poverello d’Assisi”, intonò la lode al Signore che con infinità bontà regala la terra e tutto ciò che in essa è custodito a chiunque, senza esclusioni, raccomandando soltanto di amare ciò che è calpestato, mise in chiaro che non si sentiva solitario a cantare la lode e a chiedere rispetto per l’amata terra: con lui cantavano infatti gli uomini e le donne di buona volontà, insieme a lui invocavano rispetto e amore per la terra i Papi che l’avevano preceduto: Papa Giovanni XXIII, che mentre il mondo vacillava sull’orlo di una crisi nucleare non si limitò a respingere la guerra, ma trasmise una proposta di pace e di progresso a tutto il mondo; Papa Paolo VI, che riferendosi alla problematica ecologica la definì “conseguenza drammatica” dell’attività incontrollata dell’essere umano, il quale “attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione, sottolineando “l’urgenza e la necessità di un mutamento radicale nella condotta dell’umanità”, perché “i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilianti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunte ad un autentico progresso sociale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo”; Giovanni Paolo II, che invitò “a una conversione ecologica globale”, facendo notare “il poco impegno per “salvaguardare le condizioni morali di un’autentica ecologia umana” e chiedendo di cambiare profondamente “gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono la società”; Benedetto XVI, che rinnovò l’invito a “eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e di correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente”.

Nella sua “Laudato si’…” Francesco mise insegnamenti antichi, mai cancellati e mai superati, invocò “virtuosi comportamenti”, in modo che, “ognuno si penta del proprio modo di maltrattare il pianeta, perché “un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”. In sostanza si trattava di passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere; significava “imparare a dare, e non semplicemente a rinunciare, passando da ciò che io voglio a ciò di cui ha bisogno il mondo”. Si trattava, essenzialmente, diceva Francesco, “di garantire la casa che condividiamo… di rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta… di costruire una nuova solidarietà universale… di fare spazio a un’ecologia che integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda”.

Il senso profondo e profondamente innovativo della “Laudato si’…” (per me, ma spero non solo per me, specchio fedele di ciò che è stato il pontificato di Francesco) è racchiuso nelle righe che chiudono il preambolo, laddove il Papa definisce i passi che andrà a condividere con il lettore o l’ascoltatore, chiunque esso sia: l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto il mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita.

Seguono pagine in cui ciascuno può e deve specchiarsi, sempre che abbia a cuore le sorti sue e della terra che lo circonda, per rimettere in sesto valori, dare il via al cambiamento, aprirsi agli altri piuttosto che rinserrarsi nel proprio star bene. Sono pagine in cui Francesco parla di “iniquità” (un termine difficilmente contemplato dai dizionari – significa assenza di ciò che è equo, equanime, giusto per tutti –, che facilmente lo assimilano, sbagliando, a “iniquità” significa malvagità, uso malvagio delle risorse possedute -, che il Pontefice non usa, forse perché è convinto che nessuno dovrebbe esserne contaminato) che non risolve i problemi, che colpisce non soltanto gli individui, ma Paesi interi, che offende i poveri, che amplia il debito ecologico, che crea disoccupazione, lascia villaggi senza vita, esaurisce riserve naturali, impoverisce l’agricoltura, favorisce fiumi inquinati, colline devastate, crateri aperti... Che relega purtroppo le opere sociali necessarie tra quelle “che non si può più sostenere”. In tal modo la “Laudato si’…” dice che “il ricco e il povero hanno uguale dignità”, che “l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti; chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti; se non lo facciamo ci carichiamo sulla coscienza il peso di negare l’esistenza degli altri”. E quando “non si riconosce nella realtà – aggiunge Papa Francesco – l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità e via discorrendo, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa”. Lo stesso vale per il relativismo pratico, ancor più pericoloso di quello dottrinale, “patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra, a trattarla come mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito”, che poi è la stessa logica che porta “a sfruttare sessualmente i bambini, o ad abbandonare gli anziani che non servono i propri interessi”.

Invece… ecco l’invito affinché “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro per tutti”, per la creazione “di nuovi posti di lavoro”, per farsi carico delle disuguaglianze e porvi rimedio, per incoraggiare verifiche coraggiose su ciò che è buono per l’umanità (anche se si chiama OGM) e su ciò che è deleterio (come le droghe). Francesco parlò allora e riparlò in seguito, sempre e ad alta voce, di ecologia della vita quotidiana delle tante inadempienze viste e taciute: agglomerati urbani invivibili, spazi contaminati, case e alloggi per tanti ma non per tutti, sobborghi inquinati, quartieri disagiati… chissà perché, quasi sempre e comunque destinati soprattutto ai poveri. Tutto questo in opposizione al bene comune. “Nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante iniquità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti fondamentali come la pace, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i poveri”. Ma non quelli del futuro “bensì i poveri di oggi, che hanno pochi anni da vivere su questa terra e non possono continuare ad aspettare”.

Per loro soprattutto si deve muovere la politica, “una politica che pensi con una visione ampia, che porti avanti un nuovo approccio integrale, che agisca evitando il discredito causato dalla corruzione e dalla mancanza di buone politiche pubbliche”.Servono “gioia e pace”, ma anche e soprattutto “sobrietà e umiltà” da vivere con libertà e consapevolezza, perché da loro dipende la felicità. “D’altra parte scriveva Francesco -, nessuna persona può maturare in una felice sobrietà se non è in pace con se stessa”.Ecco dunque, di nuovo, la necessità di ridare spazio al “cantico delle creature”, inno sempre nuovo, che diventa “monito a custodire il dono del creato, che è baluardo innalzato contro le eresie che condannano la natura, innalzato per esprimere lanecessità del perdono e l’agognata pace, necessaria a salvare il mondo e l’anima”.

Papa Francesco non è più tra noi, ma con noi continua a vivere e aripetere che “non del più forte è la terra ma solo di chi la ama, la rispetta e la riveste ogni giorno di pace e di giustizia”. Francesco fu spesso inascoltato in vita… Sarà ascoltato in morte?

LUCIANO COSTA

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