Ho chiesto ai partecipanti di un viaggio finalizzato alla scoperta di antiche usanze (viaggio che mi annoverava qual affabulatore e testimone, ovviamente con scarsissimo diritto a esserlo), senza un perché specifico ma con almeno cento perché sottintesi, che cosa ricordavano del viaggio che si concludeva e, in aggiunta, quel che ricordavano – se ovviamente ricordavano – del tanto ricevuto in dono qualche ora prima da giornali, radio, televisioni et similia.Del viaggio, sorridendo e ammiccando con evidente divertimento, rammentavano la storiella del montanaro che aveva venduto una mucca per avere denaro sufficiente ad acquistare un’enciclopedia, quella sì fonte di universale sapere; delle notizie avute in dono ricordavano: vagamente quelle riferite a guerre–eventi–cronache-disastri-maltempo-terremoti-incidenti-omicidi-femminicidi-genocidi-terrorismi-scioperi-politica-impolitica e altre ossessioni; meno vagamente quelle riferite agli sport di moda e di tifo; perfettamente quelle riferite invece a dive–divi–divetti–canzoni–cantanti-cantastorie-attori–attrici-ballerine-ballerini-amanti-traditori-traditrici-imbonitori-ammaliatrici-modelle-modelli-conduttori-conduttrici-vallette-valletti–cinema-teatro-belli–belle e bellone, chi in libera uscita e chi in uscita e basta. Il che confermava il saputo, e cioè che non è la notizia lanciata per prima, ma l’ultima quella che l’uditore–lettore–visore porterà con sé per il resto del suo giorno. “Amen e così sia”. O no?Decisamente no… Ovviamente se e come s’intendono e prevalgono i fatti rispetto ai misfatti, l’apparire rispetto all’apparenza, l’io rispetto al noi, la vacuità-vaghezza-chiacchiera-chiacchiericcio o pettegolezzo rispetto all’impegno, vero-serio-coraggioso e perciò mai facile e apprezzato.
Con tali premesse, mi chiedo a cosa può servire questo insistere a scrivere un domenicale che nella migliore delle ipotesi verrà(forse) letto e meditato da pochi e invece bollato come sfizio letterario da tanti. Non rispondo e neppure accetto risposte. Ribadisco piuttosto che il Domenicale lo considero un’esigenza (personalissima) utile a confermarmi partecipe di un’avventura che merita d’essere vissuta. Se interessa, si chiama vita questa avventura e davvero ogni giorno suggerisce novità, riserva sorprese, regala ricordi e rinnova memorie assopite.
Per esempio… Giacché la domenica a cui questo domenicale rende omaggio e regala abbagli è contrassegnata da una data normale – 16 novembre 2025 –, che però ne rammenta un’altra tutt’altro che normale – 16 novembre 1945 – sembra doveroso rammentare a me stesso e ai miei cinque o cinquanta lettori (se più o meno decidetelo voi, ovviamente se credete valga la pena tirare a indovinare), che ottant’anni fa, nel medesimo giorno novembrino, per illuminata volontà dei Ministri Alleati, deputati adare nuovo slancio all’educazione e per cercare rimedi alle devastazioni materiali e immateriali procurate dalla guerra appena conclusa, prese forma e consistenza l’Unesco, agenzia che le Nazioni Unite destinavano (udite, udite e poi sobbalzate ed esultate!) alla promozione della pace attraverso la cooperazione internazionale in educazione, scienza, cultura e comunicazione. Davvero un grande evento! Un evento illuminato da una Costituzione che fin dal preambolo osava scrivere, mettendo in chiaro la più scomoda verità, che “poiché le guerre hanno origine nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace”. Questa Costituzione, sfidando l’ignoranza esibita dagli scettici, venne ufficialmente firmata il 16 novembre 1945 ed entrò in vigore il 4 novembre 1946 dopo essere stata ratificata da venti Stati. Con quell’atto ufficiale l’Unesco, acronimo che significava “Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura” (Organisation des Nations unies pour l’éducation, la science et la culture; United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization), iniziava il suo impegno, finalizzato alla promozione della pace e della comprensione tra le Nazioni, che nell’istruzione, nella scienza, nella cultura, nell’educazione e nell’informazione avrebbe attinto linfa per “promuovere il rispetto universale della Giustizia, per affermare lo Stato di diritto, per i Diritti umani e le Libertà fondamentali”, le stesse già enunciate dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani.
Tutto questo riassunto in impegni scritti, dichiarati e catalogati come irrinunciabili. Impegni che invitano e obbligano a “promuovere l’educazione in modo che ogni bambina, bambino, ragazzo o ragazza, abbia accesso ad un’istruzione di qualità come diritto umano fondamentale e come requisito essenziale per lo sviluppo della personalità”, a “costruire la comprensione interculturale anche attraverso la protezione e la salvaguardia dei siti di eccezionale valore e bellezza iscritti nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, a “perseguire la cooperazione scientifica per rafforzare i legami tra le nazioni e le società al fine di monitorare e prevenire le catastrofi ambientali e gestire le risorse idriche del pianeta”, a “proteggere la libertà di espressione…” ovunque e sempre.
Forte di così elevata ed eloquente memoria, mentre un’alba rosata(forse sorella di un’aurora boreale allargata a dismisura e così pubblicizzata) colorava il cielo, ho letto e riletto i titoli di testa e di coda dei mattutini notiziari, trovando, qui e là disseminati, segni evidenti di preoccupazione, parole pensate (poche), parole sciupate (tante), riflessioni solo ubbidienti all’interesse della politica dominante, bugie e mezze verità al posto di chiarezza e libertà, labili inviti a cercare quel “bene comune” da anteporre a qualsiasi altro bene ricercato, atteso o immaginato, forti riferimenti al bene raggiunto grazie all’azione di questo, quello, quella o quell’altra, cioè di qualcuno piuttosto che di tanti o tutti…
Poi, fuori dal seminato, ho trovato fogli sparsi su cui stavano ben annotati pensieri pensati da saggi d’altri tempi, ognuno però illustrante modi di fare e operare in perfetta sintonia col presente.Il primo dei pensieri annotati (magari pensieri già messi in vetrina), secondo me cantore del silenzio e della solitudine, dedicabile forse ai Primi e anche ai loro Secondi, diceva: “Chi persegue la virtù vive un tempo di silenzio, chi si fonda sul potere è solo per sempre… L’uomo illuminato vede le cose al di là delle cose, pensa alla vita oltre la vita, predilige un tempo di silenzio all’eterna solitudine…”. Ragion per cui, aggiungeva subito dopo un altro saggio pensiero, “meno ci si cura del mondo, meno se ne è contaminati, più ci si consacra al mondo, più si è presi nei suoi astuti inganni”. Morale evidente della favola? Forse, ma solo forse, questa e quelle: “Per l’essere nobile l’ingenuità è da preferire all’esperienza, l’impeto alla cautela…”; “chi rifugge dal potere e dagli onori è puro, ma ancor più puro è chi si accosta ad essi senza esserne corrotto..”; “chi ignora le risorse dell’intelletto è nobile, ma ancor più nobile è chi le possiede senza farne uso…”.
Chissà se lor signori potentissimi (ma anche gli altri debolissimi, io per primo) sanno che “un passo indietro assicura un passo in avanti…” e che “una prodezza grande come la terra è cancellata da una sola parola: l’orgoglio…”.
Se così stanno le cose, cosa serve per non inorridire di fronte alle ovvietà e ai muscoli esibiti? Ai belligeranti e ai parolai, il saggiooracolo dice che “occorre aver dimorato in un luogo di pianura per sapere che è pericoloso spingersi ad altezze eccessive…; che “occorre essere rimasti a lungo nell’oscurità per sapere che si resta abbagliati da una luce troppo viva e improvvisa…; che “occorre aver dimorato nella quiete per sapere che è faticoso amare il movimento…”; che “occorre essere rimasti a lungo in silenzio per sapere che il troppo parlare estenua…”; magari anche che “l’uomo retto preferisce tacere anziché parlare in modo precipitoso, preferisce mostrarsi incapace anziché abile…”.
Stamani ho di nuovo apprezzato quel che Cesare Pavese, scrittore e poeta, aggiunse al suo diario quando il calendario segnava l’anno 1938. Diceva: “Sostenere che i nostri successi sono impartiti dalla Provvidenza e non dall’astuzia, è un’astuzia di piùper aumentare ai nostri occhi l’importanza di questi successi”. Quell’astuzia, ottantasette anni dopo, è ahinoi ancora in scena e conferma che di astuti in libera uscita ce ne sono in abbondanza. Come scrisse Francis Fukiyama, politologo statunitense, nel 1992, “sono esseri umani materialmente appagati, privi ormai di slanci o passioni, che non riescono più a trovare un senso nelle loro esistenze”. Certo, righe su righe non bastano a sconfiggere gli astuti-arrivisti-nemici del bene, e neppure per affrontare l’emergenza causata dall’assenza di umanità, “ma bastano – come suggerisce Massimo Gramellini nel suo quotidiano “caffè” – per chiedermi, e chiedervi, se questa mancanza di umanità sempre piùdiffusa non sia essa, ormai, la vera emergenza”. La mancanza di umanità, al pari dell’assenza della Ragione, genera mostri. C oinsegue una domanda: perché ci sono atrocità che generano indignazione e solidarietà e altre invece quasi e solo indifferenza? Secondo Milan Kundera, scrittore di fama, “non c’è motivo di stupirsi poiché non si fondano su idee razionali ma su idee,immagini, parole, archetipi che tutti insieme vanno a costituirequesto o quel Kitsch politico…”. Qualche esempio? “Folle accorate – ha scritto recentemente Aldo Grasso –sfilano per la Palestina ma pochi scendono in piazza per l’Ucraina… E le macerie di Gaza sono così disperate da turbare la nostra coscienza e forse il senso di colpa, mentre le rovine dell’Ucraina sono così macabramente ordinarie da non smuovere la piazza… La supremazia dell’immagine facilita i sussulti della pietà e del narcisismo ma impedisce di percepire il pericolo grave che tanti despoti (i nomi fateli voi) rappresentano… Fino al punto da far credere che la compassione è ciò che resta se si dimentica la paura…”.
Tutto questo quando, non una democrazia ma le democrazie sono ridotte a cenci e opinioni. E se invece provassimo a riscoprire la bellezza della democrazia come partecipazione e condivisione, come ricerca del bene comune e, magari, anche come emblema di nuova umanità?
LUCIANO COSTA













