Il Domenicale

Festa del Lavoro: ma lavorare in Pace è ancora possibile?

Festa del Lavoro: ma lavorare in Pace è ancora possibile?

Se anche non l’avete ancora saputo oggi, domenica che precede di poco il Primo Maggio, universalmente riconosciuto quale Festa del Lavoro, nel mondo si ragiona su lavoro e sicurezza sul lavoro, su diritto al lavoro e su dignità e rispetto da garantire ai lavoratori, chiunque essi siano e quali siano il colore della loro pelle e la religione professata. Qualche anno fa, ma sembra ieri, un sindacalista che si occupava di mondo del lavoro cercando di coniugarlo con la ricerca del bene comune, quindi di tutti, commentando  i discorsi puntualmente proposti da illustri politici (di sicuro ferrati in carte e scartoffie ma scarsi assai in faccende manuali e faticose), disse in una piazza affollata che le parole per onorare il lavoro erano doverose, “ma ben poca cosa se non fossero state accompagnate da pensieri e impegni capaci di coniugare lavoro e sicurezza, diritto al lavoro (e farlo senza rischiare la vita), lavoratori e disoccupati (gli uni per gli altri e mai gli uni contro gli altri), di far ragionare la gente su noi e gli altri, cioè quel Prossimo, che se indicato con l’iniziale maiuscola attualizza il dettato offerto dal Vangelo (“ama il Prossimo tuo come te stesso”, lo ricordate?) lasciando a ogni altro intendimento (dal più facile e abusato “rimandiamo a un domani prossimo venturo” al più complesso e subdolo “ne riparleremo a tempo debito, magari il prossimo anno”) il compito di giustificare anche l’ingiustificabile… Magari, se possibile, anche di sollecitare riflessioni su chi ci cammina accanto (chiamiamolo Prossimo, è il suo nome), su chiunque cammini con noi cercando buon futuro per sé e, non casualmente, per il Prossimo, che in modo diverso cerca però il medesimo risultato.

Oggi e domani, già Primo Maggio, sarebbe opportuno andare in piazza e, perché no, anche in qualche chiesa aperta e pronta ad accogliere: in piazza per ascoltare voci per lo più arrabbiate sul presente e sul futuro che i governanti stanno offrendo; in chiesa per riflettere sul lavoro che è “dono” e non condanna, che è stato imposto agli uomini per renderli artefici del loro destino e, soprattutto, della loro redenzione. Dato alla piazza il diritto di rappresentare il lavoro nella sua complessa globalità, alla chiesa sui dovrà almeno riconoscere il merito di restare luogo aperto, disposto ad ascoltare la richiesta di aiuto che giunge dalla consistente porzione di società che non ce la fa, che aspetta provvidenze e aiuti, che cerca un lavoro, che vuole dignità e cerca pari opportunità.

Riandando a tempi neppure tanto lontani, mi sono imbattuto in Papa Francesco che chiedeva agli imprenditori, ricevendo in cambio applausi e consensi, “un’impresa che metta al centro la persona, la qualità delle sue relazioni, la verità del suo impegno a costruire un mondo più giusto, un mondo davvero per tutti”, cioèun mondo in cui sia assicurata dignità a tutti e a ciascuno; poi anche in quell’economista (mi pare Luigino Bruni), dichiaratamente cattolico, che ai lavoratori era andato a spiegare come e perché lavoro e dignità fossero facce della stessa medaglia, “il lavoro perché nobilita il gesto e l’impegno profuso; la dignità perché rende gesti e impegni preziosi alleati del vivere e del camminare insieme, disse convinto. Poi, da bravo esperto, ripeté teorie conosciute ma addormentate, vale a dire quelle che prospettando l’efficienza del nuovo avanzante e ipoteticamente schierato a favore dell’uomo, esigono che vi siano portatori credibili di “un umanesimo adatto a dare consistenza e visibilità alla civiltà dell’amore”, che sia data “piena cittadinanza ai testimoni del lavoro offerto quale riconoscimento di un diritto dovuto e quindi inalienabile”, cioè dono e non imposizioneprevista da leggi e norme…Ma se tutto questo è vero –  aggiunse l’economista allora l’uomo deve essere posto, con le sue speranze e le sue sconfitte, al centro del lavoro, per liberarlo dall’angoscia e rivestirlo del diritto a dare un senso compiuto all’esistenza”. Un prete, che del lavoro si stava occupando immaginando possibile coniugarlo con il bene comune, in concomitante occasione definì impropria e improponibile ogni forma di lavoro precaria e insicura, privata di garanzie, incapace di conciliare diritti e doveri e di distribuirli a piene mani”.

Da lì sono riandato a parole già sentite, a quelle pronunciate da un vescovo con cui avevo incrociato pensieri e righe di cronaca, che davano forma a una città in cui “ogni viandante è accolto e amato;dove relazioni, accoglienza e partecipazione sono le basi su cui si fonda l’esistenza stessa della città; dove gli uni vivono per gli altri e viceversa; dove il prossimo non è mai straniero…”, anche e soprattutto dove cuori e menti si muovono insieme per dare senso alla città e per renderla vera città dell’uomo”. In quel dire ho ritrovato il valore del lavoro (che “è dono di Dio all’uomo e non condanna per il peccato commesso), la necessità e l’urgenza di garantire il lavoro (“perché il lavoro nobilita e assicura dignità alla persona umana”), il dovere di spendere ogni talento affinché nessuno sia escluso dal lavoro (“il lavoro e non altro rende liberi, capaci di costruire futuro, di formare famiglie e di dare vita alla vita”), l’imprescindibile esigenza di dare alle nuove generazioniprospettive di sviluppo equo e solidale fondato sul lavoro.Ma tutto – mi ha detto il solito mio dirimpettaio, anche lui mio Prossimo – si ridurrebbe a retorica parolaia se non fosse accompagnato da gesti capaci di ridurre povertà e disuguaglianze”.

Ieri l’altro, a proposito di un invito a considerare il prossimo come e più di se stessi, invito rivolto a un gruppo di studenti con cui ero stato invitato a dialogare, mi son sentito chiedere: cosa vuol dire prossimo? chi è prossimo? dove lo vedo questo prossimo? esiste un prossimo o è solo una variante dell’io? e il prossimo, nel senso di invitato o amico, chi sarà? Così mi sono imposto un ragionamento sul suo significato: vicino-fratello-amico-collega-socio-parente o chicchessia; oppure soltanto occasionalecliente-petulante-scocciatore-questuantesconosciuto-lucratore-bisognoso:o invece e semplicemente modo per definire e giustificare l’allontanamento dell’impegno usando rimando-dopo-forse-chissà-quando-vedremo-dipende e via discorrendo come soluzione. Nel vortice delle supposizioni trasformate in definizioni, l’unico rimasto imperterrito e attonito di fronte alla pochezza dei pensieri lì per lì balenati è stato il vocabolo, quelProssimo evangelico che comunque lo si pronunci impone comportamenti e riflessioni non semplici, tali da confondere piuttosto che da convincere. Prossimo… misteriosa parola usataabusatadisprezzataamataoffesarecuperatatrasandatainsegnatarichiamata-rimandata-variataavariatanascostaosannatatradita-incompresa e mai sufficientemente premiata.

E poi… Poi tutto e il contrario di tutto. Perché in fondo è comodo e bello immaginarsi disponibili a essere e farsi Prossimo, a considerare il Prossimo come e più di se stessi, immaginare che il prossimo giorno o evento siano la naturale evoluzione del modo di essere, di esistere e di stare insieme… necessari per concorrere insieme, perché ognuno Prossimo all’altro sconosciuto ma fratello, alla costruzione della città ideale, per dare concretezza e sostanza al Bene Comune. Poi, magari, perché Prossimo (inteso come persona) è lo sconosciuto che allunga la mano e chiede un soldo, è lo straniero che a seconda della pecunia portata con sé diventa prezioso (se è qui per investire), oppure odioso (se è qui per invadere), o anche pericoloso (se è qui per approfittarsi dell’accoglienza che eventualmente gli viene concessa). Il mio Prossimo, inteso come raffigurazione di me stesso, però,soprattutto oggi che è già Festa del Lavoro, è anche il lavoratore che cade dall’impalcatura, schiacciato da pesi enormi, asfissiato da veleni lasciati in libertà… E Prossimo è anche quel lavoratore che il lavoro lo ha perso perché il profitto era ridotto oppure perché quel profitto diventava più interessante e copioso se cercato altrove…

Ho riletto stamani il don Primo Mazzolari che proclamando il diritto di tutti al lavoro ricordava anche e subito che “se non diamo un fondamento a questa esigenza da tutti proclamata, che non può essere, come molti dicono, né il pane che si guadagna né il denaro che in qualche modo lo retribuisce né il produrre a vincere sarà sempre il primato del danaro sul lavoro quando è palese che l’epoca del lavoro non comincia da quel principio, che non si può ridurre tutto al lavorare per mangiare o al mangiare per lavorare! Soprattutto perché (udite e annotate voi che leggete o che distrattamente pensate al lavoro dovuto anche a chi non ce l’ha e fa la guerra per conquistarlo), se il ciclo dell’uomo è chiuso tra questi momenti, non val la pena di fare l’uomo”.

Cosa è, infatti, un uomo, magari sazio ma incapace di vivere in Pace, privato di quella Pace che se vissuta garantirebbe vita e lavoro per tutti? Pace e lavoro, che binomio! Se qualcuno è disposto a gridarlo in piazza, davanti a un mondo pressoché incapace di garantire a chiunque la pace necessaria per goderlo e viverlo in pace, si faccia avanti. Il resto verrà di conseguenza.

LUCIANO COSTA

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